CINQUANTENNALE DEL 12° CORSO
DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA
SINTESI STORICO POLITICA DEL CINQUANTENNIO 1950-2000
GLI ANNI '80 E LA FINE DELLA GUERRA FREDDAIl 1980 si chiuse con un ulteriore pesantissimo lutto per l'Italia dovuto al terremoto che colpì la Campania e l'Irpinia, di cui ho già parlato prima. Entrando nel 1981, sorvolo sulla scoperta della loggia massonica P2 e del crac del Banco Ambrosiano accompagnato da quello del Corriere della Sera, mentre mi sembra giusto e importante ricordare l'attentato alla vita di Giovanni Paolo II° effettuato in piazza San Pietro da un individuo di nazionalità turca e la legge sull'aborto, a mio parere, un assassinio legalizzato, voluto dalla maggioranza degli italiani; questi italiani posero così in chiara evidenza il loro basso livello di umanesimo, una incomprensibile attitudine ad incentivare atti irresponsabili da parte di individui cosiddetti umani, le loro contraddizioni sul difficile argomento della pena di morte abolita anche per i più efferati assassini e voluta, invece, per esseri innocenti ed incolpevoli e senza alcuna sanzione per i responsabili del concepimento (neanche l'addebito delle spese!). Intanto, l'Italia, nel susseguirsi dei governi a guida Dc, non veniva governata e, invece, avrebbe avuto bisogno di personaggi se non onesti (è inutile continuare a illudersi, l'onestà è merce molto rara in terra italiana), almeno con un minimo di carisma e di senso dello Stato, capaci di guidarla fuori dalle secche e dalle sabbie mobili di una crisi ultradecennale. Il 1981 fu l'anno in cui la guida del governo venne affidata, per la prima volta nel dopoguerra a un non Dc; si trattò di Spadolini, sul quale, personalmente, non condivido in toto le parole di apprezzamento di Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 514): il suo talento per la mediazione non gli evitò insuccessi nella sua azione di governo, con una eccezione, la politica estera e militare, probabilmente grazie alla presenza di un ministro della difesa come Lagorio. Mi riferisco, in modo specifico, all'intervento in Libano avvenuto sotto il suo governo; con questo intervento, che faceva seguito all'accettazione di schierare gli euromissili sul suo territorio, l'Italia assumeva l'auspicato profilo di potenza regionale, cui i precedenti governi avevano abdicato nella loro ignavia. Noi del 12° Corso avemmo la ventura di averlo, qualche anno dopo (dal 1983 al 1987), anche come ministro della difesa. Devo qui riconoscere che egli fu molto attivo e affrontò molti dei problemi delle Forze Armate; se riuscì a conseguire soltanto una piccola parte di quei risultati che sono i fondamenti dell'efficacia operativa del sistema difesa, questo lo dobbiamo anche all'ignavia del parlamento. Innanzitutto, voglio sottolineare che rivolse la sua attenzione al personale militare di ogni categoria, ottenendo per esso l'approvazione di alcuni provvedimenti legislativi favorevoli. Convinto assertore dell'Esercito di Popolo, con il correttivo di una adeguata aliquota di volontari, ottenne per i nostri Soldati, con apposita legge del Dicembre 1986, oltre che la riduzione a 12 mesi del servizio militare, il raddoppio e l'indicizzazione di quella misera paga che essi ricevevano a fronte del grande sacrificio del servizio di leva. Nell'occasione, sostenne giustamente, ma senza successo, che la coscrizione, per essere resa più accettabile ai giovani, doveva avere il crisma dell'equità, con obbligo eguale per tutti senza favoritismi e privilegi. Presentò, altresì, al parlamento, nel 1985, il Libro Bianco della Difesa, con il quale delineava il modello di difesa più idoneo per l'Italia nel quadro dei nuovi prevedibili scenari strategici, sollecitava un aumento degli investimenti per arrestare la decapitalizzazione in atto dello strumento militare, sosteneva l'assoluta necessità della riforma del vertice militare e l'aumento del personale di truppa volontario, mantenendo la ferma di leva che egli riteneva indispensabile per il completamento della formazione del cittadino. Lo stesso Spadolini, affinché quanto sopra venisse attuato con tempestività, presentò immediatamente dopo, tra gli altri, due disegni di legge la cui approvazione costituiva il primo fondamentale e più importante passo per la razionalizzazione dell'apparato militare auspicata nel Libro Bianco: riforma del vertice militare ed incentivazione del volontariato. Per i volontari sostenne la necessità di un trattamento economico sostanzioso e concorrenziale, nonché di norme precise per agevolare il loro inserimento nel mondo del lavoro al termine del servizio, prevedendo riserve di posti nelle forze di polizia e nelle amministrazioni statali e locali. Nel settore finanziario, ebbe la brillante iniziativa di collegare alle missioni operative interforze, poste a base del modello di difesa, la programmazione pluriennale ed il bilancio annuale, così da rendere chiare ed evidenti le esigenze finanziarie dello strumento militare anche ai meno esperti ed ai meno intelligenti; in questo settore, tuttavia, non è riuscito a proseguire l'opera di Lagorio e, addirittura, di sua (imperdonabile!) iniziativa, dimentico dei contenuti finanziari del Libro Bianco, rinunciò (Udite! Udite!) -quale contributo della Difesa al risanamento economico del Paese- all'incremento del 3% del bilancio militare in termini reali, derivante dal già ricordato impegno assunto in ambito NATO nel 1977, volto ad elevare il contributo italiano alla difesa comune dell'Alleanza. Fu un inutile sacrificio, che la Difesa pagò a caro prezzo, con la conseguenza che, negli anni successivi, il nostro Paese ricominciò a svolgere il ruolo di utilizzatore o consumatore della sicurezza prodotta da altri, invece che concorrere alla sua produzione. Quanto ho detto è tanto vero che il periodo Spadolini fu segnato negativamente, a poco più di 10 anni dal precedente, da un ulteriore riordinamento, naturalmente in termini riduttivi, riordinamento che colpì, come sempre, in maggior misura le forze terrestri; infatti, essendo l'Esercito, per ovvi motivi operativi, la Forza Armata di maggiori dimensioni, con particolare riguardo al personale di leva, esso è sempre stato il bersaglio grosso di questi provvedimenti causati da una politica di spesa nazionale miope (nel caso migliore), interessata e incontrollata, che, nonostante le molte controindicazioni derivanti dalla situazione internazionale, insisteva nel tagliare indiscriminatamente e acriticamente le risorse della Difesa, senza alcuna valutazione delle conseguenze e senza alcun effettivo vantaggio per il Paese. Infatti, questo inspiegabile trattamento del settore militare avrebbe forse trovato giustificazione solo se, contestualmente, fossero stati avviati a soluzione i molti problemi sociali esistenti in tanti settori del vivere civile, cosa che non è avvenuta, per incapacità, assenteismo e, anche qui, disinteresse dei partiti, sedicenti progressisti o riformisti, che hanno dominato la scena politica in tutti gli anni della prima repubblica. Da notare che questo trattamento contrario agli interessi della Patria è stato attuato nonostante che la spesa militare, per le sue ridotte dimensioni, non poteva essere accusata di sottrarre spazio vitale alla spesa nel settore sociale, tenuto anche conto delle dimensioni del bilancio statale, sempre più gigantesche, causa della crescita vertiginosa, rispetto al PIL, di un debito pubblico improduttivo, divenuto per questo negli anni, contro ogni ragionevole aspettativa, un limite al progresso sociale ed economico del Paese, invece che un fattore di tale progresso, con grave nocumento per tutto il popolo e, in particolare, per le classi meno abbienti. Le classi privilegiate, invece, politiche e non, nonché le grosse schiere clientelari hanno incrementato i loro profitti e migliorato, elevandoli, i loro standard di vita, avendo curato esclusivamente gli interessi propri e del clan, invece che quelli della collettività nazionale. Ciò che, infatti, faceva (e fa) rabbia era (ed è) che le somme recuperate con i tagli inferti alla Difesa -spesso del tutto indifesa (come avvenuto quasi sempre e, in special modo, con i due ministri Dc, che abbiamo avuto dal 1989 al 1992)- senza alcuna valida giustificazione, così come lo stanziamento corrispondente al 3% del bilancio in termini reali cui la Difesa rinunziò, non vennero mai utilizzati per ridurre il deficit di bilancio e il debito pubblico, ma per finanziare altre spese di altri ministeri (talvolta del tutto futili) o di particolari categorie del terziario civile. Del resto, facendo riferimento agli eventi che abbiamo vissuto in Italia, viene spontaneo chiedersi a chi interessava che i cittadini fruissero di giustizia giusta e di sicurezza accettabile, godessero di eguaglianza e di equità sociale, in sintesi a chi interessava il progresso sociale della Patria e/o la sua difesa. Credo a una minoranza inascoltata: per il primo punto i motivi li ho già, in parte, evidenziati, per il secondo aspetto li traggo da quanto scrive Lagorio (op. cit., pag. 29): Tutti sapevano che nell'Italia repubblicana, vissuta senza passioni ed interessi militari, buona parte della generazione di politici era militesente, era cioè riuscita a scapolare alla grande la fastidiosa corvèe del servizio militare; ecco la considerazione per il SACRO DOVERE della Difesa della Patria, fissato dalla Costituzione, che veniva e viene considerata e difesa da questi individui solo nei casi in cui faceva e fa loro comodo! Ecco un altro motivo del mio incancellabile disprezzo per questi politici! Alla luce dei fatti, ritengo di poter dire che questo interesse lo avessero sia Lagorio che Spadolini, forse per quest'ultimo un po' condizionato dalle ansie della scalata a posti di potere sempre più elevati: non si capirebbe, altrimenti, perché rinunziò a fondi assolutamente indispensabili per le Forze Armate, che furono impiegati per chi sa chi dal ministero del tesoro, recentemente agli onori della cronaca, nelle nuove vesti di ministero dell'economia, per l'impropria e assolutamente ingiustificabile distribuzione di grosse somme di denaro, di proprietà della collettività nazionale, ai propri dipendenti; ciò all'insaputa perfino del ministro dell'economia (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 30/10/2005, Regalo da 407 milioni (di Euro, ndr), E. Marro): la giungla retributiva pubblica è sempre più che mai vitale! Tornando al riordinamento della Difesa, il ministro Spadolini non riuscì a conseguire lo scopo di eliminare i numerosi rami secchi del settore tecnico amministrativo, soprattutto per l'opposizione dei sindacati e dei partiti; questi, anche se alcuni degli enti in questione non producevano più nulla o producevano cose inutili, intendevano mantenerli in vita per garantire il posto di lavoro a personale che rifiutava il trasferimento in altri stabilimenti militari, vitali ed insostituibili: la parola mobilità, allora, era quasi impronunciabile! L'Onestà e l'Efficienza della politica sono chimere irraggiungibili? Fu l'occasione in cui perdemmo, tra l'altro, in sostituzione dei rami secchi ed inutili, i Comandi di Divisione e forse ciò avvenne con l'avallo interessato del nostro vertice, in quanto fu sostenuto che il sistema di controllo Catrin, appena avviato allora e mai completato ed adottato nel nostro periodo di servizio, avrebbe consentito la comandabilità di Brigate e Supporti anche in assenza dell'anello divisionale: fu, invece, crisi, che fu risolta solo qualche anno dopo il crollo del muro di Berlino, con un ulteriore riordinamento e lo scioglimento di un buon numero (25%) di unità operative a livello Brigata. Ritorno ora al quadro generale delle vicende italiane, ricordando che nell'agosto 1982 l'Italia inviò in Libano il battaglione bersaglieri Governolo (600 uomini) a costituire con i contingenti francese e statunitense una forza di interposizione, idonea a proteggere lo sganciamento delle milizie di Arafat, accerchiate dagli israeliani. Assolto questo compito il battaglione rientrò in Italia. Poiché però la situazione in Libano andava evolvendosi verso il caos, USA, UK, Francia, Italia decisero un nuovo intervento, che durò circa un anno e mezzo. Questa seconda missione fu motivata con la necessità di proteggere i palestinesi perseguitati; successivamente, in Italia, il consenso alla prosecuzione di questa operazione andò riducendosi e l'opposizione chiese il ritiro perché, in linea con la tesi sovietica, ritenne che nella spedizione vi fosse un intento politico strategico. Questa missione ebbe grande risonanza positiva nazionale ed internazionale. La parola ora a Lagorio (op. cit., pag. 124): le nostre forze per il loro comportamento meravigliarono l'opinione pubblica mondiale e coinvolsero emotivamente quella italiana Era addirittura un luogo comune diffuso un po' dovunque che lo spirito militare italiano fosse basso perché bassa era giudicata la educazione del loro carattere, bassa la capacità di tenuta del Paese di fronte alle maggiori avversità. Il Libano dimostrò il contrario. E se in quegli anni si formò in giro per il mondo una immagine nuova, diversa e migliore del nostro Paese molto dipese dalla buona prova offerta sulla linea del fuoco dalla nostra gente in armi. Fu il contributo più rilevante offerto da una singola istituzione (le forze armate) al nuovo corso della Repubblica e della vita nazionale.
I comunisti italiani, già messi in difficoltà al momento dell'invasione sovietica dell'Afghanistan, subirono una nuova crisi di coscienza, allorché al di là della cortina di ferro, in Polonia, il generale Jaruzelski, dopo un breve periodo di tregua, caratterizzato da aperture politiche e sindacali, nella notte del 13 Dicembre 1981, rispose alle istanze di Solidarnosc imponendo la legge marziale e arrestando dirigenti e simpatizzanti del movimento sindacale: la Polonia venne così normalizzata. Vi è qui da sottolineare che nel periodo di Solidarnosc, Berlinguer aveva applaudito sia il sindacato sia il regime polacco per la tolleranza che dimostrava, nella usuale fallace illusione delle possibilità di evoluzione e di adattamento dei regimi comunisti. Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 514) ci dicono che Questa volta la presa di posizione comunista non poteva essere che di distacco da Jaruzelski, ossia da Mosca: sembrava evidente che il tetro generale avesse agito per evitare che agisse Breznev Il primo comunicato del Pci dopo il 13 dicembre 1981 condannò Jaruzelski, benché in tono cauto e riversando una parte delle responsabilità sulle tendenze estremistiche ed irresponsabili degli oppositori più accaniti. Ma non tutti nell'ambito del Pci gradirono l'atteggiamento assunto, considerandolo uno strappo nella tradizione comunista. Il 1981 si chiuse con il rapimento del generale USA James Lee Dozier da parte delle Br, poi liberato dalle nostre forze di polizia. Mentre i vari governi nazionali sembravano essere costantemente alla ricerca del bandolo della matassa relativa a ciascuno dei molteplici problemi che ostacolavano lo sviluppo dell'Italia, con un'opera di mediazione continua, snervante per noi cittadini e, purtroppo, sempre priva di risultati idonei, la criminalità organizzata accentuava il suo dinamismo operativo e la sua arroganza verso lo Stato, che appariva incapace di reagire adeguatamente per imporre la forza della legge. In Sicilia, nel maggio 1982, era stato inviato il Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, in qualità di prefetto, famoso tra gli italiani per aver contribuito con efficacia alla sconfitta del terrorismo. Racconta Lagorio (cfr. op. cit., pag. 175): Quando entrammo nell'ordine di idee di inviare in Sicilia un uomo forte per domare la mafia e si puntò su Dalla Chiesa insorsero grosse difficoltà politiche. La Dc era contraria a fare di Dalla Chiesa un nuovo Cesare Mori, Prefetto di ferro a Palermo negli anni venti. Rognoni (mininterni) accettava Dalla Chiesa in Sicilia ma solo come prefetto ordinario, senza poteri e guarentigie speciali Anche il comando generale dell'Arma era di tale avviso. Il comandante dei carabinieri me lo disse senza tanti giri di parole . Il Generale e la giovane moglie, il 3 Settembre 1982, vennero uccisi a Palermo in un agguato e la mafia, uccidendo l'uomo che avrebbe dovuto domarla, lanciò la sua sfida allo Stato, peraltro colpevole di non aver garantito al Generale i poteri promessi. Scrivono al riguardo Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 518): Dalla Chiesa capì presto che la balena statale avrebbe reagito blandamente, anche in Sicilia, ai suoi stimoli e che le meschine invidie e i cavillosi conflitti di competenza, opportunamente manovrati, avrebbero impedito di dare alla mafia una risposta degna della sua forza, delle sue strutture criminali, delle sue praticamente inesauribili risorse economiche. L'assassinio di Dalla Chiesa -come, anni dopo, l'assassinio di Falcone- fu motivo di una rissa politica abbastanza indecorosa per appropriarsi del morto e della sua memoria e per colpevolizzare gli avversari. Dalla Chiesa fu pianto anche da politici che, in Sicilia, erano conosciuti per la loro morbidezza se non per la loro simpatia verso la mafia; il rifiuto di dargli un ambito e una possibilità di azione adeguate alla minaccia mafiosa fu deplorato, a volte, da forze politiche che avevano tuonato contro la possibile riedizione d'una tecnica di polizia alla Mori. Povera nostra Patria così mal governata!
Ma un fatto nuovo aprì all'ottimismo i cuori di chi amava l'Italia. Si trattava di una novità assoluta: Craxi, il personaggio più stimolante, più popolare e più detestato della nostra costellazione politica (cfr. L'Italia del Novecento, pag. 519). Tutti noi ricordiamo che l'Italia sembrò avere finalmente un decisionista, capace di risolvere bene o male i problemi che si erano accumulati in passato per l'incapacità di molti suoi predecessori e il menefreghismo, l'inefficienza, il doppiogiochismo, l'ineducazione al buon governo, cioè ad un sano modo di governare il Paese dei nostri politici a tutti i livelli, dalla Nazione al Comune. Riporto ora stralcio di uno scritto di Nino Badano, che delinea con tratti incisivi la situazione socioeconomica dei primi anni '80 (cfr. IL TEMPO, 24/12/1983, Doveri non solo diritti. Lezione del Natale): Non dovrebbe essere invincibile l'ingiustizia per cui milioni di famiglie vivono nell'incertezza del futuro: si tratta di indurre gli uomini a riscoprire il valore della solidarietà, ad accettare la preminenza del bene comune su quello dei singoli, a reprimere gli egoismi, a misurare impazienze e attese sul metro della coscienza a parole tutti riconoscono che austerità e rigore sono necessari: nella pratica, questa saggezza scompare La spesa pubblica è a livelli assurdi; tutti dicono: va ridotta; ma tutti contribuiscono a farla crescere Nessuno vuol prendere atto che uno stato sociale, che elargisce favori a tutti, ignorando i dissesti delle aziende (IRI, ferrovie, trasporti, petroli) che perdono migliaia di miliardi, non si regge. Tutti rifiutano di misurare le proprie richieste sui bisogni di chi sta peggio lo stato sociale, che i sindacati difendono, garantisce a molti il superfluo, ai più deboli nemmeno il necessario la crisi economica si rivela per quello che è: soprattutto una crisi morale. Le nuove dottrine che rivendicano i diritti dell'uomo sembrano ignorare che riconoscere all'uomo i diritti senza imporgli dei doveri è corromperlo. Ed è appunto un'opera di corruzione quella che sinistre e sindacati compiono, rivendicando alle masse sempre nuovi diritti senza doveri. Natale è legato al ricordo del mite mistero di Betlemme mistero della povertà. La lezione oggi è perduta Oltre che di povertà il Natale era lezione di obbedienza, di umiltà, di pazienza nel sacrificio. Oggi la società nega il sacrificio: vuole tutto vuole sempre di più negando il dovere di pensare agli altri. Abbiamo letto in queste settimane gli scandali le sequenze di crimini atroci e l'angoscia delle famiglie che aspettano il ritorno dei congiunti rapiti il dramma della droga responsabili i criminali, ma la piaga ha anche altre motivazioni: le famiglie distrutte l'autorità negata l'obbedienza che non è più una virtù, la negazione del dovere. Lo spirito del piacere ha distrutto ciò che lo spirito di sacrificio aveva edificato. Tutti hanno preteso più di quanto hanno dato . A mio parere, tutto questo è il risultato perverso di quel non so che denominato morale laica. In realtà di morale ne esiste una sola ed è quella cristiana, che pone al centro dell'interesse sociale l'uomo, non crea privilegi, predica la solidarietà ed il rispetto per tutti gli esseri viventi; su questi concetti si fonda la Democrazia senza aggettivi, che vince l'egoismo e garantisce la dignità dell'uomo, reso consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri nella società. Questa è la vera morale, che la politica non può ignorare. Ecco un buon motivo per cui i Vangeli devono essere oggetto di studio dalle elementari alle superiori, in modo che questi concetti, centrati sull'amore per il prossimo, siano acquisiti da tutti i giovani, cui rimarrebbe, comunque, la libera scelta della Fede.
La navigazione del governo Craxi procedette all'inizio con le solite burraschette, ma senza fortunali. Vi fu un successo vistoso: il nuovo Concordato con la Santa Sede firmato il 18 febbraio 1984, da Craxi e dal Cardinale Casaroli Rimase memorabile nel 1984 il giorno di San Valentino. Proprio il 14 febbraio il governo varò un decreto che congelava 4 punti della scala mobile: ossia rallentava il processo d'adeguamento degli stipendi e dei salari all'aumento del costo della vita contro scese in campo la Cgil all'unisono con il Partito comunista Il dibattito per la conversione in legge del provvedimento ebbe fasi tumultuose ebbe (anche) uno strascico referendario gli italiani votarono il 9 e il 10 giugno 1985 (e poiché) in quel momento credevano in Craxi, nel suo governo e nella sua sincera volontà di rimettere in sesto le finanze dello Stato, dettero una straordinaria prova di consapevolezza civica e di senso del dovere patriottico. Il 54,3% dei votanti disse no all'abrogazione del provvedimento (cfr Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 520 e seg.). Sulla crisi italiana, un altro intervento di Badano (cfr. IL TEMPO, 24/03/1985, La promessa dimenticata. Il rimedio trascurato): La banca d'Italia ha dato avvisi allarmanti: La spesa pubblica cresce troppo e le entrate, pur crescendo molto, non hanno tenuto il ritmo dell'aumento di spesa. Del peggioramento sono conferma anche le aste dei titoli di questi giorni La finanza pubblica ha sempre più bisogno di denaro e per trovarlo deve allettare i risparmiatori Cinque anni fa il debito pubblico ammontava al 60% del prodotto interno lordo: nell'84 è giunto all'87,7% Gli economisti dicono che il Paese lavora soltanto per dare allo Stato la possibilità di pagare gli interessi sui debiti contratti se (pertanto) la riduzione dei tassi è auspicabile, c'è un'altra riduzione più necessaria e urgente ancora: quella della spesa pubblica La voracità del settore pubblico è incontrollabile il ministro Goria diceva: uno dei più grossi ostacoli al risanamento dell'economia nazionale è l'altissimo tasso di socialismo che caratterizza il nostro Paese. Non è più tollerabile che il 60% della ricchezza nazionale passi nelle mani dello Stato. La nostra spesa pubblica confrontata con quella dei Paesi cui vogliamo somigliare non è soltanto più elevata, ma è peggiore di qualità. L'efficienza dei servizi non corrisponde a quanto chiediamo ai cittadini sotto forma di imposte, tasse, tariffe. Questa è certamente la diagnosi più esatta di tutti i nostri mali. Tra i tanti consigli per uscire dalla crisi, questo di ridurre il tasso di socialismo è certamente il più giusto. Purtroppo il rimedio che sarebbe più efficace è anche il più trascurato. E' il rimedio esperimentato con successo dall'economia inglese Lo Stato deve liberarsi dalle industrie e dai settori nazionalizzati Che lo Stato sia pessimo imprenditore è verità nell'83 avevamo aziende chimiche e siderurgiche che perdevano rispettivamente 90 e 40 milioni l'anno per addetto molti complessi sono incurabili Le gestioni pubbliche sono dovunque esempio di sprechi, di spese eccessive, di disavanzi crescenti e di scandali La riduzione più urgente è quella della spesa sempre promessa e sempre dimenticata.
L'11 Giugno 1984, morì Berlinguer e, nelle elezioni europee del 17 Giugno, si verificò il clamoroso sorpasso comunista sulla Dc. Il 1984 si chiuse con un'altra strage, provocata da una bomba sul rapido Napoli-Milano del 23 Dicembre. La bomba esplose tra le località di Vernio e S. Benedetto Val di Sambro, provocando 15 morti e 180 feriti. Anche questa strage rimase senza colpevoli. Il 1985, nel mese di Giugno, portò all'Italia un nuovo presidente della repubblica: Cossiga succedette a Pertini. La sera del 7 Ottobre 1985, terroristi palestinesi dirottarono la nave Achille Lauro in crociera nel Mediterraneo. Questo dirottamento colse di sorpresa i nostri governanti, usi a blandire arabi e palestinesi sostenendoli nella loro infinita guerra ad Israele, per salvaguardare l'Italia dai terroristi. Questo, nella sostanza, era l'orizzonte della politica estera italiana nel Mediterraneo: Andreotti, allora ministro degli esteri, da sempre fautore di questa politica, aveva rapporti di amicizia con Arafat che gli assicurò il suo interessamento per ottenere la resa dei dirottatori ed il loro processo e che l'OLP non c'entrava con il sequestro. Sappiamo come andò a finire la questione. I terroristi uccisero un passeggero americano, colpevole di essere anche ebreo, navigarono a lungo nel Mediterraneo e si consegnarono, infine, agli egiziani. Il 10 Ottobre aerei da combattimento USA intercettarono il Boeing egiziano su cui si trovava Abu Abbas con altri terroristi e, acquisita l'autorizzazione italiana, lo fecero atterrare a Sigonella; qui si rischiò uno scontro armato tra i carabinieri ed un contingente della Delta Force Statunitense, nel frattempo atterrato nella base. Ecco cosa ne dicono Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 527 e seg.): Reagan voleva che gli assassini di Klinghoffer comparissero davanti a una giustizia come quella americana, che non avrebbe ceduto a questioni di convenienza politica. Ma, a quel punto il problema non era più tanto quello dei quattro esecutori del sequestro quanto quello di Abu Abbas (uomo di Arafat e mente del sequestro della nave, ndr.) che viaggiava sul Boeing Per proteggere questo capo del terrorismo internazionale il governo italiano sembrò disposto a rischiare uno scontro armato con i grandi alleati dell'Italia, gli Stati Uniti. E proprio sul problema Abbas, le spiegazioni di Craxi in parlamento furono un cumulo di reticenze, di ipocrisie e all'occorrenza di bugie. Craxi disse che la giustizia italiana avrebbe, come le competeva, processato i sequestratori (si ebbe, quindi,) lo spostamento del Boeing 737 dalla base di Sigonella a Ciampino (ove) Abu Abbas passò dall'aereo egiziano ad uno jugoslavo e decollò verso altre trame ed altri crimini, con sollievo del governo italiano cui faceva da contrappeso il furore del governo americano. Craxi sostenne che la magistratura non aveva adottato nessun provvedimento per bloccare Abu Abbas e il suo compare di mediazione, mancandole elementi di prova a carico. In un Paese dove i processi durano anni s'era ritenuto che fosse impossibile ritardare di qualche decina di ore, per ulteriori accertamenti, il fermo dei due. Nonostante le sollecitazioni americane (nella sostanza sacrosante perché tutto ciò che gli americani dissero allora di Abu Abbas fu confermato da sentenze definitive della magistratura italiana) si preferì umiliare e deludere l'alleato piuttosto che gli amici arabi e, amico fra gli amici, Arafat. A Spadolini gli sviluppi e l'epilogo della faccenda Lauro non piacquero. Ne conseguì la crisi del governo, risolta con il reincarico a Craxi. Nonostante questa ingiustificata parzialità del governo italiano a favore dei terroristi palestinesi, che Craxi aveva definito patrioti, nel Dicembre dello stesso anno, un commando palestinese provocò una strage all'aeroporto di Fiumicino, con 16 morti e 75 feriti. Craxi durò al governo circa 4 anni , ma il suo non fu un governo stabile: i franchi tiratori gli provocarono moltissimi insuccessi in parlamento. Il 7 Gennaio 1987, chiuse la sua vicenda governativa, avendo rifiutato il cosiddetto patto di legislatura con la Dc, che intendeva tornare alla guida del governo. Montanelli-Cervi, in Storia d'Italia (vol. 11°, pag. 377 e seg.) ci dicono che l'Italia del 1986 era un paese moderno, sviluppato, notevolmente ricco, nel quale lo standard di vita dei lavoratori si era elevato notevolmente, la crescita del PIL procedeva bene (inferiore all'1% nel 1983 raggiunse il 3% circa negli anni successivi) e, aspetto importantissimo, l'inflazione, che nei primi anni '80 aveva superato il 20%, era tornata ad una cifra nel corso del 1984 (8,5%), mentre la disoccupazione si era attestata su livelli molto bassi, con ottime prospettive di assorbimento. L'industria tirava e in molte aree italiane si aveva la piena occupazione Ma se i conti del Paese nel suo complesso erano buoni, quelli dello Stato precipitavano in un abisso di spese e di debiti. Lo Stato sociale disordinato, assistenziale e sprecone, quale era stato concepito in Italia divorava risorse restituendo ai cittadini servizi insufficienti ed inefficienti. La riforma sanitaria, varata nel 1979, era divenuta un'immensa greppia per sistemazioni di trombati politici, per lottizzazioni, per ruberie. I parlamenti e i governi avevano largheggiato nel concedere pensioni non dovute, mentre usavano la lesina per l'ammontare delle pensioni a chi era avanti con gli anni e non aveva altra fonte di guadagno. Leggine elaborate dalla burocrazia avevano concesso tutto l'immaginabile e anche l'inimmaginabile a chi della burocrazia stessa o dell'amministrazione nel suo complesso facesse parte. E così si ebbero insegnanti quarantenni che, dopo meno di vent'anni di servizio, trasmigravano felicemente nell'esercito dei pensionati. Le pensioni d'invalidità erano ottenute con facilità irrisoria, fino ai casi estremi di non vedenti che avevano la patente e giravano in automobile e di gravemente menomati che partecipavano a tornei calcistici normali, non per handicappati. Per accontentare tutti e così carpire un comodo consenso, lo Stato ricorreva all'emissione di bot o di analoghi titoli, ossia racimolava denaro impegnandosi a pagare interessi sempre più gravosi. L'incidenza degli interessi per i titoli di Stato sul deficit di bilancio cresceva di anno in anno e finì per rappresentarne la maggiore se non l'unica causa. Crescevano vertiginosamente anche le entrate fiscali, ma la fame insaziabile dello Stato le divorava con scarso o poco frutto per l'assestamento dei conti Ma i nodi sarebbero arrivati al pettine e ci arrivarono proprio quando l'Occidente conobbe una fase economica difficile. Craxi non aveva inventato la formula italiana di una spesa ad acquazzone che teneva buoni gli scontenti, in particolare i più riottosi e i meglio attrezzati per esercitare ricatti e pressioni. Ma -pur con la lodevole eccezione controcorrente del referendum sulla scala mobile- i governi laici non si discostarono molto da quelli democristiani per quanto riguarda la tecnica del consenso la norma costituzionale secondo la quale per ogni spesa doveva essere prevista un'entrata era aggirata con innumerevoli e astuti espedienti. La scena madre di questa tragicomica recita veniva raggiunta durante l'approvazione della legge finanziaria che dal parlamento usciva sfigurata, in una gara di emendamenti spenderecci, che vedeva gomito a gomito i partiti di governo e di opposizione, Dc e Psi all'arrembaggio come il Pci, tutti disposti ad un'austerità generica ma riluttanti all'austerità pratica su questioni specifiche. In questo carnevale dell'elargizione e del dissesto, si levavano rituali le voci del governatore della banca d'Italia o dei ministri finanziari in carica, il primo per ammonire sui pericoli incombenti, i seondi per promettere che, da quel momento in poi, avrebbero emulato Quintino Sella. Ma erano moniti inutili e promesse da marinai dei più malfamati angiporti. Craxi, dunque, non cambiò nulla all'andazzo dissennato Migliorò l'immagine dell'Italia Pareva fosse stato trovato un capo . Con la caduta del governo Craxi, la palla tornò alla Dc e ricominciò il solito gioco esasperante dei governi governanti il nulla, che portò alle elezioni del giugno 1987: nell'occasione, fu eletta deputato Ilona Staller e personalmente trovai la cosa simpatica ed apprezzabile, tenuto conto del livello intellettuale ed etico di gran parte dei parlamentari, arricchiti da stipendi esagerati, in assoluto e a fronte della loro produttività, e da un complesso di privilegi da terzo mondo, ma poveri di idee/iniziative utili all'Italia. Gli italiani furono poi chiamati, nel Novembre 1987, ad esprimere la propria posizione su di una serie di referendum, che riguardava due aspetti importanti del sistema nazionale: il nucleare e la responsabilità civile dei giudici; per essi la stragrande maggioranza optò per il SI. Per il nucleare, il risultato fu un grosso errore, non tanto dei cittadini, terrorizzati dal disastro di Cernobyl, quanto dei molti politici (tra questi, da non credere, in prima fila, Craxi), che, irresponsabilmente, cavalcando una facile popolarità e ignorando pervicacemente tutte le evidenti e facilmente intuibili controindicazioni e le sagge previsioni circa le future conseguenze negative per l'Italia, sostennero il SI. Dopo il voto (cfr. Storia d'Italia, vol. 11°, pag. 395 e seg.), i socialisti pretesero che alla volontà popolare fosse data un'applicazione totalizzante. Nessuna nuova centrale, un no anche al completamento di quella, già in fase di avanzata costruzione, di Montalto di Castro, con quattromila miliardi immolati alla demagogia. Il referendum relativo alla responsabilità civile dei giudici, invece, dimostrò, innanzitutto, che gli italiani non erano soddisfatti di come non funzionava la giustizia, che, nella pratica, per quanto riguarda i comuni cittadini, si tratti di giudici di pace o di togati, va sempre più peggiorando: in realtà, in Italia, quella che, salvo eccezioni, normalmente trionfa è l'Ingiustizia (vds. pagg. da 95 a 98); in secondo luogo, evidenziò chiaramente in quale conto veniva tenuta in ambito politico la volontà del cosiddetto popolo sovrano, tradita nell'occasione dai nostri governanti, che la vanificarono, senza vergognarsi, con legge ordinaria, presentata da un ministro della giustizia democristiano (se ricordo bene, una donna!) di un governo a guida democristiana; questo spregevole comportamento mise vieppiù in luce, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, il basso livello di sviluppo culturale degli appartenenti alle classi privilegiate e si è ripetuto in altre successive occasioni, l'ultima delle quali con il finanziamento pubblico dei partiti, ripristinato, contro il risultato del relativo referendum (90% di SI); ciò, senza opposizione da parte dell'opposizione, compresa l'estrema sinistra, come sempre è avvenuto anche quando si è trattato di aumentarsi le già elevatissime e immeritatissime retribuzioni, cui si aggiungono ingiustificabili privilegi: il tutto in contrasto con la leggenda dell'equità sociale. E i sindacati? Perché in queste evenienze non scendono in piazza per la difesa dei soldi di tutti? Forse possiamo immaginarlo: anch'essi fanno parte della schiera dei privilegiati, tanto è vero che i loro capi quasi sempre entrano in politica, collocandosi tra i sinistri e spesso vanno ad occupare poltrone molto importanti. Penso, allora, con tristezza e raccapriccio che i normali lavoratori, per ottenere pochi euro di aumento, in occasione del rinnovo dei propri contratti, sono spinti allo sciopero da questi sindacalisti, arrecando danno a sé stessi e all'economia nazionale (non anche ai sindacalisti!), nonché fastidio agli altri cittadini. Cercasi una soluzione, naturalmente da perfezionare, che abbia come fine ultimo l'equità sociale? Eccola: tetto limite inderogabile, infinitamente più basso dell'attuale livello, alle remunerazioni più elevate e aumenti periodici e contemporanei a parlamentari, privilegiati e normali cittadini in entità pari per tutti a quella meno elevata. Questa forse è una favola e, considerata la mentalità della maggioranza degli esseri umani, specie se italiani, forse una chimera irraggiungibile! E poiché anche i giornalisti non strombazzano l'evento in parola e non lo presentano in modo assillante nella luce negativa che merita o lo presentano solo fugacemente, cosa dobbiamo pensare di loro? Chiusa questa filippica, faccio parlare Montanelli-Cervi (Storia d'Italia, vol. 11°, pag. 367 e seg.) su un altro argomento che conferma l'ampia diffusione di questa mentalità negativa e classica del sottosviluppo: Una branca molto chiacchierata fu quella degli aiuti al Terzo mondo: la cosiddetta cooperazione, gestita dal Ministero degli Esteri (su cui) si appuntarono gli occhi avidi dei partiti A sentirli si sarebbe detto che gli inquilini più autorevoli del Palazzo fossero pervasi da un'incontenibile ansia di solidarietà verso i diseredati della terra Si capì subito che tanto fervore dai toni evangelici non era propriamente immune da considerazioni di basso profilo e di alto reddito. Alla cooperazione mungevano, in unità d'intenti ma anche con spirito competitivo, sia i despoti dei Paesi beneficati, sia le ditte dell'Italia donatrice, sia i partiti che esigevano implacabili la loro quota Per evitare litigi, Psi e Dc s'erano spartite le aree geografiche: in particolare, l'Etiopia toccava, in linea generale, alla Dc, la Somalia al Psi Le varie centinaia di miliardi della cooperazione si gonfiarono nel corso degli anni sempre con la cresta dei caritatevoli politici e boiardi, fino al giorno in cui non solo questi, ma anche ambasciatori sono finiti sotto inchiesta e perfino in carcere. Gli africani così mal beneficati erano nel frattempo riusciti a scrollarsi di dosso Menghistu e Siad Barre, senza molto giovarsene Ma almeno gli italiani si sono scrollati di dosso gli aspetti più infami d'una cooperazione che somigliava molto a una grassazione. Il 19 Ottobre 1987, giorno in cui le principali borse dei paesi industrializzati segnarono un pesante crollo, è ricordato nelle cronache economiche come il lunedì nero: esso ebbe consistenti ricadute negative sul governo in carica, che, uso ad operare in costante situazione di crisi latente, causa i contrasti delle principali forze politiche, traballò a lungo prima di uscire di scena nell'Aprile 1988, allorché scoccò l'ora di De Mita. Con un capolavoro di antistrategia politica, si legge nella Storia d'Italia (vol. 11°, da pag. 398 a pag. 411), i partiti avevano finalmente raggiunto il loro intento: che era quello di mandare l'uomo sbagliato al posto sbagliato. De Mita non è senza qualità Come politologo e anche come manovratore o se vogliamo maneggione di scenari istituzionali e partitici, spiccava sulla mediocrità di altri notabili del meridione, quali i Gava, i Cirino Pomicino, gli Scotti. Ma gli facevano interamente difetto le doti d'un capo di governo concepiva la politica come rappresentazione di concetti astratti, quando non come intrigo. Si piegava alla concretezza -e come- se da Roma passava ai suoi feudi, ai suoi clienti, ai suoi conti di tessere e di finanziamenti Tuttavia vi fu, nella presentazione del suo governo in parlamento, un passaggio anticipatore: Questo governo ha davanti a sé non una crisi di governo o di formula, ma la crisi del nostro sistema politico tutto intero. Risulta che De Mita non abbia deluso i suoi detrattori, quindi, sorvolo su questo governo, limitandomi a ricordare che i Gesuiti richiamarono la Dc all'esigenza di riprendere lo stile cristiano di fare politica. Questo stile restò, invece, inesorabilmente democristiano. Dopo De Mita (Luglio 1989) venne, ahinoi, ancora Andreotti: era il suo 6° governo e, purtroppo per l'Italia, avrebbe fatto (Marzo 1991) anche il 7°, ambedue con i soliti personaggi. Per far fronte alle urgenze economiche, accanto all'esperto, rispettato e stimato in Italia ed all'estero, Guido Carli, erano affiancati, per le Finanze, Rino Formica e, per il Bilancio, un personaggio che sapeva farlo quadrare molto bene, il suo s'intende, Cirino Pomicino Circa la solidità e la possibile durata del governo, nulla era stato concordato e nulla era sicuro Piuttosto merita una citazione ciò che il giovane radicale Rutelli disse molto spiritosamente a Montecitorio Nel 1972, diciassette anni fa, Richard Nixon era il Presidente degli USA, Leonid Breznev era il primo segretario del Pcus in Inghilterra Edward Heath era primo ministro in Germania il cancelliere era Willy Brandt in Francia il Presidente della repubblica si chiamava Georges Pompidou in Spagna governava il Caudillo Francisco Franco in Grecia c'era la dittatura dei colonnelli In Italia, Presidente del Consiglio era Giulio Andreotti e segretario della Dc Arnaldo Forlani. Rutelli era stato acuto nel tratteggiare l'immobilismo truccato da movimentismo del Palazzo italiano. Con l'ultimo ritorno di Andreotti, il sistema partitocratrico italiano parve aver toccato la sua massima altezza o bassezza. Era il trionfo del cosiddetto CAF, l'alleanza cioè tra Craxi, Andreotti e Forlani L'arroganza del Psi era incredibile, ma ancor più lo era l'insensibilità della Dc, della quale il filosofo cattolico Augusto Del Noce alla vigilia della morte aveva detto: Sta vivendo una fase di decadenza culturale che può condurla in tempi brevi ad un'irreversibile decadenza anche politica. Consapevole o no, c'era nella dirigenza Dc -che aveva in questo la piena solidarietà dei partiti alleati- un disegno strategico paradossale benché collaudato: alle situazioni di emergenza si rispondeva ignorandole Andreotti era il simbolo di un Palazzo italiano sempre diverso e sempre uguale, di un frenetico non far nulla, di un parlare continuamente di programmi, cambiamenti, riforme, per poi ridursi a dibattere sulle cariche alle casse di risparmio. Nei mesi in cui si decidevano le sorti del mondo, squassato da novità impetuose Giulio Andreotti portava in giro per il mondo le sue dichiarazioni sfumate, le sue mezze frasi caute, le sue battute evasive, mentre c'era bisogno di ben altro. Come guida del governo, Andreotti era inadeguato La stagione straordinaria del tutto può succedere contraddiceva la filosofia del nulla deve succedere che era stata ed era la sua. Nel mondo si verificò il grande imprevisto: il 9 Novembre 1989, il muro di Berlino crollò. Ma vediamo , in stretta sintesi, gli eventi che portarono a quel fantastico e indimenticabile giorno. In URSS, nel Marzo 1985, il Politburo nominò Mikhail Gorbaciov Segretario generale del Pcus; cioè egli assunse i pieni poteri. Gorbaciov conosceva le difficoltà economiche in cui versava l'URSS e si rese conto di non poter competere con gli USA in una corsa agli armamenti, con particolare riguardo allo scudo spaziale. Non accettò, quindi, la sfida di Reagan e si fece promotore di accordi sugli armamenti al fine di allontanare ogni rischio di guerra tra i due blocchi. Era convinto di poter riformare il sistema URSS con la necessaria gradualità, ma non aveva intuito e valutato i possibili effetti delle riforme con le inevitabili reazioni favorevoli e sfavorevoli in un organismo complesso e variegato come l'Unione Sovietica, nel cui ambito si svilupparono violente manifestazioni protestatarie e poderose spinte centrifughe, fino allora tenute sotto controllo e represse dagli apparati del Pcus e dal KGB. L'illusione di poter essere a Mosca liberalizzatore in politica e riformatore in economia costò a Gorbaciov, in prospettiva, il potere. E fu il detonatore d'un big bang dal quale l'URSS è uscita a pezzi (cfr. Storia d'Italia, vol.11°, pag. 358). Devo dire però che Gorbaciov, nel perseguire il suo meritorio intento, non ebbe fortuna, perché, come sottolinea Sergio Romano (op. cit., pag. 138 e seg.), le riforme sarebbero state credibili e accolte con favore, solo se si fosse concretato un minimo di novità nel dinamismo economico del Paese con prospettive di miglioramento del livello di vita della popolazione. In realtà ciò non poteva verificarsi in breve volgere di tempo, anche perché il prezzo del petrolio, principale fonte di ricchezza dell'URSS, a partire dal 1986, cominciò a calare, tornando ai bassi livelli dei primi anni '70. Oltre che contro le difficoltà di carattere economico, le riforme in argomento cozzarono contro la voglia di autonomia e/o di indipendenza delle repubbliche sovietiche, con in prima fila la Repubblica Russa, ove, a seguito delle elezioni del Marzo 1989, le prime libere elezione in URSS effettuate grazie alla riforma costituzionale voluta da Gorbaciov, emerse Boris Eltsin, che divenne, successivamente, allorché fu eletto Presidente della Repubblica Russa, nel 1991, il principale oppositore di Gorbaciov, vanificandone il programma in attuazione. La contrapposizione divenne scontro nell'Agosto 1991 e nel Dicembre la Bandiera Rossa venne ammainata dal pennone più alto del Cremlino sostituita dalla Bandiera della Repubblica Russa: morì così l'URSS e nacque la Repubblica Federativa Russa. Nello stesso anno, fu firmato ad Alma Ata l'atto costitutivo della Comunità di Stati Indipendenti, che riuniva le repubbliche ex sovietiche, divenute indipendenti. Si era andato, intanto, disgregando il Patto di Varsavia: subito dopo il crac del muro di Berlino, ogni Stato satellite abbandonò l'URSS e il comunismo, dandosi un governo più o meno democratico. Gli unici fatti cruenti in questa trasformazione si verificarono in Romania, ove Ceausescu, nel Dicembre 1989, venne fucilato. L'anno successivo, nell'ottobre 1990, la Germania tornò ad essere un'UNICA grande nazione, chiudendo una delle ultime pendenze del 2° conflitto mondiale. Le radici di questo grande e strabiliante evento, che ha trasformato la mappa politica dell'Europa, sono nella tenace determinazione dell'Alleanza Atlantica ad opporsi all'espansionismo sovietico. I paesi aderenti alla NATO, nel loro insieme, pur in un quadro di provvedimenti e di iniziative volti a ridurre la tensione con l'est europeo, grazie soprattutto agli Stati Uniti e all'impegno delle proprie Forze Armate, hanno mantenuto elevata la volontà e la capacità di difesa dell'Alleanza ed hanno così goduto per 40 anni del bene della pace, raggiungendo livelli elevati di prosperità; la presenza degli USA ha consentito ad alcuni di questi paesi, con in testa l'Italia, di dedicare alla difesa ed alla sicurezza risorse limitate, rinunciando a mantenere un ruolo attivo sulla scena internazionale e nello scacchiere mediterraneo. Come tutti gli eventi del mondo, anche questo, pur fantastico, meraviglioso, inatteso, che aveva fatto nascere grandi illusioni e aspettative circa l'avvio di un'era di pace nel mondo, ha il suo aspetto negativo nell'aver determinato, invece, gravi motivi di insicurezza per l'accendersi di situazioni di guerra persino in Europa, oltre che in Asia e in Africa.
L'URSS moriva lasciando in eredità alla Russia e agli altri stati già sovietici convulsioni interne, conflitti etnici e/o religiosi, caos economico. Non solo: poiché l'URSS era una superpotenza nucleare, la sua disintegrazione rese possibile la presenza nel mondo di altri Stati in possesso di armi nucleari, con il rischio non teorico che queste armi potrebbero, prima o poi, cadere nelle mani di organizzazioni terroriste, attraverso operazioni di vendita da parte dei nuovi Stati nucleari, finalizzate a procurarsi i capitali necessari a superare le proprie difficoltà economiche o anche tramite paesi che il terrorismo sostengono e favoriscono. La morte della patria del comunismo ha avuto, altresì, in Europa e nel mondo ricadute positive e negative. La situazione internazionale divenne improvvisamente molto più complessa rispetto a quella della Guerra Fredda, allorché tutti o quasi tutti sapevamo chi era il nemico e cosa fare per fronteggiare la minaccia da est. Questa minaccia, che chiamo classica, venne sostituita da una situazione di rischi diffusi, il cui comune denominatore era rappresentato dalla instabilità di molte ed ampie aree del mondo, causata dall'emergere di dispute territoriali e di contrasti etnici nel cuore dell'Europa e ai margini dell'ex Unione Sovietica, dal fallimento dei tentativi di pacificazione del Medio Oriente, dalla presenza di un arco di instabilità, che si estende dal Maghreb al Golfo Persico e all'Oceano Indiano attraverso il Medio Oriente, ove emergono e si agitano fondamentalismi religiosi con possibile proliferazione di armi di distruzione di massa, dalle migrazioni di povere masse umane dal Sud al Nord del mondo in fuga dalla povertà e/o dalle guerre. Di conseguenza, essendo cambiato il quadro politico militare su cui era impostata la NATO, l'Alleanza si diede un ruolo più politico che militare e adattò struttura, preparazione, azione agli imperativi delle nuove sfide, centrando il suo concetto strategico sulla lotta alla instabilità; diede, di conseguenza, ampio spazio al dialogo e alla cooperazione attraverso un impegno costante e continuo nelle aree di instabilità, pur mantenendo elevata la capacità militare per prevenire crisi o fronteggiarle e risolverle se esse si fossero verificate. Non mi dilungo sulle modalità pratiche dell'approccio politico basato su diverse iniziative quali la cooperazione NATO-Russia e NATO-Ucraina, il Dialogo Mediterraneo, il Partenariato per la Pace: specialmente quest'ultima iniziativa ha ottenuto risultati ottimi e di ciò sono diretto testimone, avendola seguita personalmente nel mio ultimo periodo di servizio attivo svolto in AFSOUTH (Allied Forces Southern Europe), quale Deputy Cincsouth (Vice Comandante in Capo di AFSOUTH). La NATO, anche nel dopo Guerra Fredda, continuò ad avere quale motore gli USA: le guerre scoppiate nei Balcani, a seguito della disintegrazione della Jugoslavia, che, tra il 1991 e il 1999, coinvolsero Serbia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, misero in luce l'estrema debolezza dell'Unione europea nell'acclarata sua incapacità di gestione attiva delle crisi fin dalle fasi negoziali; ciò in quanto essa era ed è senza anima, cioè è priva di una forza militare in grado di costituire un deterrent e di condurre, in caso fallisca come tale, azioni belliche risolutive. In ogni occasione è stato necessario, per poter conseguire gli obiettivi fissati, l'intervento degli Stati Uniti nel quadro NATO: ciò è avvenuto sia in Bosnia Erzegovina, dove l'Unione europea non salvò né il prestigio né l'onore, sia in Kosovo dove la NATO assunse fin dall'inizio la responsabilità del negoziato, sostenendolo con esibizioni di potenza operativa, e della condotta delle successive operazioni belliche. Queste vicende di carattere politico militare hanno fatto capire all'Unione europea che era giunto il momento di svegliarsi dal suo torpore militare più che quarantennale per assumere un ruolo dignitoso e meno risibile almeno nel contesto europeo, tenuto anche conto della, giustamente, minore disponibilità degli Stati Uniti a risolvere crisi e crisette sul suolo balcanico, tra l'altro non iscrivibili tra le loro priorità. Nel Novembre 1991, a Roma, il Consiglio Atlantico aveva sollecitato la creazione di una Identità Europea di Sicurezza e di Difesa (ESDI), quale strumento per il rafforzamento della coesione, dell'efficienza e della flessibilità della NATO, attraverso una più bilanciata ripartizione delle responsabilità e dei costi per la sicurezza. Nel Febbraio 1992, il trattato di Maastricht fissò le direttive relative alla Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), affidata alla nuova figura istituzionale dell' Alto Rappresentante Europeo, cui venne conferita anche la guida della dimenticata ma ancora esistente UEO, che venne così rivitalizzata. Tuttavia, politica estera, sicurezza e difesa rimasero, e sono ancora oggi, rigorosamente nazionali, in quanto la PESC non fu posta sotto il controllo delle Istituzioni comunitarie, ma del Consiglio Europeo, costituito dai capi di Stato e di governo, normalmente impantanato nelle sabbie mobili dell'unanimismo: un segnale di quanto ancora siamo lontani da una reale volontà d'integrazione, che, in primo luogo, è un fatto politico. La recente mancata approvazione del progetto di Costituzione, da parte di alcuni paesi membri dell'Unione, indica, tra l'altro, proprio questo. La successiva dichiarazione di Petersberg (Giugno 1992) impegnò i paesi dell'Unione a procedere nell'integrazione militare, per far fronte a tre categorie di interventi di Peace Support Operations (PSO): missioni umanitarie ed evacuazione di civili; missioni di mantenimento della pace e di interposizione tra due contendenti (peace keeping); missioni condotte da forze combattenti per la gestione e la risoluzione delle crisi, incluse operazioni di ripristino della pace (peace enforcing). La guerra aerea in Kosovo, nei primi mesi del 1999, ribadì, accentuandone la gravità, l'insufficienza della capacità militare dell'Unione e ne evidenziò ancora l'enorme gap tecnologico rispetto agli USA, con le inevitabili ricorrenti riflessioni sul che fare. Nell'Aprile 1999, in piena crisi balcanica, il vertice NATO di Washington, oltre al Nuovo Concetto Strategico per la gestione delle crisi, sancì l'istituzione della ESDI nell'ambito dell'Alleanza e lanciò la Defence Capabilities Iniziative (DCI), volta a stimolare i paesi NATO ad un maggiore impegno organizzativo e finanziario per lo sviluppo coordinato delle capacità operative e per ridurre il divario con gli USA in alcune aree prioritarie. E' da sottolineare che le cause di questo gap tecnologico hanno la loro radice nel fattore economico: in un convegno sull'ESDI, tenuto nel Febbraio 2000, presso il Centro Studi Difesa e Sicurezza (CESTUDIS), presieduto dal Gen. Ramponi, venne evidenziato che i paesi europei membri della NATO, nel loro complesso, spendevano per la Difesa circa il 60% degli USA, ma il rendimento della spesa europea, frazionata nei singoli paesi, era valutabile sul 10% di quella statunitense; fu, altresì, rilevato che l'entità della spesa militare dei paesi europei, presi singolarmente, era molto diversa: ad esempio, mentre il Regno Unito e la Francia spendevano, rispettivamente, il 2,4% ed il 2% del PIL, l'Italia spiccava con un risicato 1%, cioè in termini percentuali poco più del Lussemburgo, posizione del tutto insostenibile politicamente. Nel Giugno 1999, a Colonia, il Consiglio Europeo impegnò gli Stati membri a sviluppare le loro capacità militari realizzando una serie di programmi nazionali e multinazionali ed incrementando la cooperazione nel campo dell'industria della difesa. Il Consiglio Europeo di Helsinki, nel Novembre 1999, impresse nuovo slancio alle attività per realizzare la ESDI, con il decidere la costituzione degli organi di vertice politico militare dell'Unione e con il fissare una serie di obiettivi (Helsinki Headline Goals), tra cui, principale, quello di disporre, entro il 2003, di un complesso di forze a livello Corpo d'Armata di circa 50-60.000 uomini, in grado di schierarsi entro 60 giorni dal momento dell'attivazione, di permanere in zona di impiego almeno per un anno per condurre missioni della tipologia Petersberg; questa, lo ricordo, prevede anche la possibilità del peace enforcing, ma non la condotta di combattimenti ad alta intensità. Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna dovranno fornire per questa esigenza 14.000 uomini a testa. Nel corso di un convegno su La difesa europea, tenuto nel Marzo 2005 presso il già citato CESTUDIS, è risultato che questo obiettivo era stato conseguito solo in parte. Le carenze emerse in termini di capacità effettive a disposizione dell'Unione, quando, al di fuori del contesto NATO, si debba prescindere dal contributo USA, si sono manifestate con evidenza nel corso del processo. Né le attività condotte attraverso lo European Capability Action Plan (ECAP) sono valse ad eliminarle completamente, anche a causa della generalizzata contrazione dei bilanci della Difesa. Insomma, gli Stati Uniti d'Europa non riescono proprio a sbocciare!
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