CINQUANTENNALE DEL 12° CORSO
DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA
SINTESI STORICO POLITICA DEL CINQUANTENNIO 1950-2000
IL CENTROSINISTRA IN ITALIA.
L'EVOLUZIONE DELLA SITUAZIONE INTERNAZIONALE.In Italia, nel Maggio 1962, fu eletto Presidente della Repubblica Segni, che si trovò a dover gestire il malgoverno di un governo di centrosinistra (credo sia stato il primo). Le elezioni dell'Aprile 1963, con Dc e Psi in discesa e Pci in salita, travolsero questo governo: continuò, comunque, la sceneggiata, che divenne un classico della politica italiana, di governi che non riuscivano a governare, dato che le impostazioni di programma dei socialisti, che mantenevano nei fatti un piede nel governo ed uno all'opposizione, erano sempre in netto contrasto con quelle dei democristiani. Per quanto concerne la salute dell'Esercito, a partire da questo periodo, si determinarono gravi problemi conseguenti alla carenza dei finanziamenti necessari, cosa che diverrà -salvo la eccezionale eccezione, verificatasi in coincidenza con il periodo in cui fu Ministro della Difesa Lelio Lagorio- una costante della vita dell'apparato militare nazionale, costretto via via a continui ridimensionamenti delle strutture. Infatti, si può dire che fino ai primissimi anni '60 l'appartenenza alla NATO e la correlata possibilità di ottenere gli aiuti di cui ho scritto in precedenza consentirono all'Italia di costituire e mantenere uno strumento militare adeguato. Cessate le forniture statunitensi è iniziato il rapido decadimento dell'efficienza materiale delle Forze Armate, che gli stanziamenti del bilancio annuale, sempre inferiori alle esigenze minime, non sono riusciti a contenere, anche a causa della crescente inflazione tecnologica, delle ricorrenti crisi economiche mai affrontate con efficacia e della mancanza di una qualsiasi politica militare degna di questo nome: di conseguenza, abbiamo assistito ad una costante riduzione delle risorse del bilancio militare e del relativo potere di acquisto con seri inconvenienti nei programmi addestrativi, logistici e di ammodernamento, nell'assenza di ogni considerazione, da parte dei nostri politici, circa gli impegni internazionali derivanti dai trattati e dalle alleanze. Il risultato più evidente si è concretato in una serie pressoché continua di modifiche ordinative dell'apparato militare, che hanno determinato una situazione di costante instabilità, con perdita di risorse finanziarie e con conseguenze negative sul morale del personale e sull'efficienza operativa delle unità. Tutto ciò, peraltro, non ci ha impedito di continuare ad operare, in ogni momento del nostro servizio, con lo slancio e l'entusiasmo di sempre, nella convinzione che il nostro lavoro servisse la causa della pace e del progresso nella sicurezza del nostro Paese. Peccato che non abbiamo avuto governanti all'altezza!
Oltre ad onorare gli impegni istituzionali per fronteggiare ogni evenienza, l'Esercito ha fornito al Paese con continuità una serie importante di concorsi di ogni tipo, particolarmente impegnativi in occasione di pubbliche calamità, in un'Italia ove era inesistente una qualsiasi forma organizzata di protezione civile (rammento che l'attuale organizzazione di protezione civile si è consolidata nei primi anni 2000; di tale organizzazione l'Esercito costituisce una delle strutture operative); in queste occasioni, solo l'Esercito era in grado di intervenire con l'indispensabile tempestività e adeguatezza di provvedimenti, con lo slancio disinteressato e solidale dei propri uomini, con l'efficienza della propria organizzazione, nonché dei materiali e dei mezzi in dotazione. Basti qui solo ricordare le pubbliche calamità più rilevanti accadute negli anni '50 e '60, come le inondazioni del Polesine, la tragedia del Vajont, le alluvioni in Calabria, in Campania e nella regione veneto-friulana, il terremoto nella Sicilia orientale, occasioni in cui le Forze Armate si sono prodigate per alleviare i disagi delle popolazioni sinistrate, per costruire ponti e strade d'emergenza e per ristabilire i servizi di pubblica utilità. Per tutto ciò l'Esercito ha sempre continuato nel tempo a rappresentare il referente fondamentale delle popolazioni locali per la soluzione di particolari problemi (di soccorso, di viabilità, ecc.), a dimostrazione che la fiducia della società civile, nei riguardi di noi militari, non ha mai conosciuto flessioni, grazie alla capacità delle nostre unità di rispondere tempestivamente ed efficacemente al bisogno sociale di sicurezza.
Ma torniamo ora alla tragicommedia della politica nazionale (siamo nell'Agosto 1964), che, si dice, molto preoccupasse l'allora Presidente della Repubblica Segni, convinto (cfr. L'Italia del Novecento, pag. 432) che l'Italia si stesse avviando verso lo sfascio (e non aveva torto! ndr) e che il centrosinistra fosse la causa dell'improvviso appannarsi del miracolo italiano. Nel 1967, il settimanale L'Espresso denunciò un'ipotesi di colpo di stato, che poteva essere e non fu nell'estate del 1964, tirando in ballo lo stesso Segni, che, nel Dicembre 1964, si era dimesso per ragioni di salute, l'allora Comandante dei Carabinieri Gen. De Lorenzo ed il SIFAR. Secondo L'Espresso (cfr. L'Italia del Novecento, pag. 436), De Lorenzo aveva organizzato un apparato militar-spionistico capace, venuta l'ora X, di neutralizzare gli elementi infidi enucleandoli trasferendoli in Sardegna sotto buona scorta; di ordinare l'occupazione della Rai, delle prefetture, delle sedi dei partiti e di altri punti nevralgici e di spianare infine la strada a un governo forte. Questi torbidi propositi sarebbero stati agevolati dalle paure di Segni . Come noto, i giornalisti responsabili, a seguito di querela del Generale, furono condannati, mentre una commissione d'inchiesta di Minidifesa affermò l'inesistenza di qualsiasi tentativo di colpo di stato, da parte del Generale; emersero soltanto delle infrazioni alle procedure e alle regole di comportamento. Secondo l'on. Pellegrini, presidente, per molti anni, della commissione parlamentare che indaga sulle stragi e sul terrorismo (cfr. G. Fasanella-C. Sestieri, Segreto di Stato, pag. 52), più che un vero colpo di stato, il Piano Solo fu un tentativo di colpo di stato ... Quel tintinnare di sciabole influenzò fortemente il processo politico, determinando il passaggio dalla prima fase fortemente riformista del governo di centrosinistra a un centrosinistra più annacquato. Insomma fu un segnale . In realtà, questo scopo, a mio parere, non fu conseguito, perché sono state proprio le demagogiche riforme del centrosinistra a determinare il collasso sociale, culturale, economico, morale, patriottico e politico dell'Italia, causando conseguenze negative e problemi, i quali, a tutto oggi, frenano il corretto sviluppo dell'Italia nei contesti nazionale ed internazionale. Sempre secondo Pellegrino (cfr. Segreto di Stato, pag. 60-81), la Strategia della tensione, successiva al Piano Solo, perseguì gli stessi scopi di quest'ultimo, avrebbe avuto inizio nel 1969 con la strage di Piazza Fontana in Milano e, a seguire, con il golpe del Principe Borghese (7-8 Dicembre 1970), che abortì sul nascere; queste azioni sarebbero state condotte con la regia di apparati istituzionali, mentre le successive stragi che seguirono si configurerebbero come ritorsioni dei terroristi contro questi stessi apparati che tendevano a sganciarsi da essi: le stragi di Peteano (1972), di Via Fatebenefratelli in Milano (1973), di Piazza della Loggia in Brescia (1974) sarebbero da vedere in questo contesto, mentre la strage del treno Italicus, avvenuta alla stazione di Bologna nel 1974, sarebbe rimasta qualcosa di non decifrabile, che ne impedisce la collocazione nel medesimo contesto eversivo. Non avendo elementi di valutazione, lascio a chi legge ogni commento.
Nell'Agosto 1964, mentre i nostri politici cercavano invano di realizzare la quadratura del cerchio, giunse dall'URSS la notizia della morte del russo Togliatti: questa fu una buona notizia per tutti coloro che non avevano dimenticato i suoi comportamenti anti italiani nei confronti dei nostri Soldati prigionieri in Russia (cfr. Corriere della Sera, 03/02/1992, Lettera di Togliatti: il testo del cinico rifiuto, P. Berardengo) e a favore degli slavi di Tito cui diede -come già evidenziato- un sostanziale rinforzo di unità partigiane comuniste per aiutarli ad acquisire, come fatto compiuto al termine della guerra, il più possibile delle terre italiane alla frontiera orientale; a ciò si aggiungono i provvedimenti, posti in essere nel dopoguerra, a favore degli assassini comunisti affinché i loro delitti restassero, come è stato, impuniti. Un interrogativo amaro: è forse per questi suoi meriti che al suo nome è stata intitolata una importante strada della città di Roma, capitale d'Italia?
In campo internazionale, intanto, nonostante il cambio della guardia al vertice sovietico, avvenuto nell'Ottobre 1964 con le improvvise dimissioni di Kruscev, sostituito da Breznev, la cosiddetta distensione continuava a tenere; ciò avveniva perché i sovietici avevano capito quanto per essi fosse importante questo modo di gestire i rapporti con l'Occidente; in sostanza, essi avvertivano che l'atteggiamento aggressivo verso il mondo capitalista non rendeva, anzi era molto pericoloso ed inutile alla luce degli scopi che il marxismo-leninismo intendeva perseguire. La Guerra Fredda, infatti, si poneva come un confronto aperto tra due mondi ideologicamente in forte contrasto e dava credibilità alla possibilità di uno scontro militare. L'URSS, quindi, considerava pagante la distensione anche perché, sfruttando le ILLUSIONI dell'Occidente, poteva tranquillamente operare per conferire al proprio strumento militare, potente ed armonico nelle sue componenti nucleare, terrestre, aerea, marittima, una decisiva superiorità nel rapporto di forze con l'Alleanza Atlantica; ciò, al fine di garantirsi una efficace dissuasione e, nello stesso tempo, una incisiva capacità di intervento ovunque nel mondo, aggirando le difese della NATO ed insidiando le fonti di alimentazione dei paesi occidentali. Questa avveduta linea politica consentì all'URSS di conseguire, nel corso degli anni '70, la parità negli armamenti strategici, ampliando, altresì, la sua già forte superiorità nelle forze convenzionali. Da parte dell'Alleanza Atlantica, a metà degli anni '60, un provvedimento molto importante nel campo delle forze, correlato alla strategia della risposta flessibile, fu la costituzione di forze mobili multilaterali. La primogenita fu la forza mobile di ACE (Comando Alleato in Europa), costituita da unità terrestri ed aeree dei Paesi membri, posta alle dirette dipendenze del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEUR), in grado di raggiungere tempestivamente qualsiasi area di competenza della Nato per dissuadere l'eventuale aggressore, fornendo prova concreta della solidarietà dell'Alleanza. Seguirono, in breve volgere di tempo, le forze navali dell'Atlantico e del Mediterraneo. Non ebbe seguito, invece, l'idea della costituzione di una Forza Multilaterale con armi nucleari.
Lo scopo della strategia sovietica rimaneva, quindi, l'espansione dell'ideologia comunista nel mondo, evitando, però, la guerra e, con essa, il rischio dell'olocausto nucleare, disarmando il blocco contrapposto, sotto gli aspetti morale e psicologico, con la distensione e ricorrendo a modalità d'azione particolari, tali da non indurlo al ricorso alla forza. A tal fine, il mezzo d'azione privilegiato era rappresentato dalla strategia indiretta, realizzata con metodi, forme e mezzi di varia natura che andavano dal conflitto limitato convenzionale in aree esterne ai limiti geografici dei due blocchi, alla destabilizzazione dell'area di interesse con varie modalità quali la guerra psicologica, la propaganda, l'attuazione di colpi di stato, il supporto al terrorismo locale o esportato, il sostegno di attività di guerriglia, la strumentalizzazione di movimenti pacifisti e di sostegno al disarmo unilaterale. Più avanti farò un cenno al terrorismo di marca italiana, per ora metto solo in evidenza che l'URSS negli anni '60 iniziò la sua penetrazione nel Mediterraneo e giunse praticamente a completare l'accerchiamento da sud dell'Europa, minacciandone la sopravvivenza e l'indipendenza politica: riuscì, infatti, ad attrarre nella sua sfera d'influenza l'Egitto di Nasser, la Libia, l'Algeria, oltre all'Iraq e alla Siria, mentre nello stesso tempo si installava, direttamente o per interposta persona, nell'Africa nera e nel cuore dell'Asia. Vi è generale concordanza sul fatto che l'URSS, dalla guerra di Corea in avanti, ha ispirato la gran parte degli eventi che hanno messo in fibrillazione il mondo nel XX° secolo, quali rivoluzioni, destabilizzazioni, guerre locali e che, sempre ed ovunque, ha assunto atteggiamenti ben definiti, naturalmente contrari agli interessi dell'Occidente, attuando un'ampia varietà di interventi tipo forniture militari, invio di esperti militari, impiego di truppe di paesi satelliti (cubani, tedesco orientali, cecoslovacchi, ecc.). Dovunque si siano determinate simili situazioni, la conseguenza è stata l'istallazione di basi militari e lo sfruttamento di materie prime (ad esempio: il rame nel Katanga, l'uranio nell'Africa Australe, il petrolio nel Medio Oriente); in sostanza, una duplice minaccia particolarmente insidiosa per l'Occidente: dal punto di vista strategico per l'istallazione di basi militari e dal punto di vista economico per l'accaparramento delle fonti delle materie prime. Questi erano gli obiettivi della strategia mondiale dell'URSS (verosimilmente, rimangono tra gli obiettivi della Russia post sovietica), che Breznev compendiò molto chiaramente nella volontà di acquisire il controllo delle casse del tesoro del mondo, cioè quella del petrolio del Medio Oriente, quella dei minerali strategici dell'Africa, quella della tecnologia occidentale (acquisita con l'arma della distensione). La disponibilità dei paesi del Terzo Mondo in via di sviluppo ad affidarsi all'URSS, con la speranza di sconfiggere il sottosviluppo, derivava dall'ammirazione che essi nutrivano nei riguardi della patria del comunismo perché essa, come già accennato, aveva vinto la sfida dell'industrializzazione e conseguito in pochi decenni lo status di grande potenza industriale, partendo da una situazione di concreto e sostanziale sottosviluppo. Si trattava, in particolare, dei paesi che, usciti dallo status coloniale privi di classi dirigenti preparate, avevano bisogno dell'aiuto dei paesi industrializzati per avviare organicamente a soluzione i problemi economici, sociologici e demografici caratteristici del sottosviluppo. Infatti, nel Terzo Mondo, occorre fare una distinzione tra i paesi che non hanno subito la colonizzazione (Cina), quelli che hanno conquistato la propria indipendenza nel corso del XIX° secolo (America Latina) e quelli che l'hanno conseguita nel secolo scorso (India, Sud Est asiatico, Africa). Non si sbaglia dicendo che i paesi che stanno a tutto oggi peggio sono quelli dell'Africa a sud del Sahara, che, dopo aver subito una colonizzazione basata quasi esclusivamente sullo sfruttamento delle proprie risorse, al momento dell'indipendenza si sono trovati con un assetto politico-amministrativo inefficiente e con quadri dirigenti impreparati, corruttibili, privi di senso dello Stato e, quindi, dediti al saccheggio, a vantaggio proprio e delle classi privilegiate, sia delle risorse nazionali sia degli aiuti internazionali, incuranti dello stato di indigenza morale, materiale, sanitaria dei propri connazionali. Ciò ha determinato in questi paesi una forte instabilità, che è esplosa ed esplode, talvolta, in violente rivolte dei poveri, per difendersi dalle quali i governanti dilapidano le risorse in spese militari, trascurando le spese sociali che eviterebbero le rivolte. La responsabilità di questa situazione grava, in larga misura, sui governi dei paesi industrializzati e, per taluni aspetti, su quella fabbrica di fallimenti che è l' ONU, di cui detti paesi avrebbero dovuto essere l'Anima, i motori ed i timonieri, mentre sono stati e sono i responsabili della sua inettitudine ad affrontare con giusti criteri ed equilibrio i problemi del mondo e della povertà planetaria. Non mi riferisco solo ai fallimenti ONU nelle operazioni di supporto alla pace (Bosnia, Ruanda, Somalia i più eclatanti), ma anche al bilancio fallimentare dei risultati degli aiuti forniti, da singoli paesi e dall'ONU stessa, ai paesi del Terzo Mondo per avviarne lo sviluppo: ciò è avvenuto, senza ombra di dubbio, perché è mancato il controllo del buon fine dei finanziamenti, che probabilmente non sono stati impiegati per i programmi per i quali erano stati richiesti dagli inaffidabili governanti dei paesi beneficiari. Riporto di seguito alcune considerazioni utili ad inquadrare meglio questo fondamentale problema. Negli ultimi 50 anni, la crescita demografica ha portato a 6 miliardi di individui la popolazione mondiale; nello stesso tempo si è verificato un impetuoso sviluppo economico che ha interessato poco più di un miliardo di persone, per cui si è enormemente ampliato il divario già in atto con la restante parte dell'umanità (circa 5 miliardi di anime) sempre più povera. Oggi vivono in situazione tragica intere popolazioni dell'Africa, dell'Asia, dell'America latina: lo sviluppo delle varie aree del mondo è sempre più ineguale! La questione principale è che le risorse del pianeta Terra vanno verso l'esaurimento, a cominciare dall'acqua, che specie in Africa è già da tempo un problema (penso allora con rabbia all'Italia, che è al primo posto in Europa per la malagestione delle risorse idriche: inquinamenti, consumi, inefficienza, sprechi; ciò, nonostante i problemi di carenza già vivi nel nostro meridione). Altro enorme problema è quello sanitario, per la cura di gravi malattie come l'Aids. Anni di aiuti ONU e dei paesi sviluppati (dal 1950 al 1995, un trilione di dollari) non hanno dato risultati confortanti; ciò perché, cosa facile da intuire già nel 1950, anche con basso quoziente intellettuale, con finanziamenti a pioggia non si risolvono i problemi: il denaro è stato usato male o è stato dirottato su conti bancari privati all'estero. In Africa, come in Italia, il potere è solo un mezzo per arricchirsi a spese del popolo; in aggiunta, i paesi beneficiari non dispongono di istituzioni politiche, legali e finanziarie idonee ad utilizzare il denaro in modo produttivo. I problemi principali da risolvere, a livello mondiale, sono quelli di favorire lo sviluppo dei paesi poveri e di evitare lo sperpero delle risorse naturali, disciplinandone l'impiego. La lezione appresa è che l'ONU e i paesi donatori devono realizzare direttamente i programmi necessari ai paesi poveri e che una buona azione che oggi tutti i paesi ricchi devono attuare è quella del buon governo della globalizzazione, favorendo così i paesi in via di sviluppo, oltre ad evitare conseguenze letali per l'ambiente. A tal fine, i paesi ricchi (USA e Ue, per esempio) devono superare i propri egoismi, che si concretano in un rinnovato protezionismo, proprio nei settori più avanzati dei paesi poveri, quelli, cioè legati all'agricoltura. Desidero qui citare il venerabile e amato Papa Giovanni Paolo II°. Egli nella sua incessante predicazione a favore dei popoli poveri, rivolgendosi ai giovani disse: Voi non vi rassegnerete a un mondo in cui esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni energia per rendere questa terra sempre più abitabile per tutti. E rivolgendosi ai cristiani: La fede non può lasciare il cristiano indifferente di fronte a simili questioni di rilevanza mondiale. Essa lo sprona a interpellare i responsabili della politica e dell'economia, chiedendo che l'attuale processo di globalizzazione sia fortemente governato dalle ragioni del bene comune dei cittadini del mondo intero, sulla base delle irrinunciabili esigenze della giustizia e della solidarietà I popoli più ricchi e tecnologicamente avanzati devono sapere ascoltare il grido di tanti popoli poveri del mondo: essi chiedono semplicemente ciò che è loro sacrosanto diritto(cfr. il Giornale, 09/07/2001, Il Pontefice ai popoli ricchi: Ascoltate il grido dei poveri, A. Tornelli).
L'interesse dei sovietici a mantenere in vita la distensione rese possibile l'avvio di trattative per la riduzione bilanciata degli armamenti, con a base la condizione di evitare turbamenti all'equilibrio tra i blocchi, unica e sicura garanzia di pace in Europa. Questo equilibrio, come già accennato, era riferito alle due triadi contrapposte e cioè armi nucleari strategiche, armi nucleari di teatro e tattiche, forze convenzionali.
Nel dicembre 1964 Saragat divenne Presidente della Repubblica, mentre l'Italia stava scivolando sempre più in basso in ogni settore: il governo di centro sinistra, presieduto da Moro (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 439), che, in quel momento, dirigeva la politica nazionale non riusciva a mantenere le magniloquenti promesse elettorali, tra le quali spiccavano il piano quinquennale 1965-1970, mai realizzato per manifesta incapacità di programmare in una visione concreta di obiettivi da conseguire e di risorse prevedibilmente disponibili, e la riforma burocratica con la promessa riduzione del 20% del personale direttivo della pubblica amministrazione mai mantenuta; anzi lo Stato continuò ad ingaggiare futuri inutili dirigenti generici dagli innumerevoli laureati in legge sfornati dalle università, mentre già trovava difficoltà notevoli a reperire un minimo di ingegneri o di ricercatori scientifici ben altrimenti utili. Per mettere in evidenza il nulla dei nostri onorevoli, chi legge pensi che questo governo cadde su un provvedimento di legge volto all'istituzione della scuola materna pubblica, perchè boicottato da franchi tiratori democristiani: un indice significativo di come veniva valutato l'interesse del cittadino in generale e delle classi più deboli in particolare, nonché i contenuti della parola democrazia. L'evoluzione dell'amministrazione nel suo complesso andava via via accentuando le caratteristiche corporative con il risultato che si provvedeva prevalentemente a vantaggio della potente ed inefficiente burocrazia, trascurando l'interesse della generalità dei cittadini, i quali venivano trattati nella sostanza come sudditi. A ciò si aggiunse, quale normale caratteristica negativa della nostra repubblica, in un inquietante crescendo, un'ampia fioritura di scandali, tra i quali sono ricordati da Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 440 e seg.), perché inconsueti rispetto ai tantissimi individuati, quelli che colpirono due grand commis de l'état in vena di efficientismo e di sganciamento da eccessive sudditanze partitiche; come il professor Felice Ippolito del Comitato nazionale per l'energia nucleare o come il professor Domenico Marotta dell'Istituto superiore di Sanità. Entrambi avevano vagheggiato di far procedere gli enti in cui agivano con una certa snellezza, svincolandoli in qualche modo -ed erano modi illegali secondo l'accusa- da complesse, dilatorie e a volte demenziali pastoie regolamentari. Altri scandali furono più consueti: maggiore tra tutti, perché comprometteva un ex ministro delle finanze democristiano (ma si può essere Cristiani se si esercita il furto? ndr), lo scandalo dei tabacchi. Questi scandali avevano a fattor comune attività criminali basate sull'impiego scorretto del denaro pubblico, cioè dei soldi di tutti noi cittadini. Taciuta ma incombente era la convinzione dei partiti di governo, a cominciare dal partito che più di ogni altro meritava questa qualifica, la Dc, che malversare o incassare tangenti per il partito non fosse reato, ma una buona azione. Posto così il problema, la discriminante non era più tra gestione onesta e gestione disonesta del denaro pubblico, ma tra gestione disonesta a fini di partito e gestione disonesta a fini privati Allo stesso modo i comunisti avevano tranquillamente incassato quattrini provenienti da Mosca e lucravano percentuali sull'export-import con i paesi dell'Est. Che poi, nell'arraffa arraffa pubblico, potessero trovare posto anche colpi di manolesta privati era immaginabile e inevitabile. Impinguato e ammorbato dal metano, inquinato dal tabacco o dalle banane o dagli aerei, il Palazzo non era e non fu mai di vetro, né allora né dopo. Intanto, mentre in Italia il centro sinistra faceva il suo inglorioso percorso, in Cecoslovacchia si era ormai avviata, guidata da Dubcek, la coraggiosa linea politica nota come la Primavera di Praga, a Parigi così come in Italia infuriavano le manifestazioni studentesche, in California veniva assassinato Bob Kennedy. L'inettitudine dei politici nostrani a ben governare il Paese emerse nettamente in questa seconda metà degli anni '60: dopo un ridicolo governo balneare monocolore, il centro sinistra risorse affidato a Rumor, definito da Montanelli-Cervi personaggio da commedia goldoniana più che da tragedia contemporanea, sicuramente l'uomo più inadatto a fronte degli avvenimenti in corso: La contestazione studentesca, le agitazioni sindacali, la violenza crescente richiedevano un uomo che le sapesse anche affrontare con piglio risoluto, per impedire che il paese entrasse nel tunnel in cui effettivamente entrò e dal quale uscì, dopo prove tragiche, solo negli anni Ottanta. La contestazione studentesca si accese in Italia nel 1967 e divampò per oltre 10 anni. L'Università di élite degli anni '50 era divenuta a fine anni '60 università di massa, nel disinteresse delle autorità competenti e dei vari governi, che si succedevano a ritmi elevati. L'insegnamento era in mano ai baroni, per una parte dei quali la cattedra universitaria rappresentava un accessorio ornamentale (uno status symbol, ndr) dal quale riceveva prestigio la lucrosa attività professionale. Questo insegnamento era di basso livello sia per l'elevatissimo numero di studenti sia per l'inesistenza di efficienti attrezzature audio visive sia per l'aleatorietà della presenza dell'insegnante, che, in genere, non aveva alcun rapporto umano con i ragazzi. Per fronteggiare la situazione, il governo scelse, come quasi sempre avvenuto, la soluzione del facilismo. Mentre l'esame di maturità veniva svuotato di contenuti le Università aprivano i battenti a tutti i diplomati delle scuole medie superiori . Chi a Roma pensava con questo di aver spento la fiammata rivoluzionaria, lasciando intatti privilegi e abusi, si sbagliava: la maggioranza degli studenti voleva soltanto che venisse attuato un modo organizzato di frequenza e di studi nelle università, mentre gli studenti che promuovevano la contestazione non avevano a cuore l'università e tanto meno riforme efficientistiche. Volevano il trionfo dell'ideologia e della demagogia sullo studio. Era il Gran Rifiuto di Marcuse. Nel '67 furono volta a volta occupate, sgomberate, rioccupate la Sapienza di Pisa, Palazzo Campana a Torino, la Cattolica di Milano, e poi Architettura a Milano, Roma, Napoli. Nella facoltà di sociologia di Trento praticamente non si riuscì a tenere nessun corso (presto la storia della contestazione si intreccerà con quella del terrorismo ). I vecchi organismi rappresentativi studenteschi furono rinnegati e spazzati via, sovrana era l'assemblea L'estremismo diventava delirio Montava la colossale sbornia provocata da un cocktail ideologico nel quale Marx e Marcuse, Ho Ci Min e il Che Guevara, Rudi Dutschke, Freud, Mao e un operaismo fumoso si mescolavano disordinatamente. Per i professori erano tempi di umiliazione e d'abdicazione o di rischio (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 448-449). Naturalmente le forze di polizia erano chiamate ad un duro lavoro vituperate ed offese da tutti i sinistri compresi quelli governativi e dalla stampa socialcomunista. Mi piace qui riportare una voce isolata, che si levò da sinistra in difesa delle forze di polizia, in occasione degli scontri di Valle Giulia in Roma; fu quella di Pier Paolo Pasolini, che, in opposizione a chi aveva visto in Valle Giulia un episodio della lotta tra lo Stato oppressore e il popolo oppresso, rovesciò giustamente i ruoli, indicando nel popolo i poliziotti umiliati dai figli di papà. In Francia, invece, ci fu la reazione della maggioranza silenziosa con una manifestazione imponente che altro non era che un plebiscito a favore del Gen. De Gaulle : fortunati i francesi che avevano un De Gaulle e non un Rumor e, accanto a quest'ultimo, tanti altri che non vale neanche la pena di nominare. In Italia i microrivoluzionari del movimento studentesco si esercitarono per anni a punzecchiare un potere debole e sfuggente come gelatina (denominato da Montanelli-Cervi muro di gomma, ndr) disposto ad incassare tutto senza che nulla riuscisse veramente a superarne la gommosa resistenza. Le università erano allo sbando per le intimidazioni studentesche e per le abdicazioni e la codardia di molti professori Al maggio studentesco, diventato contestazione permanente, si sommò l'autunno caldo (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 450 e seg.). Nell'occasione, si trattava del rinnovo contemporaneo di 32 contratti collettivi di lavoro: a tutto oggi, in Italia è una costante costringere i lavoratori alla lotta per ottenere il rinnovo dei propri contratti con i necessari aumenti, mentre per i privilegiati (politici, magistrati, grand commis, imprenditori pubblici, sindacalisti, ecc.), che di aumenti non avrebbero bisogno dato che dispongono, oltre che di ingiustificabili privilegi, di esagerate retribuzioni, peraltro immeritate a fronte del non favorevole rapporto costo-efficacia del loro operare, gli aumenti scattano periodicamente con varie modalità; si sa anche che fanno parte delle categorie del privilegio coloro che operano (spero che lavorino!) nei palazzi del potere quali la presidenza della Repubblica, il parlamento, il governo, tutti o taluni ministeri, la banca d'Italia, la corte costituzionale, la corte dei conti, i vari organi della magistratura, le regioni, le province, i comuni e non so quali e quanti altri enti. In tutto ciò si concretano, purtroppo, giustizia, uguaglianza, equità sociale vigenti tuttora in Italia, situazione riassumibile con il termine reale ed onnicomprensivo di Ingiustizia Sociale: ciò nonostante che il centro sinistra ed i comunisti abbiano occupato e governato la nostra Italia per vari decenni. Tornando all' autunno caldo, nell'occasione, sorsero i Comitati Unitari di base, che scavalcarono i sindacati, pretendendo salari uguali per tutti. Era questa una concezione grossolanamente mutuata dal maoismo, che indicava nel profitto una colpa, nella produttività un servaggio, nell'efficienza un complotto. La negligenza diveniva così un merito, il sabotaggio un giusto colpo inferto alla logica capitalista. Nella sostanza, non si trattava di una lotta per il contratto, ma di una battaglia politica. Quando le aziende tentavano di punire i facinorosi -lo fece la Fiat - si aveva una sollevazione sindacale e politica insieme: e il ministro del lavoro -nel caso specifico il democristiano della sinistra di forze nuove Carlo Donat Cattin (padre del noto brigatista, ndr)- interveniva per costringere l'azienda temeraria alla resa L'anno successivo -il 20 maggio 1970 (data luttuosa per l'Italia, ndr)- il Parlamento approvò lo statuto dei lavoratori . Gli emendamenti parlamentari furono del tutto peggiorativi. Le parti più equilibrate furono stravolte (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 452-453). La meritocrazia fu mandata in pensione! Le norme, in stretta sintesi e nella sostanza, proteggevano coloro che non si impegnavano nel lavoro e/o erano assenteisti, penalizzando così, direttamente ed indirettamente, i bravi lavoratori: fu l'avvio della crisi della competitività rispetto all'estero. Nonostante quanto emerso finora, la maggioranza degli italiani insistette nel dare il proprio voto a Dc e Pci.
L'Agosto 1969, con grave disdoro dei compagni italiani, segnò la fine della primavera di Praga, stroncata dai carri armati dell'Armata Rossa e dei paesi cosidetti fratelli.
In Italia, il clima sociale andava degenerando sempre più. Il 1969 si chiuse con la strage del 12 Dicembre, avvenuta a Milano in Piazza Fontana; i relativi procedimenti giudiziari si conclusero 16 anni dopo, partorendo il proscioglimento di tutti gli indagati dall'accusa più grave, con formula dubitativa. Le conseguenze di Piazza Fontana non si esaurirono con il citato lungo iter processuale. Sappiamo che nei giorni immediatamente successivi alla strage, furono arrestati molti anarchici, tra i quali ricordiamo Giuseppe Pinelli, sul quale, in Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 458), viene dato un giudizio molto positivo: un anarchico idealista: ma anche un galantuomo, un idealista sicuramente incapace di spargere sangue . Sappiamo che Pinelli morì mentre era in questura e sappiamo che il Commissario Calabresi non era presente al momento del fatto che provocò questa morte. Tuttavia, terroristi e sinistri individuarono nel Calabresi il responsabile e lo uccisero il 17 Maggio 1972. Un anno dopo una bomba lanciata da un altro anarchico esplose nella questura di Milano, durante una cerimonia commemorativa di Calabresi, provocando 4 morti e ben 45 feriti. Anche questa strage rimase un mistero, finché, nel luglio 1988, furono arrestati tre militanti di lotta continua, tra i quali il ben noto Sofri. Da parte della sinistra (di governo e non) si sostenne che i morti di Piazza Fontana avallassero le teorie mai confermate della strategia della tensione (ossia, come già accennato in precedenza, di un disegno razionale, perseguito dall'estrema destra per creare instabilità e paura nelle istituzioni e nei cittadini) e delle stragi di Stato, ordite addirittura dalle istituzioni (leggasi servizi segreti), il tutto per garantire il potere ai reazionari nemici del popolo. Nello stesso 12 Dicembre 1969, altri 5 attentati ebbero luogo in Roma, di cui due all'Altare della Patria (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pagg. 458-461). Prima di questi dolorosi eventi, un giovanissimo poliziotto (Antonio Annarumma) era stato ucciso a Milano in scontri di piazza. Il 1970 fu un anno terribile per tutta l'Italia con gravi episodi di violenza; particolarmente colpita Milano, a causa delle continue intemperanze degli estremisti di sinistra e di destra, tanto che il Prefetto, Libero Mazza, denunciò la difficile situazione dell'ordine pubblico in città, inviando un rapporto al ministro dell'interno. Questo ministro era un certo Reviglio; io non lo ricordo, ma certamente non possedeva la tempra di Scelba, anzi doveva essere un Don Abbondio, caratteristica comune, con qualche rara eccezione, a molti democristiani, che, oltre a governarci con pessimi risultati, non garantivano la sicurezza dei cittadini, nonostante fossero stati eletti e ricevessero laute prebende per fare anche questo. Quale fosse il livello del coraggio di questo Reviglio è dimostrato dal fatto che il rapporto del Prefetto fini in uno dei suoi cassetti.
Nel Luglio 1970, mentre il governo della repubblica era nell'usuale sonno, anzi era in letargo perché si trattava di un governo dimissionario, a Reggio Calabria si accese una rivolta popolare, con barricate e spargimento di sangue, contro la scelta di Catanzaro come capoluogo di regione. Per garantire l'ordine pubblico e ridurre il rischio di attentati ad obiettivi sensibili, a supporto delle forze di polizia, venne impiegato l'Esercito. La rivolta si placò nel corso del 1971, a seguito di provvedimenti dell'assemblea regionale che accontentò tutti i contendenti.
Un altro evento degno di nota del 1970 fu il golpe di Junio Valerio Borghese, detto dell'Immacolata perché fu avviato e si concluse nella notte tra il 7 e l'8 Dicembre. Si dice che esso sia stato solo un atto dimostrativo, tanto che durò solo qualche ora e pochissimi si accorsero dell'evento.
Il 16 Aprile 1971, un quotidiano romano rese pubblico il rapporto del Prefetto Mazza, provocando furiose reazioni nella sinistra e dintorni, soprattutto perché esso legittimava l'esecrata teoria degli opposti estremismi. Dall'inverecondo e settario schiamazzo giornalistico e politico della sinistra, si distinse un articolo apparso sulla Stampa a firma di Carlo Casalegno, dal titolo W il Prefetto, nel quale il giornalista metteva in evidenza, tra l'altro, che si rimproverava al prefetto di rivelarsi sollecito verso l'ordine pubblico, ossia di fare bene il suo mestiere. Casalegno pagò con la vita il suo coraggio, assassinato dai terroristi di sinistra, cioè da coloro cui i sinistri davano protezione e sostegno. Il Prefetto Mazza si dimise e Milano continuò ad essere martoriata dai cortei del sabato, dalle intimidazioni, dagli espropri proletari, dallo spadroneggiare dei katanghesi in eskimo alla statale e dai neofascisti in loden a San Babila. Il 12 Marzo 1972 è un'altra data da ricordare: il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli, dilaniato da un'eplosione, fu trovato ai piedi di un traliccio dell'alta tensione, nei dintorni di Milano, verosimilmente ucciso dallo scoppio dell'ordigno che stava predisponendo. Naturalmente, un gruppo di intellettuali sostenne, mentendo, che il collega bombarolo era stato assassinato; essi furono sbugiardati nel 1979, allorché alcuni brigatisti rossi svelarono la verità: Osvaldo (nome di copertura di Giangiacomo) era un rivoluzionario caduto combattendo.
Il muro di gomma, cui ho già fatto cenno, ormai coperto di fango, continuava ad incassare colpi senza alcuna attenzione alle conseguenze rovinose per l'Italia, anzi disinteressandosi dei destini del Paese e della collettività nazionale, essendo unico interesse dei nostri politici del sedicente arco costituzionale, con qualche rara eccezione, peraltro complice, il proprio personale interesse e/o quello del clan di appartenenza. In questo penoso quadro, il 1971, nel chiudersi, regalò all'Italia ed agli italiani la famiglia Leone al Quirinale (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pagg. 461-467 ).
Il terrorismo di sinistra nacque nelle università, nelle fabbriche, nella federazione giovanile del partito comunista. La lotta armata vera e propria iniziò nella primavera del 1974 e fu preceduta da una fase preliminare, detta propaganda armata, svolta, tra il 1970 ed il 1974, prevalentemente con distruzioni di mezzi e materiali, rapine proletarie, sequestri di persone. In Storia d'Italia di Montanelli-Cervi (Vol. 11°, pagg. 132-133), si legge che, tra l'inverno del 1971 e la primavera del 1974, le forze di polizia avrebbero potuto stroncare definitivamente la struttura terroristica che si andava organizzando, avendo individuato alcuni covi e diversi brigatisti. Esistevano, quindi, le condizioni tecniche per assestare il colpo di grazia al nascente terrorismo, ma mancavano le condizioni politiche. Alla sinistra legale non faceva paura il partito armato, ma la polizia armata, della quale, infatti, si chiedeva a gran voce, in cortei e manifestazioni, il disarmo. Tutti i firmatari di manifesti, tutti i politici timorosi di rimanere in retroguardia (e ve ne erano anche nello schieramento di governo e nella Dc) minimizzavano la minaccia delle fantomatiche brigate rosse ed enfatizzavano invece quella dei gruppi neofascisti o neonazisti. Questo schema obbligato tracciò una linea d'azione altrettanto obbligata per le forze dell'ordine e per la magistratura (all'interno della quale gli amici delle brigate rosse erano, se non numerosi, certo capillarmente disseminati un po' dovunque e molto attivi). Il governo, a sua volta, non ebbe il coraggio di agire nella direzione dello scontro per la neutralizzazione dell'eversione di sinistra, pur sapendo che quest'ultima era assai più pericolosa di quella di destra; questo atteggiamento remissivo determinò situazioni di particolare gravità e la perdita di vite umane. Il terrorismo, infatti, continuò a uccidere e ferire come a Piazza della Loggia a Brescia (28 Maggio 1974) con 8 morti e oltre un centinaio di feriti (mai accertata l'identità degli attentatori), come a Padova (17 Giugno 1974), ove furono assassinati due uomini del MSI, assassinio rivendicato dalle brigate rosse, come nella strage dell'Italicus a Bologna (3-4 Giugno 1974), con 12 morti e alcune decine di feriti (anche qui mistero sugli attentatori; le invocate responsabilità della destra non sono mai state accertate).
A metà degli anni '70, una ulteriore sciagura politica colpì l'Italia! Si trattò di un avvenimento infausto che rimarrà scritto a lettere cubitali nella storia della nostra Patria, a perenne disdoro della nostra classe politica e del governo di allora: questo governo firmò l'infame trattato di Osimo (10 Novembre 1975) con l'odiata Jugoslavia, rinunciando in via definitiva alla Zona B dell'ex Territorio Libero di Trieste e chiuse in maniera complessivamente molto svantaggiosa per l'Italia ogni contenzioso con la Jugoslavia. Fu un atto diplomatico preparato in gran segreto, per timore di reazioni negative dell'opinione pubblica, e ratificato solo dopo un tumultuoso dibattito in parlamento Fu un frutto avvelenato dell'avvicinamento all'area di governo del Pci fu anche il risultato della debolezza e scarsa coscienza nazionale del nostro governo L'Italia avrebbe avuto la possibilità di rimediare all'arrendevolezza del '75 al momento della dissoluzione della Jugoslavia (chiedendo) una parziale revisione del trattato come condizione preliminare al riconoscimento della Croazia e della Slovenia Invece il governo di allora lasciò che le nuove repubbliche subentrassero alla Jugoslavia senza pagare pegno (questa era la Dc, per nulla pensosa dell'interesse della Patria e di noi cittadini! ndr) (cfr. il Giornale, 27/09/2005, Trattato di Osimo: ora l'unica speranza è nell'effetto Europa, L. Caputo). L'articolista pone anche in evidenza che esiste una corrente di pensiero secondo la quale gli artefici del trattato sarebbero passibili dell'ergastolo ai sensi dell'art. 241 del codice penale e che, comunque, il trattato è stato un grave errore dovuto a valutazioni superficiali, per cui ora dobbiamo solo sperare nell'effetto Europa: ma possiamo credere in questa Europa priva di spina dorsale, che non sembra al momento avere prospettive di consolidarsi in una reale unione federale?
Ho fatto un cenno nelle pagine precedenti alla strategia indiretta e, a questo punto, posso approfondire il caso Italia. In Italia, negli anni '70 e primi '80, fu combattuta una guerra non convenzionale; è noto che questo particolare tipo di guerra, persegue lo scopo di creare insicurezza e paura nella popolazione, fiaccandone la tenuta morale e la fiducia nei propri governanti; per combatterla con efficacia e vincerla, costringe a mantenere in stato di permanente allarme ingenti forze di polizia, ad impiegare l'Esercito, a spendere risorse finanziarie consistenti per acquisire mezzi tecnologici adeguati e per condurre un'incisiva e ben articolata azione di contropropaganda. Tutto questo è avvenuto in Italia: però, per stroncare tempestivamente e senza troppi drammi il terrorismo nostrano, sono mancati nei nostri politici capacità, intelligenza positiva (da non confondere con furbizia), coraggio, senso dello Stato, amore per l'Italia; alcuni di loro sembra abbiano, addirittura, simpatizzato per le bande rivoluzionarie, a loro volta, agenti, fortunatamente per la nostra Patria, senza un piano unitario e coordinato da un centro di comando unico. Il Gen. Pietro Corsini, in merito al terrorismo italiano (cfr. Strategie Sovietiche e Risposte dell'Occidente, pag. 93 e seg.), oltre a quanto detto sopra, scriveva nel 1980: Per quanto riguarda in particolare l'Italia non intendiamo assolutamente affermare che esso (il terrorismo, ndr.) sia un puro frutto di importazione. Siamo, invece, convinti che esso sia dovuto a cause prettamente endogene, che hanno radici profonde nella crisi sociale, economica, politica, ideologica e culturale della società del nostro Paese. La sua virulenza la vastità e l'estensione della rete di clandestini, di fiancheggiatori e di simpatizzanti stanno a dimostrare l'esistenza di una pluralità di motivazioni per la sua nascita e di un terreno di cultura estremamente favorevole al suo sviluppo ed alla sua diffusione Tenendo conto di tutte le interpretazioni e le valutazioni del fenomeno, si riesce a comporre un quadro sufficientemente completo e convincente per poter affermare che il terrorismo ha trovato una lunga serie di motivi per nascere e svilupparsi nel tessuto della nostra società come un cancro subdolo, diffuso per progressiva metastasi, contro il quale il bisturi dell'azione repressiva non è sufficiente qualora manchi il concorso di un'azione corale di rigetto da parte di tutte le cellule dell'organismo. (Questo corale rigetto in Italia non si è manifestato, ndr). Secondo il Generale, il terrorismo va analizzato in una visione internazionale, riconoscendo che esso, godendo di appoggi e di impulsi esterni, deve essere inquadrato in un disegno globale di strategia indiretta, che tende alla destabilizzazione dall'interno delle nazioni interessate. Certamente, sotto questa prospettiva, l'Italia rappresenta in ogni caso un obiettivo molto importante e nello stesso tempo particolarmente facile: importante per essere la cerniera con l'Europa centrale del fianco Sud della NATO, un grande ponte nel Mediterraneo proiettato verso il Nord Africa ed il crocevia delle correnti conflittuali Est-Ovest e Nord-Sud; facile per la sua instabilità politica, economica e sociale. Un obiettivo, quindi, la cui scelta risponde ad uno dei principi classici dell'arte della guerra: l'attacco nel punto più delicato dello schieramento non ci sentiremmo di ipotizzare fantasiosamente una centrale occulta che muove e dirige le operazioni terroristiche nel mondo. Ma qualcuno dovrebbe tentare di spiegarci le lontane e oscure ascendenze dell'attentato a Giovanni Paolo II°, un Papa considerato troppo politico e troppo polacco, o l'uccisione di Sadat, un capo di Stato con gli occhi troppo all'Ovest, che voleva addirittura portare il suo Paese nell'Alleanza Atlantica una serie di indizi, di fatti oggettivi e di notizie documentate indicano che il terrorismo, quali che siano la nazione interessata, il colore (rosso o nero), le motivazioni (ideologiche, nazionalistiche o etniche) si avvale di collegamenti e di appoggi esterni e finisce per costituire direttamente o indirettamente, palesemente o in modo occulto, uno strumento di politica internazionale Ma se vogliamo impostare il problema con la dovuta chiarezza, dobbiamo anche riconoscere che gli stessi principi ideologici della dottrina marxista leninista non hanno mai subito deviazioni o mutamenti e le ricorrenti dichiarazioni ufficiali dei capi del Cremlino hanno sempre e ad ogni occasione indicato con estrema chiarezza quest'unico e fondamentale obiettivo: instaurare il comunismo nel mondo con ogni mezzo. Il terrorismo rappresenta uno di questi mezzi . In un suo intervento nel trentennale dell'Alleanza (cfr. Strategie Sovietiche e Risposte dell'Occidente, pag. 97 e seg.), Antonio Lombardo, esaminando la storia politica europea, ebbe ad affermare che l'ideologia delle brigate rosse rappresentò l'esasperazione dell'estremismo di sinistra e l'attacco ossessivo a ogni istituzione democratica. In Italia come in Germania, il goscismo, sconfitto nelle piazze nel 1968-69, si propose una strategia di lunga marcia attraverso le istituzioni L'ideologia antidemocratica e antistatuale doveva essere predicata dalle cattedre dell'insegnamento di Stato, dai libri di testo del circuito educativo pubblico, dai mass-media pubblici oltre che da quelli della contro cultura; magistrati potevano interpretare i codici per difendere le forze anti istituzionali dei cosiddetti movimenti, anziché le leggi dello Stato democratico. In Germania questo disegno è fallito ... La lunga marcia attraverso le istituzioni è invece riuscita in Italia e le ideologie estremiste, specie quelle gosciste, hanno man mano acquisito una presenza capillare nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nel sindacato, in alcuni giornali e radio private, per non parlare dell'influenza esercitata da settori goscisti anche all'interno dei partiti presenti in Parlamento (gruppo Mancini già segretario del Psi, sinistra comunista, sinistra cattolica), e poi dai mass media pubblici, dal cinema sovvenzionato dallo Stato e così via In Italia le Br, durante la fase del compromesso, si autodefinirono veri comunisti, definirono burocrazia sindacale la Cgil, autonomi la fascia giovanile estremista e filo terrorista, berlingueriani i comunisti ortodossi. Volevano tallonare il Pci con il progetto di spingerlo al governo e, poi, di incalzarlo con azioni violente e screditarlo fra le masse, per arrivare o a un vero regime comunista, o a un riflusso brusco del Pci all'opposizione, analogamente a quanto si proponevano i Montoneros in Argentina e il Mir (Movimento de Izquierda Revolucionaria) nel Cile di Allende (1971-73). Il rapimento Moro si inquadrava in questa strategia il fatto in sè poteva accelerare il compromesso storico; (tanto è vero che si determinò in parlamento e nelle piazze una linea d'azione unitaria Dc-Pci) Moro poteva essere trasformato nel martire del compromesso storico Durante il rapimento Moro apparve tuttavia un secondo tipo di uso politico dell'azione terrorista. In quella occasione il Psi di Craxi aveva scelto il tema della trattativa/non trattativa per staccarsi clamorosamente dalla grande coalizione, attaccare la dirigenza Dc e i comunisti. Le Br allora usarono il tema della trattativa per esasperare i contrasti fra le forze politiche . Riassumendo, si può dire che già nel 1978 erano dispiegate tutte le grandi direttrici di azione e tutte le opzioni strategiche e tattiche dei brigatisti; più precisamente:
l'attacco al cuore dello Stato, con uccisione di magistrati, carabinieri, poliziotti, al fine di statuire il mito della loro invincibilità, demoralizzare le forze dell'ordine, puntare al passaggio alla guerriglia vera e propria
l'attacco alle strutture economiche, con sabotaggi nelle fabbriche, incendi, reclutamento e propaganda nei luoghi di lavoro e preparandosi, in caso di partecipazione comunista al governo, a insurrezioni popolari di pressione su un governo col Pci dentro (modello Montoneros e Mir )
l'attacco diretto ai partiti, attraverso ferimenti ed assassinii di dirigenti periferici, di consiglieri comunali, di Moro
il tentativo di favorire spaccature tra i partiti, e quindi una paralisi nell'azione della maggioranza di governo
Le Br nascono dai Gap di Feltrinelli. Quest'ultimo, amico di Castro fin dal 1967, tenta di introdurre in Italia la lotta armata. Conta sui vecchi quadri stalinisti dell'apparato paramilitare del Pci capitanato da Secchia Secchia introduce Feltrinelli a Praga dove lavorano diversi antichi partigiani Fin qui siamo ai dati certi, mentre tutto il resto è documentabile solo per deduzione. Quel che è certo in quanto deducibile dai documenti delle Br è che le prime Br, con Curcio, sono ideologicamente critiche nei confronti dell'Urss e della politica sovietica, mentre quando Moretti diventa il capo, viene meno qualsiasi critica Secondo alcuni, questa è una delle tante prove indiziarie che fanno ritenere che le Br siano state direttamente prese in mano dai servizi orientali.
Negli anni tra il '67 e il 73, tre conflitti si verificarono in aree contigue a quella di responsabilità della NATO: la guerra del 1967 tra Arabi e Israeliani che si risolse così rapidamente con la vittoria delle armi israeliane da prevenire qualsiasi azione concreta da parte di USA e URSS; l'invasione della Cecoslovacchia, nel 1968, da parte delle truppe del Patto di Varsavia, con la repressione della Primavera di Praga, in adesione al principio della sovranità limitata proclamato dai sovietici; la guerra del Kippur dell'ottobre 1973, iniziata di sorpresa da Sadat che, lavando l'onta del 1967 e restituendo agli egiziani la dignità e la fiducia in sé stessi, spianò la strada verso la pace con Israele, fondata sul diritto dello Stato ebraico ad una soluzione pacifica, giusta, globale e duratura del conflitto arabo-israeliano. Quest'ultimo evento dimostrò ancora che il controllo delle crisi in aree sui fianchi dell'Alleanza rimaneva prerogativa esclusiva delle due superpotenze e che la pace era garantita solo da quella situazione definita di immobilizzazione reciproca, conseguenza positiva dell'equilibrio nucleare. La guerra del 1973 ebbe conseguenze negative pesanti sulle economie dei paesi industrializzati, perché ad essa conseguì l'apertura della crisi energetica (il prezzo del petrolio salì da 3 a 12 $/barile nel Gennaio 1974): alcuni di questi paesi superarono più o meno rapidamente detta crisi disponendo e/o dotandosi di altre fonti di energia, quali le centrali nucleari; il nostro Paese, invece, non avviò programmi per la costruzione di queste centrali e, negli anni successivi, chiuse anche quelle poche già esistenti. Più nel particolare, in Italia, ove già negli anni '60, esauritasi l'energia vitale ed istintiva che aveva dato luogo, attraverso la ricostruzione, al miracolo economico, si era verificato un non trascurabile rallentamento del tasso di sviluppo ed era in atto una insuperabile crisi politica e sociale, si aprì un lungo periodo di pesante crisi economica. Questo periodo, prolungatosi fino ai primi anni '80, fu caratterizzato, oltre che da comportamenti politici e sociali non coerenti con il bene dell'Italia e dei suoi cittadini, da tassi di inflazione molto elevati (15-21%), che divennero nella pratica un limite alla crescita in termini reali del reddito. Detto per inciso, chi più soffrì di questa situazione furono le Forze Armate, le cui disponibilità di bilancio nel periodo 1970-80, valutate in termini di reale potere d'acquisto, andarono riducendosi anno dietro anno: questo costrinse il vertice militare, nell'indifferenza dei nostri governanti, a ristrutturare in termini fortemente riduttivi lo strumento operativo terrestre creando grosse preoccupazioni in ambito NATO, poiché allora le forze convenzionali costituivano pedine fondamentali per elevare la soglia nucleare, qualora la deterrenza fosse fallita. Conoscendo chi era allora al governo del Paese (nel 1973, Berlinguer del Pci, aveva lanciato la proposta del compromesso storico, avvio della lunga marcia del Pci per la conquista del potere in Italia, acquisito negli anni '90 e consolidato negli anni successivi), le Forze Armate non potevano aspettarsi altro che questo, con il conseguente decadimento della loro efficacia operativa, nonostante che il clima internazionale si mantenesse molto minaccioso, nonostante l'impegno assunto dal governo italiano a Washington, nel Maggio 1977, di aumentare annualmente del 3% in termini reali il bilancio della difesa, nonostante i notevoli incrementi annuali del bilancio dello Stato italiano e dei relativi deficit, nonostante che la politica sociale (giustizia, scuola, sanità, lavoro, redditi, ambiente, ecc.) non abbia fatto alcun progresso, tanto è vero che ancora oggi l'Italia è un paese dove giustizia, sicurezza, eguaglianza, equità sociale sono a livelli bassissimi e ciò è anche testimoniato dalle statistiche internazionali. Se la memoria non mi inganna, negli anni di cui si tratta, la politica cominciò a produrre deficit di bilancio pur se i vari, importanti, prioritari problemi dell'Italia non vennero mai affrontati o, comunque, rimasero irrisolti, mentre il ministero del tesoro, responsabile delle spese dello Stato e delle autorità decentrate, non risultava essere in grado di svolgere al meglio la fondamentale funzione del controllo, lasciando così che il deficit pubblico, grazie a politici irresponsabili, raggiungesse livelli record difficilmente recuperabili. Nel settore militare, inoltre, agli effetti negativi del processo inflazionistico e della minore disponibilità di stanziamenti si sommarono quelli conseguenti all'inevitabile aumento delle spese del personale e alla lievitazione dei costi di acquisizione e di esercizio dei sistemi d'arma e degli equipaggiamenti. Concludendo questa considerazione finanziaria, desidero ricordare che il miglior parametro per valutare lo sforzo militare effettuato nel tempo dall'Italia è dato dal confronto con il prodotto interno lordo (PIL), poiché esso indica la quota della ricchezza nazionale che viene destinata a spese per la difesa e costituisce un imprescindibile riferimento di ogni indagine sull'attività economica dello Stato e sui risultati di detta attività. I risultati del confronto riferito agli anni sopra indicati confermano quanto già posto in evidenza: il bilancio dello Stato e quello della Difesa, nel 1950, erano rispettivamente il 15,1% ed il 3,7% del PIL, mentre, nel 1980, il bilancio dello Stato era salito al 41,6%, e quello della difesa si era ridotto addirittura all'1,7% del PIL. La situazione del nostro Esercito richiedeva una incisiva modernizzazione degli armamenti e dei materiali, tenuto conto che la dottrina della risposta flessibile aveva esaltato il ruolo delle forze convenzionali, ove l'URSS vantava una superiorità allarmante e, in aggiunta, aveva superato gli USA in termini di disponibilità di armi nucleari strategiche, di teatro e tattiche. Il Comandante in Capo delle Forze Alleate in Europa (Gen. Bernard Rogers), in occasione del trentennale dell'Alleanza (cfr. Strategie Sovietiche e Risposte dell'Occidente, pag. 70 e seg.), evidenziò il declino delle capacità militari della Nato rispetto a quelle del Patto di Varsavia e denunciò la prassi dei rinvii, delle riduzioni e della cancellazione di programmi essenziali nella pianificazione delle forze, per cui la credibilità del deterrente atlantico andava diminuendo pericolosamente. Riporto ora alcuni concetti espressi dal Generale, quanto mai incisivi nel descrivere situazione e provvedimenti da attuare: abbiamo assistito all'ascesa dell'Unione Sovietica allo status di superpotenza, come risultato della sua crescita nel campo militare. Abbiamo visto emergere altri centri di potere nel Terzo Mondo come conseguenza dell'era della decolonizzazione. Vi è una grande disparità nelle capacità dei governi del Terzo Mondo di soddisfare le aspettative popolari o di regolare i conflitti sociali inerenti alla modernizzazione. Ciò significa che dobbiamo far fronte all'instabilità in aree vitali per il nostro benessere economico Abituati a decenni di prosperità in costante aumento molti nostri popoli appaiono ora riluttanti a fare i sacrifici necessari per rispondere alle sfide simultanee poste dal lento procedere della nostra economia (aggravato dai costi esorbitanti dell'energia e dalla crescente disoccupazione), dai bisogni del mondo in via di sviluppo e dalla crescente minaccia militare del Patto di Varsavia I discorsi che sentiamo sul pacifismo, sul neutralismo, sull'unilateralismo e sui loro presunti vantaggi sollevano una falsa divisione fra pace e libertà per la nostra Alleanza. Lo scopo finale di questi movimenti ben può essere la pace, ma sarà una pace senza libertà, senza i nostri diritti e i nostri valori ci troviamo di fronte a un'Unione Sovietica ancora tesa alla dominazione mondiale il potenziale militare sovietico ha raggiunto livelli preoccupanti rispetto all'Occidente Noi possiamo e dobbiamo costruire un deterrente efficace e possiamo e dobbiamo mantenere aperto il dialogo Est-Ovest In primo luogo dobbiamo trasmettere all'Est la consapevolezza della nostra decisione comune di invertire la tendenza attuale verso un crescente squilibrio di forze Parte della nostra gente sembra essere più spaventata dai nostri missili non ancora installati che da quelli sovietici già puntati verso di noi, che hanno reso necessaria la nostra risposta. (Su questo particolare problema sono lieto di constatare che la ferma posizione dell'Italia sulla installazione dei missili da crociera -Glcm: Ground launched cruise missiles- ha dato un valido esempio meritevole di essere seguito dagli alleati) Ma l'efficienza del nostro deterrente non può essere ottenuta soltanto con la retorica. Gli Stati Uniti e il Regno Unito stanno effettuando i passi necessari per ristabilire l'equilibrio delle forze nucleari strategiche, che costituiscono la garanzia ultima di dissuasione. Frattanto, innanzi tutto, dobbiamo procedere ad applicare la decisione della Nato del 12 dicembre 1979, circa la forza nucleare di teatro a lungo raggio -Lrtnf: Long range theatre nuclear forces. Questa decisione rifletteva un fermo impegno degli alleati: a superare un divario critico nello spettro del nostro deterrente; a negare ai sovietici un santuario da dove sferrare attacchi nucleari sul suolo dell'Europa occidentale; a fornire un segnale concreto dell'impegno della Nato circa la sua strategia della risposta flessibile (a segnalare) la nostra determinazione a intraprendere negoziati sul controllo degli armamenti nel settore delle forze nucleari di teatro, trattando da una posizione di fermezza e di forza . Rogers sottolineò, altresì, l'esigenza che l'ormai avvenuto risanamento dell'Europa dalle macerie della guerra consentiva l'attribuzione ad essa di una più accentuata porzione di responsabilità per la comune sicurezza. In merito alle forze convenzionali, il Generale così si espresse: Per quanto importante sia ristabilire l'equilibrio nucleare di teatro, dobbiamo renderci conto che siamo entrati in un'epoca in cui le nostre forze convenzionali giocano un ruolo più marcato nel fornire elementi deterrenti contro un possibile attacco da parte delle forze del Patto di Varsavia Costruire un tale deterrente convenzionale non significa che noi vogliamo cercare la superiorità convenzionale o almeno la parità non dobbiamo emulare l'Est in divisioni, carri armati ed aeroplani. Dobbiamo essere in grado di impedire che il Patto di Varsavia si elevi troppo al disopra delle (nostre) forze in tutti questi settori, al punto che la situazione militare diventi incontrollabile (Tutto ciò) rafforzerà la nostra possibilità di scongiurare la guerra Pertanto, la chiave per un futuro di pace nel quale possiamo rimanere liberi sta nelle mani dei popoli delle nostre nazioni.
Nel corso degli anni '70, si andarono concretando alcune iniziative tendenti a rafforzare la distensione, tra le quali spiccano per importanza (cfr. Luigi Valsalice, 30 anni di Alleanza Atlantica, pag. 110 e seg.):
l'Ostpolitik della Repubblica Federale di Germania, che nella sostanza tolse al blocco orientale un elemento di coesione contro qualcuno, ponendo fine non alla Guerra Fredda, ma al 2° Conflitto Mondiale;
la Conferenza per la cooperazione e la sicurezza in Europa (CSCE), iniziata nel 1972 in Finlandia e conclusa 3 anni dopo con l'Atto di Helsinki, che, tra l'altro, poneva l'accento sul rispetto dei diritti dell'individuo. Essa, avendo come obiettivo gli aspetti politici della distensione, nell'ottica sovietica avrebbe dovuto sancire la conferma dello status quo in Europa, ma non vi fu alcuna sanzione al riguardo;
i negoziati per la riduzione mutua e bilanciata delle forze (Mbfr), avviati, in concomitanza con la CSCE, per affrontare il tema militare, strettamente connesso con la distensione. Al riguardo, l'URSS mirava a riduzioni quantitative in percentuali identiche tra i due blocchi, mentre la Nato intendeva riduzioni bilanciate per conseguire un vero equilibrio delle forze, anche per compensare i vantaggi geografici del Patto di Varsavia;
l'allargamento della Comunità Economica Europea;
l'evoluzione dei rapporti tra Mosca e i partiti comunisti occidentali, con l'affermarsi del fenomeno dell'eurocomunismo.
Persisteva, contemporaneamente, al di fuori dell'area europea, sullo sfondo di queste iniziative, l'attivismo sovietico nel Medio Oriente, nell'Africa a nord e a sud del Sahara e dovunque possibile per utilizzare a proprio favore l'importantissimo evento degli anni '70, rappresentato dall'ingresso sulla scena mondiale del Terzo Mondo, costituito da paesi, in larga maggioranza in via di sviluppo, ma ricchi di materie prime e, quindi, possibile fattore di condizionamento delle economie e della politica dei due blocchi, come già messo in evidenza prima: il Mediterraneo, il mondo arabo, l'Africa continuarono a costituire il centro di gravitazione della manovra di strategia indiretta dei sovietici, basata sull'economia, sull'ideologia, sulla sovversione, volta ad accerchiare da sud la fortezza europea. Sulla base di queste considerazioni, l'Amm. Baratelli, definì la sovversione ed il terrorismo la quarta dimensione della minaccia rivolta verso l'Europa, in aggiunta a quella costituita dalla già illustrata triade. Anche l'occupazione dell'Afghanistan (27 Dicembre 1979) era in linea con gli scopi sopraindicati, tenuto conto che consentiva ai sovietici di esercitare una minaccia concreta sul Medio Oriente, cioè su una regione le cui risorse erano e sono indispensabili al mondo occidentale.
Torniamo ora in Europa per parlare delle armi nucleari di teatro, chiamate anche euromissili o eurostrategiche perché, per gittata e dislocazione, erano dirette a colpire solo l'Europa, ferma restando l'immobilizzazione reciproca vigente tra le due superpotenze dovuta alle armi nucleari strategiche. Di qui l'attenzione particolare posta dai sovietici su queste armi di teatro, che avrebbero potuto costituire per loro la carta vincente della Guerra Fredda. In sostanza , l'URSS era in grado di colpire con questi missili, collocati al di quà e al di là degli Urali, qualsiasi obiettivo dell'Europa occidentale e di acquisirne, con le forze convenzionali, il territorio fino all'Atlantico: ciò perché l'Armata Rossa non solo godeva, nel rapporto delle forze convenzionali con le analoghe forze occidentali, di una superiorità schiacciante, ma era caratterizzata, altresì, da elevatissima prontezza operativa. Nel quadro generale europeo, ciò significava efficace dissuasione preventiva nei riguardi di tutti i paesi europei, satelliti, neutrali scandinavi, inquadrati nella NATO. Il Gen. Umberto Capuzzo (cfr. Strategie Sovietiche e Risposte dell'Occidente, pag. 57 e seg.), in occasione del trentennale della NATO, valutando la componente militare nella politica sovietica e facendo seguito a considerazioni sulla capacità operativa dell'Armata Rossa, affermò: Ma al di là dell'opzione in termini operativi, che è certamente quella estrema, cui la stessa dirigenza sovietica non ritiene di dover ricorrere a cuor leggero, la componente militare risponde anche ad altri scopi. Innanzitutto, la sua elevata consistenza ed i costanti miglioramenti di cui fruisce, costringono gli europei ed i loro alleati d'oltre oceano a sforzi notevoli per reggere il confronto. Questi sforzi incidono sulle possibilità di sviluppo in altri settori (ne deriva per l'Europa, ndr) la necessità di scegliere, nell'allocazione delle risorse finanziarie fra benessere e sicurezza. Ne derivano, in campo europeo, divergenze di opinioni e di modalità operative e perciò divisioni Sono divisioni che si ripercuotono sull'intero schieramento occidentale, non potendo gli Stati Uniti rinunciare al loro ruolo nel mantenimento degli equilibri internazionali Ed ecco che, per altra via, la componente militare sovietica -per il semplice fatto di esistere e di imporre alla controparte contromisure non certamente popolari- finisce con l'assolvere, già in situazione di pace, un suo ruolo strategico. Alla tradizionale funzione dissuasiva sul piano militare si assomma una nuova funzione dissuasiva sul piano psicologico. Da qui due eventi che non vanno certamente sottovalutati: l'insorgere ed il proliferare di movimenti pacifisti che finiscono con il fare il gioco di chi già dispone di un terrificante arsenale nucleare; le incertezze, le titubanze ed il rifiuto di taluni Stati in merito al grande problema della dislocazione delle forze nucleari, nel timore di un coinvolgimento che egoisticamente si vuole evitare, incertezze, titubanze e rifiuto, ai quali danno forza dichiarazioni e promesse della controparte, specie se autorevoli come quelle di Breznev al XXVI Congresso del Pcus (Noi non impiegheremo le armi nucleari verso quei paesi che non permettono lo stazionamento di tali armi sul loro territorio). Dal fatto, poi, che il tenere il passo con loro sia difficile e costoso -e comunque non garantisca una sicurezza assoluta- i sovietici intendono partire per dimostrare agli europei un'altra verità: quella dell'inutilità del mantenimento di un apparato di difesa. (Di conseguenza) è anche inutile mantenere sul proprio territorio forze straniere ovviamente quelle degli Stati Uniti. E se riuscisse a convincere gli europei l'Unione Sovietica avrebbe raggiunto il suo primo fondamentale obiettivo in campo militare A questo si collega un secondo obiettivo: incapace di difendersi, l'Europa avrebbe una sola possibilità, quella di farsi da parte nel confronto Est-Ovest, dando l'avvio alla dissoluzione dell'Alleanza Atlantica. Il Generale, in relazione alle prospettive di sviluppo della componente militare aggiunge: sembra logico ipotizzare che l'Unione Sovietica, sul piano militare, possa tendere al perseguimento dei seguenti obiettivi: impegno massimo nel mantenimento dell'equilibrio strategico nel confronto con gli Stati Uniti; ulteriore potenziamento delle forze convenzionali Accrescimento della prontezza operativa e della mobilità delle forze per assicurare una elevata capacità di intervento in qualsiasi area del globo; proiezione di una presenza operativa, consistente ed altamente qualificata, su tutti i mari. E' da presumere che, di pari passo, ogni attenzione venga dedicata all'accorta combinazione delle varie forme di strategia indiretta Al tempo stesso, però, sono da attendersi risultati concreti dall'imponente sforzo di ricerca e sviluppo, da tempo avviato con l'apporto, talvolta determinante, della stessa tecnologia occidentale La prevedibile utilizzazione dello spazio per fini militari dovrebbe dischiudere nuovi orizzonti sul piano operativo. Tutto questo accrescerà la minaccia nei confronti dell'Europa .
In merito agli euromissili, mi piace far parlare Lelio Lagorio, Ministro della Difesa tra l'80 e l'83, indimenticabile perché fu l'autore di una svolta nella gestione delle Forze Armate, attuando una vera politica militare strettamente collegata alla politica generale ed, in particolare, alla politica estera; Lagorio avviò la ricostruzione delle Forze Armate, nel rispetto degli accordi internazionali, motivando il personale, promuovendo la programmazione interforze e garantendo i finanziamenti necessari a conseguire traguardi di efficienza operativa adeguati, grazie ai quali la nostra Patria riconquistò prestigio e stima in ambito NATO e nel Mediterraneo, in Africa e nel Medio Oriente. A noi, Ufficiali e Sottufficiali, nonché ai nostri bravissimi Soldati di leva, egli restituì l'Orgoglio di servire in Unità operative efficienti, grazie ad una logistica funzionante, ove le disponibilità di bilancio ci consentivano di addestrarci costantemente e con efficacia, ponendoci così in grado di fronteggiare qualsiasi evenienza per la difesa della nostra Patria e per interventi a favore della collettività nazionale. Posso dire, avendo effettuato, dopo la Scuola di Guerra e dopo ogni periodo di comando, il mio servizio negli Stati Maggiori della Difesa e dell'Esercito sempre nel settore della pianificazione e programmazione finanziaria, che, prima e dopo questo Ministro, per le Forze Armate è stato il buio. Veniamo ora agli euromissili. Partendo dall'origine del problema, Lagorio nel suo libro L'Ora di Austerlitz. 1980: la svolta che mutò l'Italia (pag. 137 e seg.) racconta: Nel 1976, mentre gli Stati Uniti erano ancora tramortiti dalla bruciante sconfitta in Vietnam i capi del Cremlino avevano deciso di dotare l'URSS di una nuova e terrificante arma nucleare: i missili SS-20 Era un'arma che sottolineava un cambiamento di disegno strategico dell'URSS Portando in linea questi missili, il Cremlino rafforzava il suo arsenale offensivo, ma, soprattutto, inviava a Washington un messaggio che poteva risultare suggestivo con gli SS-20 avvertiva il presidente americano Carter che l'URSS era pronta a rinunciare alla guerra totale con l'America ma l'America doveva fare qualcosa bastava un'attenuazione dei suoi legami con l'Europa occidentale. In fondo tale scelta poteva rientrare nel suo interesse. Se un conflitto Est-Ovest si dovesse rendere inevitabile -ecco il messaggio sovietico- limitiamolo al territorio europeo. Niente ordigni termonucleari contro gli Stati Uniti, armi atomiche soltanto in Europa e per l'Europa Ma -ecco il nuovo disegno politico del Cremlino- gli SS-20, tenendo sotto tiro tutte le nazioni democratiche dell'Europa dell'ovest, avevano due obiettivi: o distruggere l'Europa occidentale o convincerla che bastava uno status di neutralità nella competizione mondiale USA-URSS La finlandizzazione era il prezzo per la pace generale Bastava che gli Stati Uniti accettassero di uscire di scena dall'Europa e di spartire l'universo alla pari con l'URSS. In Occidente il primo a reagire fu il cancelliere tedesco Schmidt La Germania propose una risposta dell'Occidente unito, adeguata anche sul piano militare. Il Presidente Carter aderì e offrì agli europei due soluzioni: o gli euromissili (missili Pershing2 e Cruise) o la Bomba N (l'arma ai neutroni che spegne la vita, ma lascia intatte le cose). Al vertice occidentale (isola di Guadalupe, 1978), furono scelti gli euromissili. A quel vertice l'Italia era assente. Non era stata convocata. All'Italia del compromesso storico gli alleati non se la sentivano di fare buona accoglienza né di raccontare i loro segreti. Il profilo internazionale dell'Italia era allora molto giù La Germania non intendeva apparire come lo Stato che (accettando gli euromissili nel suo territorio, ndr) da solo provocava l'URSS Schmidt fu esplicito: non la Francia, non la Gran Bretagna perché sono già due potenze nucleari Restava l'Italia. O l'Italia o nulla. Ma l'Italia era un problema. Lungamente negletta sullo scenario mondiale perché debole e a volte passivo partner, militarmente negligente, estromessa dai vertici delle maggiori potenze, l'Italia era difficile da classificare come un alleato sul quale contare in una partita gigantesca La sorte volle che in quel tempo cambiava il quadro politico italiano e che nuove forze politiche e nuovi uomini si facevano avanti con nuovi progetti e nuove volontà il compromesso storico cedeva il passo ad un diverso schieramento fondato sulla Dc e sul Psi decisi a mutare strada E' noto come sono andate le cose il Psi propose che l'Italia stabilisse il principio che all'URSS andava offerta una tregua e se il Cremlino avesse arrestato il suo riarmo atomico e avesse accettato un piano di graduale disarmo nucleare l'Italia si sarebbe ritirata dal progetto degli euromissili. Era la cosiddetta clausola dissolvente, che fu approvata dal parlamento italiano (6 dicembre 1979) e, più tardi (1981), sempre a richiesta italiana si trasformò in Opzione zero (via tutti gli euromissili dall'Europa). Divenne l'idea forte dell'Occidente e risulterà vincente nel 1987 con la firma del trattato Reagan-Gorbaciov. Naturalmente, i comunisti si opposero con ogni mezzo, mobilitando le piazze ed i movimenti pacifisti. In campo internazionale, fu un gran momento per l'Italia.
Sempre negli anni '70, cominciarono a emergere nell'URSS i primi segni delle difficoltà che preoccupavano il gruppo dirigente sovietico; si andava infatti incrinando il rapporto di fiducia nei riguardi dei paesi satelliti, la cui fedeltà cominciava ad essere messa in dubbio, mentre andavano emergendo problemi interni di non facile soluzione, centrati principalmente sulla successione del gruppo dirigente e sulla sempre più difficile situazione economica causata da fallimenti delle programmazioni quinquennali, da deficienze di management, da scarsa produttività della manodopera, da insuccessi nella produzione agricola ed altri motivi. Credo sia stata anche la consapevolezza di queste difficoltà che indusse gli Stati Uniti ad impegnare l'URSS in una corsa all'utilizzazione militare dello spazio. Dice al riguardo Lagorio: La sfida degli euromissili innescò un'altra sfida Il presidente americano Reagan intravide che mostrando all'URSS la straordinaria superiorità che gli Stati Uniti potevano conseguire in ogni campo, anche nel settore sofisticatissimo e avveniristico del cosiddetto scudo spaziale, poteva costringere i capi del Cremlino al negoziato e in sostanza alla resa. Fu quel che avvenne. Gorbaciov, salito al potere a Mosca dopo il ventennale predominio di una casta di vecchi burocrati e di esponenti del blocco industriale-militare, capì che la sfida era perduta e tentò di salvare il salvabile cercando di riformare l'URSS. Ma era impresa infernale e forse era tardi. L'impero sovietico, minato al suo interno da infinite contraddizioni economiche, sociali e nazionali, andò in frantumi a cavallo degli anni novanta. Fu la fine della Guerra Fredda durata più di 40 anni.
Ed ora vediamo cosa avvenne in Italia negli anni '70, oltre quello di cui ho fatto cenno nelle pagine precedenti e che riprenderò solo se sarà necessario nel contesto di questa esposizione. Alla nostra attenzione si presenta l'usuale spiacevole panorama politico e sociale, caratterizzato da una instabilità ormai consolidata, la cui causa ed origine trovasi nella Costituzione della Repubblica; quindi, la responsabilità dell'ingovernabilità del sistema Italia, oltre che all'inidoneità delle nostre elites, politiche e non, risale anche all'assemblea costituente, che elaborò l'attuale Costituzione (vds. pag. 9 del presente documento). Detta instabilità fu resa più grave dal fattore terrorismo, esploso grazie all'insipienza dei nostri governanti, e dalla ormai pesante situazione economica, accentuatasi a seguito della già ricordata crisi petrolifera, conseguenza della guerra del Kippur. Al fine di non essere accusato di malevolenza verso i democristiani e i loro accoliti, del resto giustificatissima per i danni procurati all'Italia, cito Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 472 e seg.): Il colpo assestato all'Italia dalla crisi petrolifera s'era sommato a precedenti dissennatezze e imprevidenze nella gestione economica. Il declino produttivo e il degrado della lira erano implacabili e l'inflazione avrebbe presto raggiunto il tasso del 20 e più per cento annuo. All'erosione del potere d'acquisto corrispondeva un diffuso disagio sociale, che si traduceva in conflitti di lavoro, che avevano motivazioni serie e ragionevoli, ma venivano interpretati dalla sinistra e dai sindacati in chiave ideologica La difesa dell'occupazione, che era difesa della sopravvivenza d'ogni azienda, anche se decotta e agonizzante, fu uno dei maggiori ostacoli alla creazione di nuovi posti di lavoro Un carico parassitario immane gravava sulle aziende private e, ancor più, sulle aziende di Stato. Il deficit pubblico diventò voragine: esso, che rappresentava nel 1969 il 3,1% del PIL, nel 1973 ne divenne il 7,1%. Analogamente il debito pubblico assumeva dimensioni immani (e le ha mantenute, progredendo anzi in questo processo di elefantiasi perniciosa). Mentre ancora nel 1973 su cento lire di entrate pubbliche 7 erano destinate a pagare gli interessi del debito, nel 1980 le lire destinate a pagare gli interessi erano 16. L'Italia avrebbe avuto bisogno d'una guida salda e coerente ed era, invece, affidata ad una guida di breve corso e di lieve peso Era sempre tempo di scandali. Un tempo che non ha pause nella politica italiana. Ma gli scandali di questi anni s'innestarono su una situazione già così deteriorata -dal punto di vista dell'ordine pubblico, dal punto di vista economico, dal punto di vista delle alleanze politiche- che il loro impatto ne fu moltiplicato. Tra questi scandali, su cui è inutile soffermarsi, emerge per importanza quello relativo all'acquisto degli aerei militari da trasporto C130 Hercules; i fatti, al riguardo, sono noti e, quindi, sorvolo su di essi.
Gli anni '70, come ho già accennato, sono stati molto difficili per le Forze Armate. Il riordinamento in termini riduttivi, attuato a partire dal 1975, fu molto ampio e doloroso soprattutto per l'Esercito, che si ridusse di circa un terzo con il massiccio scioglimento di unità operative di grandi e nobili tradizioni. Ma avvenne anche un miracolo. La Difesa propose che a base del riordinamento delle Forze Armate e come condizione della sua realizzazione concreta ed efficiente fosse posta una ben precisa ipotesi finanziaria, centrata sulla garanzia di assegnazioni annuali ordinarie pari a quelle del 1975 in termini reali e sulla completa realizzazione di programmi di ammodernamento associati a finanziamenti straordinari fissati con legge: il miracolo è rappresentato dall'approvazione, da parte del parlamento, di queste preziose leggi chiamate promozionali e dall'accettazione, in ambito politico, dell'ipotesi finanziaria nel suo complesso, al fine di non vedere vanificati gli scopi che si volevano perseguire con dette leggi. Queste costituirono un momento molto importante nel contesto delle vicende finanziarie delle Forze Armate: grazie ad esse, la Difesa ha potuto avviare un serio e fattivo discorso sulla pianificazione delle armi e dei mezzi. In particolare, la legge promozionale dell'Esercito fu originata dall'accertata urgenza di porre rimedio alle gravissime lacune esistenti in settori operativi prioritari, non fronteggiabili con le disponibilità, costantemente insufficienti, del bilancio ordinario e rispondeva all'esigenza di compensare con incrementi di qualità la forte contrazione delle forze conseguente alla ristrutturazione, affinché lo strumento operativo terrestre riacquistasse in circa un decennio, con tali finanziamenti straordinari e con quelli adeguatamente crescenti del bilancio ordinario, toni di efficienza ed efficacia operativa accettabili. Nella realtà, la Difesa continuò a soffrire per la penuria dei finanziamenti ordinari fino al 1980 compreso, allorché, per sua fortuna, divenne Ministro della Difesa Lelio Lagorio.
Nel 1976, il 6 Maggio e l'11 Settembre, terrificanti scosse sismiche sconvolsero il Friuli. Nel volume, Il 5°Corpo d'Armata. La Storia, che feci elaborare e stampare in occasione del 135° Anniversario della costituzione del Corpo d'Armata, durante il mio periodo di comando di questa Grande Unità, si legge al riguardo: Tragico fu il bilancio: oltre 1000 le vittime, decine di migliaia i feriti, interi paesi distrutti, collegamenti stradali e ferroviari e sistemi di telecomunicazione interrotti Il contributo offerto dal 5° Corpo d'Armata, in questa drammatica circostanza, fu imponente le Divisioni Mantova, Folgore e Ariete e le altre unità del Corpo d'Armata, tra cui, in particolare, le unità del Genio, operarono con professionalità, slancio ed estrema abnegazione. I Centri operativi, istituiti per fronteggiare l'emergenza, furono chiamati a svolgere una vasta ed impegnativa azione di coordinamento, in un primo tempo delle più urgenti operazioni di soccorso e, in un secondo tempo, di tutte le attività di concorso alle popolazioni civili, intese a ripristinare, nelle varie forme, le essenziali condizioni di vita dei paesi sinistrati. Nel quadro di tali interventi, le Unità del Genio del 5° Corpo d'Armata provvidero allo sgombero e alla rimozione delle macerie, alla demolizione, con impiego di esplosivo, di grossi manufatti, alla costruzione di strade, al gittamento di ponti, a sistemazioni idrauliche ed idriche ed alla messa in opera di circa 1800 prefabbricati per i senzatetto. Tengo, altresì, a ricordare che, nell'occasione di questa catastrofe nazionale, la NATO mise a disposizione del governo italiano il proprio sistema di comunicazioni e coordinò, d'intesa con le autorità italiane, gli aiuti forniti in uomini e mezzi dai paesi alleati. Il concorso espresso in forma così consistente ed organizzata, oltre a rinsaldare il senso di solidarietà e l'integrazione del Corpo d'Armata nel tessuto sociale della comunità friulana, ebbe sviluppi positivi di significativa importanza. Innanzi tutto, l'esperienza acquisita consentì di perfezionare lo strumento militare per interventi di emergenza, in secondo luogo, la comunità nazionale prese conoscenza e coscienza delle possibilità e, soprattutto, dello spirito che anima le Forze Armate. Possibilità e spirito che ben presto furono messi nuovamente alla prova. Infatti, un'altra grave sciagura colpì l'Italia il 23 Novembre 1980: fortissime scosse telluriche provocarono terrore e morte in Campania e Basilicata. Ancora una volta l'Esercito intervenne immediatamente. Il 5° Corpo d'Armata fece la sua parte impiegando, in periodi successivi, oltre 1000 fra Ufficiali e Sottufficiali e circa 5500 Soldati con 900 automezzi e mezzi speciali . Il sisma devastò un'area di 27000 kmq (contro i 2000 del Friuli), distruggendo e danneggiando 360 comuni (contro i 100 del Friuli). L'intervento dell'Esercito fu perciò molto ingente, come impiego di uomini, di mezzi, di materiali, ma, soprattutto molto efficace (riporto le parole del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito pro tempore; cfr. IL TEMPO, 06/02/1981, Nella guerra del terremoto grande il valore dell'Esercito, A. Passarelli), per l'azione umana svolta a favore delle popolazioni colpite dal sisma. Quella dei militari è stata una presenza assidua, costante: accanto ai sindaci per coordinare l'arrivo e la distribuzione dei soccorsi; accanto ai malati, nell'opera dolorosa del recupero delle vittime, nel rilevamento dei danni e per accertare l'agibilità degli edifici rimasti in piedi Tutto questo è stato possibile perché l'Esercito è una realtà diversa, efficiente, nonostante i limiti imposti dall'esiguità del bilancio; una realtà di cui fanno parte giovani entusiasti, purché responsabilizzati, e quadri preparati ed efficienti. Una organizzazione quella militare che non merita le critiche, ma la fiducia della Nazione. Non mancarono nel dopo terremoto gli abituali scandali made in Italy; ne L'Italia del Novecento (pag. 505) si legge: Il disastro divenne scandalo e divenne mistero, con la grande abbuffata dei partiti e dei capoccia di partito, nonché dei loro vassalli, vassallini e valvassori, tutti accorsi alla tavola imbandita degli aiuti ai terremotati e all'Irpinia. Sessantamila miliardi (di Lire, ndr) furono stanziati nel corso degli anni, quanti ne sarebbero bastati per far ricco ogni danneggiato.
Ritorniamo ora alla situazione politica illustrata da Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 478): Il 20 Giugno 1976, gli italiani avevano votato ancora massicciamente per la Dc, sia pure turandosi il naso, e avevano votato massicciamente anche per il Pci. Il compito di ricostituire il governo fu affidato ad Andreotti (lo nomino turandomi il naso e preciso che il voto non lo diedi a nessun partito dell'arco sedicente costituzionale, ndr), che, in uno dei suoi tanti trasformismi, era diventato l'interprete d'una sterzata di prima grandezza che, per la prima volta dopo il 1947, avrebbe riportato il Pci nell'area della maggioranza. Per raggiungere lo scopo suscitando il minor allarme possibile, Andreotti escogitò un inedito: la non sfiducia! Espediente politico e terminologico degno di stare alla pari con le convergenze parallele L'intera operazione, premessa alla solidarietà nazionale che avrebbe anche formalmente inserito il Pci nella maggioranza, ebbe un sicuro perdente, il Psi . L'ordine pubblico, intanto, continuava ad essere la cartina al tornasole dell'avvilente situazione della nostra Patria. Sangue, sangue anche se le Br parevano allo stremo In agonia erano i Nap Però nasceva Prima linea e il Movimento studentesco, in una sua recrudescenza fanatica e spietata, prendeva i connotati particolarmente truci di Autonomia. I cortei erano ormai reparti di armati, che reagivano agli interventi della polizia sparando e uccidendo. Questa trasformazione del Movimento fu realizzata nella primavera del 1977: gli eversori presero di mira anche il Pci, che da incendiario s'era fatto pompiere. Il partito armato, falcidiato nei ranghi, feriva, gambizzava, assassinava Non possiamo citare tutti gli episodi tragici di quel periodo sintetizzato in una terribile istantanea. A Milano (14 maggio 1977) fu ucciso il brigadiere Antonino Custrà un fotografo dilettante aveva fissato l'immagine di uno dei terroristi -il passamontagna sul volto, la pistola impugnata con entrambe le mani- che spara, mirando accuratamente, contro la polizia. Le pagine di cronaca del Corriere della Sera rifiutarono quello straordinario documento, senza dubbio perché ritenuto diffamatorio nei riguardi dei bravi ragazzi esuberanti e intemperanti che si permettevano qualche libertà con la polizia . Nel Marzo 1978, le Br sequestrarono Aldo Moro e due mesi dopo lo uccisero. I fatti sono noti e penso sia meglio stendervi sopra un velo pietoso, per carità di Patria. Qualche mese dopo (9 Luglio 1978) fu eletto presidente della repubblica Pertini, che subentrò al dimissionario Leone. Nello stesso anno si susseguirono sul soglio pontificio ben tre Papi: Paolo VI° morì il 6 Agosto 1978: Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 490) lo definiscono un Amleto della Chiesa, penetrante ed esitante, intellettualmente aristocratico e smanioso di popolarità, molto attento alle vicende italiane, ma risoluto ad accrescere la sensibilità e presenza internazionale della Santa Sede. Gli successe Giovanni Paolo I°, il cui pontificato durò soltanto 33 giorni: morì il 28 Settembre 1978. E giunse, finalmente, il 16 Ottobre 1978, l'ora del Grande Papa Polacco Carolus Wojtyla, che decise di chiamarsi Giovanni Paolo II° e fu, per la Chiesa cattolica, per la Cristianità, per il mondo, per i popoli oppressi dal comunismo e per i poveri oppressi e resi sempre più poveri dal capitalismo globale e senza regole di umanesimo, il Gigante Buono donato dal Cielo, che si erse in lotta continua contro lo sfruttamento, la povertà, le disuguaglianze tra gli esseri umani e tra i popoli, nonché contro ogni tipo di oppressione, fenomeni ormai planetari determinati e perseguiti dal potere politico ed economico, da considerare crimine contro l'umanità, per il modo in cui è stato ed è tuttora esercitato. Ne L'Italia del Novecento (pag. 495) si legge: Chi commentò, a caldo, l'avvento del Papa slavo, indugiò sul suo anticomunismo, che era evidente non percepì subito, invece, la connotazione terzomondista che questo pontificato avrebbe assunto. Al figlio dell'operaio di Wadowice non piaceva il sistema che opprimeva la Polonia, ma non piaceva nemmeno la società occidentale, forte, consumista, scettica, appagata. La fede si tempra nella sofferenza e, forse, per certi aspetti, la Polonia in cui s'è instaurata la democrazia e con essa l'economia di mercato va meno a genio a questo Papa, sorridente e severo, della Polonia in cui le Chiese erano il luogo di raccolta dei credenti, contro il nemico che da fuori poteva dare ordini ai carri armati, non alle coscienze. Intanto continuava, con gravi danni per l'Italia, la telenovela della politica italiana. Il governo andreottiano della solidarietà nazionale era entrato presto in apnea. I comunisti, che avevano fatto parte della maggioranza senza, tuttavia, occupare poltrone ministeriali, si dicevano stanchi di essere donatori di sangue Alla politique politicienne (la politica per la politica, cioè per il potere e basta) s'accompagnavano incessantemente le gesta dei terroristi nel 1979 fu toccato il record di 659 attentati. Eppure il declino era alle viste Nell'imminenza delle elezioni politiche ed europee (rispettivamente, 3 e 10 giugno 1979), le Brigate rosse vollero ancora una volta con un'azione sanguinaria e spettacolare, presentarsi come contropotere: la lotta armata come ripudio omicida della truffa elettorale. Il 3 Maggio 1979, un commando assaltò gli uffici della balena bianca in Piazza Nicosia a Roma, impadronendosi di documentazione varia; intercettati dalla polizia, uccisero nel conflitto a fuoco due agenti.
Gli italiani, nelle elezioni, punirono i due partiti maggiori, cosicché ebbe fine ingloriosa il governo della non sfiducia. Il 4 Maggio 1980 divenne Ministro della Difesa Lagorio: il suo esordio sulla scena costituì sotto tutti gli aspetti una vera e propria rivoluzione del modo di gestire la politica militare, una grande svolta nella politica generale del nostro Paese. Lasciate ora che apra una parentesi: ho avuto la fortuna di operare in ambito Stato Maggiore Difesa, successivamente al Comando dell'8° Pasubio in Banne, quale Capo Sezione Programmazione della Difesa, proprio nel periodo Lagorio. Egli ha rappresentato una ventata di operosità, di efficienza, di onestà intellettuale ed operativa ed ha lavorato per il bene dell'Italia e delle Forze Armate. Non intendo parlare di quanto fatto in tema di pianificazione/programmazione (è di quel periodo il primo tentativo interforze nel settore e l'impiego di procedure razionali di formazione del bilancio della difesa: la ben nota PTO-Programmazione tecnico-operativa). Desidero solo dire che gli Indirizzi di Politica Militare, presentati in Parlamento nei due mesi successivi alla sua nomina, evidenziarono che eravamo in presenza di un politico diverso da tutti gli altri; dimostrò, innanzitutto, di essere un patriota, animato nel suo fattivo ed incessante operare da alti ideali di Patria, consapevole dell'importante ruolo del sistema difesa, nel contesto della politica generale della Nazione, per garantire all'Italia prestigio e considerazione nell'Alleanza Atlantica, nel Mediterraneo, nel Mondo. Vorrei tanto illustrare a fondo questi indirizzi di politica militare, ma dirò solo che essi presentavano una diagnosi veritiera dello stato delle Forze Armate, sollecitavano una incisiva attenzione politica in tutti i settori dello strumento militare, sostenevano la necessità di finanziamenti annuali minimi in adesione all'ipotesi finanziaria posta a base della ristrutturazione (finanziamenti annuali pari a quelli 1975 in termini reali e realizzazione dei programmi previsti dalle leggi promozionali) e al rispetto dell'impegno assunto nel 1977, in ambito NATO, dell'incremento annuale del 3% in termini reali del bilancio della Difesa. Tutto ciò per consentire all'Italia di svolgere con efficacia e, quindi, credibilità il suo ruolo politico militare, considerato che la sua collocazione geopolitica ne faceva il bastione sud dell'Alleanza, non solo per la difesa avanzata, ma anche per contrastare ed impedire l'accerchiamento della fortezza Europa da sud. A tal fine, diceva Lagorio, la voce del nostro Paese deve farsi più autorevole. In merito a queste iniziative, egli, nel libro che ho già citato, scrive: Gli Indirizzi di Politica Militare fecero impressione alle Camere. Lessi l'interminabile rapporto davanti alle Commissioni parlamentari della Difesa Il Parlamento, in tema di Difesa, non era abituato a sentirsi prospettare verità imbarazzanti e a sentirsi proporre soluzioni fino a quel momento considerate inconcepibili. Con i nostri Indirizzi (pag. 47) il cosiddetto politicamente corretto veniva scompaginato Alla Dc spiaceva che il nuovo ministro avesse alzato il velo sul lungo primato dei cattolici (meglio dire democristiani! ndr) alla testa delle forze armate, evidenziando che a consuntivo della loro opera risultava che il Paese non disponeva di una difesa adeguata. A fine Agosto 1982, raggiunsi la Sicilia, ove assunsi il Vice Comando della Brigata Aosta e potei godere del particolare fervore operativo, che animava le Unità delle nostre Forze Armate dislocate nell'isola. Erano in atto le predisposizioni per garantire la difesa delle isole a sud della Sicilia: alla Brigata Aosta fu attribuita la responsabilità operativa dell'isola di Pantelleria, ove installammo un presidio militare permanente, a turno tra le compagnie dipendenti, con idonea autonomia logistica e con compiti di presenza, controllo del territorio, osservazione ed intervento contro sbarchi dal mare. Personalmente, sono stato, quindi, testimone di un momento felice per le Forze Armate, che purtroppo si esaurì pochi anni dopo l'uscita di Lagorio; è per questo che lo considero l'unico vero Ministro della Difesa che abbiamo avuto dal 1963 in avanti. Ero appena giunto in Sicilia che un evento terribile mise in luce, ancora una volta, il basso livello di senso dello Stato delle Istituzioni: il 3 Settembre venne ucciso dalla mafia il Gen. Dalla Chiesa. In Sicilia, la morte di uomini per mano di mafia non faceva più impressione a nessuno, perché tali morti, in genere uccisi nel famoso triangolo attorno a Palermo, costituivano la quotidianità della vita siciliana: era in corso una guerra fra cosche. Non poteva, tuttavia, non colpire negativamente l'opinione pubblica il fatto che un Generale, nominato Prefetto e inviato in Sicilia per combattere la mafia, fosse stato abbandonato alla mercè della mafia.
Nel panorama mondiale, qualche mese prima dell'invasione dell'Afghanistan da parte dei sovietici, il cui dinamismo globale si andava sempre più accentuando, si verificò la nascita della repubblica islamica in Iran: lo Scià, abbandonato al suo destino dagli Stati Uniti, ancora una volta in errore nelle loro valutazioni sulla vera essenza della democrazia, aveva lasciato il paese alla fine del 1978; ciò permise all'ayatollah Khomeini di instaurare un regime teocratico fondato sulla stretta osservanza del corano, che divenne un concreto riferimento per i gruppi fondamentalisti nei vari paesi mediorientali. L'effetto immediato per i paesi industrializzati fu un nuovo shock petrolifero, con ovvie conseguenze negative per l'Italia, particolarmente vulnerabile nel settore dell'energia. La situazione peggiorò ulteriormente allorché scoppiò la guerra tra Iraq ed Iran, che si protrasse per circa 8 anni. L'invasione dell'Afghanistan, da parte dell'URSS, con l'instaurazione di un governo filo sovietico avvenne due giorni dopo il Natale del 1979. L'Occidente insorse e promosse il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca, ma Breznev non se ne curò più di tanto. Nonostante le difficoltà interne, politiche ed economiche, queste ultime mascherate grazie alle ricchezze petrolifere, Breznev era convinto di vincere la Guerra Fredda, in quanto anche i paesi occidentali erano alle prese con gravi problemi economici e con il terrorismo: gli anni '80 smentirono questa previsione e la nuova classe dirigente, al potere a partire dal 1985, dopo la morte di Breznev (Novembre 1982) e dei suoi successori, trovò una situazione difficile e avviò la riforma del sistema URSS. Siamo giunti così agli anni '80, anni di profondi ed epocali cambiamenti sulla scena mondiale. Negli Stati Uniti, al Presidente Carter, il cui mandato è considerato, nel complesso, fallimentare, causa una forte compromissione del prestigio USA nel mondo e il declino dell'economia all'interno, successe Reagan the Great; si legge nella Storia d'Italia di Montanelli-Cervi (Vol. 11°, pag. 355 e seg.): (Reagan) fu un grande Presidente, perché -come avviene a chi non si ponga troppe questioni astratte- aveva in testa alcune idee e le attuò con la coerenza del credente. La prima, in politica estera, è che l'URSS non dovesse essere ammansita, ma sfidata intuì ciò che i dotti Soloni delle cancellerie negavano, ossia che l'URSS era un gigante dai piedi d'argilla e quel che ci voleva per farla precipitare non era la carota, ma il bastone. Alla rabbia e alla frustrazione degli americani Reagan rispose restituendo loro l'orgoglio e impegnando in una gara agli armamenti il colosso dell'Est In tutti i settori -compreso quello ipotetico e futuribile dello scudo spaziale, comunemente ribattezzato guerre stellari- Reagan annunciò la volontà di mantenere e accrescere la supremazia americana dove esisteva e di crearla dove mancava. Tra i cachinni sprezzanti dei guru intellettuali, il settantenne Reagan garantì che sarebbe vissuto abbastanza per assistere al crollo del comunismo. Fu buon profeta. In economia la sua ricetta fu liberistica fino all'oltranzismo. Tagli alle spese federali, riduzioni di tasse, amputazioni dello Stato assistenziale. Insomma, fiducia totale all'iniziativa privata. I suoi successi economici furono anch'essi appariscenti, ma meno unanimemente riconosciuti dei successi internazionali.
In Italia, intanto, il terrorismo continuava ad imperversare, producendo altre vittime, ma incontrava, finalmente, un sempre più deciso ed organizzato contrasto da parte delle forze di polizia. Il 2 Agosto 1980, nella stazione ferroviaria di Bologna l'esplosione di una bomba provocò 80 morti. Due terroristi di destra, sempre dichiaratisi estranei al fatto, furono condannati all'ergastolo, pur in assenza di prove certe. Nello stesso anno si ebbe la catastrofe di Ustica: dopo oltre venti anni non è stato possibile individuare con assoluta certezza le reali cause del disastro. Mentre in Polonia il sindacalista Walesa lottava contro il regime comunista, in Italia sindacato e Pci lottavano per impedire quella che chiamavano la restaurazione dei padroni nelle fabbriche (cfr. Montanelli-Cervi, Storia d'Italia vol. 11°, pag. 284 e seg.). Molti luoghi di lavoro erano diventati inaccessibili ai dirigenti, invivibili per i quadri intermedi. Nella massa operaia tranquilla ma apatica erano disseminati, seppure in piccolo numero -e con una grande capacità di imporsi- veri e propri professionisti dell'agitazione selvaggia. Si trattava spesso di giovani che consideravano il lavoro un'imposizione, la disciplina repressione e i capi alla stregua di Kapò da lager nazista. Questi ultras erano facili all'insulto e anche a menar le mani Fiutando il vento che cambiava, nell'ottobre del 1979 la Fiat aveva sospeso 61 dipendenti, imputando loro danni materiali e morali all'azienda, e mantenne la decisione e l'accusa nei vari gradi di una lunga procedura. Fu un significativo gesto di decisionismo recuperato. Successivamente si ebbe una schiarita nei rapporti tra governo e sindacati e tra questi e il padronato . Nel luglio 1980 fu firmato un accordo governo-sindacati per l'istituzione di un fondo di solidarietà alimentato con il prelievo dello 0,50% sui salari di tutti i lavoratori dipendenti. Berlinguer sconfessò i sindacalisti. la Fiat nel settembre 1980 dovette affrontare una seria crisi e pose in cassa integrazione decine di migliaia di dipendenti si arrivò allo sciopero generale e a manifestazioni particolarmente massicce ed eccitate Il momento era propizio per un tentativo padronale di riguadagnare terreno, dopo tante umilianti ritirate. Consapevole anche di questo Berlinguer impegnò nello scontro tutto il suo prestigio. Il 26 settembre 1980 era a Torino, per portare la sua solidarietà agli scioperanti fino ai cancelli di Mirafiori (promise tra l'altro, ndr) i comunisti faranno la loro parte Prima che fosse trascorso un mese dal suo avvertimento, 40mila quadri intermedi della Fiat sfilarono in imponente corteo a Torino chiedendo che il lavoro riprendesse normalmente Fu il segnale della resa sindacale La sconfitta era stata grave per il sindacato: gravissima per Berlinguer, che l'aveva scavalcato a sinistra, esponendo sé stesso e il Pci alla controffensiva dei quarantamila. Alle stragi e alle lotte sociali, si aggiungevano, immancabili, gli scandali. Tra questi, i più interessanti, per motivi diversi, furono l'affare Eni-Petromin e un non ben individuabile reato del governatore della Banca d'Italia pro tempore e di un suo collaboratore. Nel primo non vedo novità perché esso era collegato al fenomeno delle tangenti così diffuso e così inestirpabile in Italia, mentre il secondo riguardò due personaggi risultati privi di colpe, oggetto sembra di una bassa vendetta politica e completamente scagionati in istruttoria.
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