CINQUANTENNALE DEL 12° CORSO
DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA

SINTESI STORICO POLITICA DEL CINQUANTENNIO 1950-2000


IN QUESTO PERIODO ABBIAMO SERVITO LA PATRIA IN ARMI

GLI ANNI DELLA RICOSTRUZIONE. IL PATTO ATLANTICO E LA GUERRA FREDDA.

La seconda guerra mondiale terminò ufficialmente per l'Italia, il 25 Aprile 1945, ma, se si considerano gli eventi successivi a tale data, si può dire che il dopoguerra cominciò soltanto dopo la soluzione del problema istituzionale (2 Giugno 1946), la firma del trattato di pace (10 Febbraio 1947), l'estromissione dei comunisti e dei socialisti (costituenti il Fronte popolare) dal governo (31 Maggio 1947) e, ritengo di poter aggiungere, l'ingresso dell'Italia nel Patto Atlantico (4 Aprile 1949).
Un seppur breve cenno agli eventi di questo periodo è necessario, ponendosi essi quale preludio e condizionamento di quanto avvenuto nei successivi 50 anni , oggetto di questo documento.
Il risultato del referendum Istituzionale del Giugno 1946 vide prevalere di misura i voti repubblicani e porta con se' l'ombra di brogli elettorali. Non vale la pena, in questa sede, addentrarsi nelle vicende che contrapposero il Re Umberto II° ed il governo in carica, presieduto da De Gasperi; vi è però da dire che De Gasperi agì fuori dalle norme di legge, proclamando la vittoria della Repubblica senza attendere la proclamazione dei risultati da parte della Corte di Cassazione, come previsto dalla legge. Da parte sua, il Re prese la decisione meno traumatica per l'Italia, seppure la più dolorosa per lui, partendo per l'esilio senza abdicazione e senza passaggio di poteri, con un proclama agli italiani nel quale affermava (cfr. Montanelli-Cervi, “L'Italia del Novecento”, pag. 311) che “improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza”. Umberto II° spiegava di aver scelto l'esilio nel supremo interesse della Patria, “ma di dover egualmente elevare la sua protesta contro il sopruso subito”. Fu un gesto nobile e saggio, in quanto nel Sud Italia, ove la monarchia aveva ampio sostegno, cominciavano a insorgere problemi di ordine pubblico molto gravi. Allora, ne sono personalmente testimone, si parlò e si lesse di repubblica fondata sui brogli e l'allora ministro degli interni fu indicato come il padre di questa repubblica. Una notazione importante da fare è che il referendum aveva ancora una volta posto in luce l'esistenza di due Italie nettamente distinte: quella del nord e quella del sud e quest'ultima , dice Montanelli, subiva il vento del nord come un sopruso. Ognuno di noi può pensarla in maniera differente, ma, anche e soprattutto alla luce del tempo trascorso dall'instaurazione di questa repubblica e, quindi, dell'esperienza “subita”, ritengo di poter affermare, a distanza di tanti anni dal 1946 e, di conseguenza, senza alcuna forma di passionalità di parte, che l'Istituto monarchico nella persona del Re avrebbe sicuramente costituito, per tutti gli italiani, un riferimento unitario non soggetto agli umori della politica, mentre ciò non è stato con presidenti della repubblica provenienti dalla politica e, quindi, incapaci di dimostrarsi arbitri neutrali nella dialettica e nei contrasti politici: a mio parere, le uniche eccezioni sono rappresentate da De Nicola e da Einaudi, gentiluomini d'altri tempi.
Un'altra considerazione da fare è che la proclamazione della repubblica non significò “PACE” per gli italiani: continuarono nel nord del nostro Paese le violenze dei partigiani di matrice comunista (cfr. Gianpaolo Pansa, “Il sangue dei vinti”, nota nei risvolti di copertina): “…decine di eccidi e centinaia di omicidi compiuti per punizione, per vendette, per fanatismo politico e per odio di classe. Il teatro di questo bagno di sangue è l'Italia del nord, dal 25 Aprile alla fine del 1946 e … anche più in là nel tempo … Pansa svela vicende prima d'ora ignorate e descrive la fine di migliaia di italiani che, pur avendo scelto di combattere l'ultima battaglia di Mussolini, non erano tutti criminali da punire con la morte … l'inchiesta si snoda all'interno di una seconda guerra civile iniziata dopo la liberazione del paese. E' un racconto terribile e spietato, dove a prevalere è la brutalità del castigo inflitto a chi era schierato con la Repubblica sociale italiana. Per molti la morte arriva dopo una via crucis di umiliazioni, violenze, torture e stupri. E si incrocia con l'eliminazione preventiva di quanti avrebbero potuto opporsi alla vittoria del comunismo in Italia …”.
Inoltre esiste, e nessuno può dimenticarla, la tragedia del Nord-Est d'Italia, con la strage dei partigiani dell'Osoppo consumata a Porzus da altri partigiani italiani di fede comunista, con la brutale e drammatica vicenda delle foibe giuliane, con il doloroso esodo della popolazione italiana dalla Dalmazia e dall'Istria a seguito dell'occupazione della Venezia Giulia da parte delle forze armate titine, rinforzate dalle unità partigiane italiane “Natisone” e “Trieste”, ovviamente comuniste; queste, su ordine di Togliatti, erano passate alle dipendenze di Tito, per assecondare il progetto di quest'ultimo volto ad annettere alla Jugoslavia il territorio italiano, almeno fino all'Isonzo (cfr. G. Oliva, “L'alibi della Resistenza”, pagg. 116 e 117). Gli italiani dell'Istria e della Dalmazia, perseguitati, privati di ogni diritto, spogliati dei loro beni, abbandonarono le loro terre e tutti i loro averi, in un esodo che conobbe una brusca accelerazione dopo il 10 Febbraio 1947, giorno della firma a Parigi del trattato di pace (in vigore dal 15 Settembre 1947), con il quale fu, nella sostanza, ufficializzata l'attribuzione di quelle terre alla Jugoslavia, seppure in amministrazione provvisoria. Circa 30 anni dopo, uno dei tanti imbelli governi della 1^ repubblica rinunciò, con il trattato di Osimo, alla zona B. Lo stesso giorno della firma del trattato di pace, un'italiana vera, Maria Pasquinelli, uccise a Pola, per protesta contro l'ingiustizia del trattato, il Gen. De Winton dell'Esercito di Sua Maestà Britannica (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 321).
Questi eventi, afferma Gianni Oliva (op. cit., pag. 100), non sono entrati a far parte del patrimonio collettivo della nostra Nazione per vari motivi: il primo, di politica internazionale collegato alla rottura dei rapporti tra Tito e Stalin; il secondo, per il silenzio imposto dal partito comunista italiano per evitare di pubblicizzare il supporto fornito a Tito, con le proprie unità partigiane, per l'annessione di terre italiane: sembra inverosimile, ma purtroppo è la verità! “A queste due forme di silenzio, se ne aggiunge però un'altra, ben più decisiva nel determinare la rimozione della memoria e che rimanda alle responsabilità delle forze centriste al governo del Paese”, che, arroganti con i deboli (i profughi) e striscianti con i forti (i comunisti), non ebbero il coraggio di sottoporre Togliatti ed i suoi al giudizio di una corte penale, neanche dopo la firma del trattato di pace e l'ingresso dell'Italia nella NATO (ndr).
Tutti noi sappiamo che il partito comunista mantenne in vita al termine della guerra un apparato para militare, in grado di garantire il successo in caso di insurrezione per l'instaurazione del regime comunista in Italia e l'ingresso degli italiani nel tanto reclamizzato “paradiso sovietico”. Ne “L'Italia del Novecento”, si afferma (pag. 330 e seg.): “… si deteriorava in Italia la situazione sociale. Sempre più frequenti erano le manifestazioni violente … per le sinistre il nemico era Scelba … antifascista senza tentennamenti … non aveva paura di aver coraggio, il che ne faceva un democristiano anomalo … Il partito parallelo e l'esercito popolare parallelo avevano inquadramento e armi. Soffitte, scantinati, fienili erano zeppi di fucili, mitra, pistole, bombe a mano … La rivolta armata non ci fu, ma le sue prove generali, quale ad esempio, nel Novembre 1947, la cosiddetta “guerra di Troilo” (i militanti comunisti furono mobilitati a Milano contro la sostituzione del prefetto e addirittura occuparono la prefettura, che fu, successivamente, abbandonata su ordine di Togliatti) sarebbero bastate per sprofondare nel panico un uomo meno forte …”. A conferma di quanto sopra, vi è lo studio di Victor Zaslavsky, “Lo Stalinismo e la Sinistra Italiana”. L'autore, dopo aver evidenziato che l'esistenza in Italia dell'apparato para militare del Pci, sempre contestata da quest'ultimo, è stata definitivamente confermata, dopo il disfacimento dell'URSS, grazie alle fonti rese disponibili dalla Russia, ricorda che la magistratura italiana, che aveva avviato un procedimento penale a carico di questa organizzazione, denominata “Gladio Rossa”, ne dispose nel 1994 l'archiviazione, in quanto (testualmente) “… non appare processualmente possibile dimostrare, a distanza di tanti, troppi anni, che l'interesse dell'URSS nei confronti dei militanti comunisti italiani si sia tramutato … in una vera e propria corruzione del cittadino italiano per interessi contrari allo Stato italiano, né che l'accertata predisposizione da parte del Pci di meccanismi difensivi in vista del temuto cambiamento del clima politico in Italia abbia assunto … dimensioni tali da costituire un serio pericolo per lo Stato, per le sue democratiche istituzioni, per la collettività nazionale…”: no comment! Ci si potrebbe chiedere come mai, pur disponendo di questa agguerrita struttura para militare, il Pci non pose in atto i suoi intendimenti rivoluzionari. Secondo Zaslavsky, ciò non dipese dal presunto rispetto di Stalin per gli accordi di Yalta, ma da due eventi importanti: il fallimento dell'insurrezione comunista in Grecia, vista da Stalin come prova generale per l'Italia e, soprattutto, la rottura di Tito con Stalin, cosa che sottrasse a quest'ultimo la base territoriale indispensabile per il sostegno dell'insurrezione in Italia. In sostanza, se non abbiamo avuto un' insurrezione comunista lo dobbiamo al verificarsi di eventi internazionali che la impedirono, dovuti a due dei maggiori criminali della storia mondiale, Stalin e Tito.
In questo clima di instabilità generale, l'Italia, all'inizio del 1947, dovette affrontare il momento del trattato di pace. A premessa desidero ricordare che, in merito a questo trattato, Basilio Cialdea, in “Origini diplomatiche del Patto Atlantico” (pag. 58), scrive che già prima e durante la Conferenza di Potsdam (17 Luglio-2 Agosto 1945) gli Stati Uniti avevano sostenuto l'opportunità di una rapida conclusione del problema italiano attraverso l'immediata ammissione dell'Italia alle Nazioni Unite, l'immediata revisione dei termini armistiziali e la rapida conclusione del trattato di pace, alla cui discussione era opportuna la partecipazione dell'Italia. Tali proposte, nonostante che Stalin, sempre con il pensiero volto agli scenari futuri, si fosse dichiarato d'accordo con gli Stati Uniti, per i vantaggi che potevano derivare ai sovietici nell'est europeo e perfino nel Mediterraneo, furono accantonate di fronte all'aspra ostilità della Gran Bretagna. Questa ostilità la Gran Bretagna la mantenne, con assoluta mancanza di preveggenza, anche a Parigi e, per l'Italia, fu un momento molto doloroso perché il trattato ebbe, nonostante la buona linea di difesa opposta da De Gasperi, un'impostazione del tutto punitiva; ritengo che la “perfida Albione”, accecata da un non so quanto giustificato rancore nei riguardi dell'Italia, non abbia valutato correttamente, nell'occasione, quali potevano essere gli scenari futuri connessi con l'espansione in atto del comunismo in Europa, mutilando di conseguenza l'Italia ad est, a vantaggio di uno dei potenziali nemici dell'Occidente, e rendendo pressocché indifendibile la frontiera orientale italiana. Nella sostanza, i Britannici, a giudicare dai fatti, non avevano intuito che la nuova situazione determinatasi in Europa avrebbe richiesto ben altro atteggiamento nei riguardi dei vinti, ad evitare di avvantaggiare l'URSS e/o la Jugoslavia, cioè il campo che già si prefigurava nemico mortale dell'occidente; l'URSS, in particolare, in base agli accordi di Potsdam, aveva proceduto inesorabilmente alla satellizzazione dell'est europeo, separandolo dall'Europa occidentale con una virtuale “cortina di ferro”.
PER MEMORIA: per effetto del trattato, l'Italia perdette Zara, la quasi totalità della Venezia Giulia, l'isola di Saseno, l'Etiopia, l'Eritrea, la Libia, la Somalia, il Dodecanneso, Briga e Tenda, la concessione cinese di Tien Tsin. Il Territorio Libero di Trieste fu ripartito in una zona “A”, da Duino a Trieste, attribuita in amministrazione agli anglo - americani, e in una zona “B”, da Capodistria a Cittanova, in amministrazione Jugoslava. Inoltre, all'Italia furono imposte limitazioni per le Forze Armate in uomini ed armamenti e fu richiesto il pagamento di consistenti somme per danni di guerra (cfr. Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 321). Fortuna volle che De Gasperi avesse risolto a parte la questione dell'Alto Adige, firmando, nel corso del 1946, un accordo con l'Austria, con il quale si concedevano ampi diritti ed autonomia alla popolazione alto atesina e veniva garantita l'intangibilità della frontiera al Brennero. Il trattato non fu però sufficiente ad evitare successivi interventi dell'Austria a sostegno delle pretese della popolazione di lingua tedesca e l'insorgere del terrorismo, che, a fine anni '50 e nel corso degli anni '60, impegnò le forze di polizia e l'Esercito in attività di prevenzione e di repressione, con dolorose perdite di vite umane. Nel 1949, all'Italia fu assegnata, per un decennio, l'amministrazione fiduciaria della Somalia, su mandato dell'ONU (visti i risultati, certamente i nostri governanti non sono stati capaci di insegnare le regole del “Buon Governo”, perché ignoravano e ignorano ancora oggi queste regole; una prova? L'Italia stessa: le riforme mai fatte, la formazione di classi privilegiate con redditi sempre più elevati e a fronte il costante aumento della proporzione di poveri, sempre più poveri, nella società italiana, l'inefficienza della magistratura, strapagata e titolare di ingiustificabili privilegi, le organizzazioni criminali su livelli insopportabili, la sicurezza del cittadino a livello bassissimo nonostante l'elevata disponibilità di personale delle forze di polizia (l'Italia è il paese più presidiato dell'Unione europea con 269.081 effettivi - cfr. CORRIERE DELLA SERA, 28/11/2003, “Troppi agenti mal impiegati”, D. Martirano) e molte altre cose; sintetizzando, in Italia, per il normale cittadino, manca la sicurezza, non vi è giustizia, non esiste equità sociale).
Scrive Gianni Oliva (op. cit., pag. 19 e seg.) che De Gasperi, intervenendo alla conferenza di pace sostenne l'esistenza di una netta distinzione tra il regime fascista ed il popolo italiano, attribuendo la responsabilità della guerra esclusivamente alla volontà del regime; infatti, l'arresto del Duce, disposto dal Re, fu salutato in tutta l'Italia da manifestazioni di giubilo. Conseguentemente, De Gasperi cercò di far riconoscere il diritto dell'Italia ad essere considerata tra i vincitori della guerra, ricordando che la caduta di Mussolini era stato un fatto interno, avvenuto senza preventivi contatti con gli anglo-americani e che le Forze Armate italiane e le unità partigiane avevano dato un forte contributo nel ricacciare i tedeschi dall'Italia in circa due anni di dura lotta. Il meritorio tentativo risultò inutile: le clausole del trattato di pace sancirono, in modo incontrovertibile, la condizione dell'Italia come paese sconfitto. Si può, a questo punto, dire che il vero vincitore della guerra fu Stalin, che riuscì ad ottenere tutto ciò che era nei suoi piani in Europa ed in estremo oriente: gli errori della Francia e della Gran Bretagna, poi, gli aprirono le porte del Medio Oriente e del Mediterraneo qualche anno dopo.
Eppure gli USA, con Roosevelt, avevano molto sperato, ingenuamente, di poter instaurare una collaborazione leale e duratura con l'URSS, nella visione di una organizzazione mondiale della sicurezza; ma questa speranza svanì di fronte alla spregiudicata politica espansionistica di Stalin, che, satellizzata l'Europa orientale, tendeva ad espandersi in Grecia, ove divampava la rivoluzione comunista, pretendeva dalla Turchia la cessione di fondamentali posizioni strategiche (Kars e Aradahan), chiedeva la revisione della Convenzione di Montreux relativa agli stretti, nonché un mandato fiduciario delle Nazioni Unite in Tripolitania e/o Cirenaica. Di conseguenza, Truman, succeduto a Roosevelt nell'Aprile 1945, corresse immediatamente l'atteggiamento degli USA nei rapporti con l'URSS e diede il via ad importanti iniziative volte a rendere concreto il conseguente concetto strategico del contenimento. Nel Marzo 1947, Truman enunciava la Dottrina Truman, i cui primi atti si concretarono nel sostegno alla Grecia e alla Turchia, al fine di arginare la crescente pressione sovietica verso il Mediterraneo e il Medio Oriente, il cui successo avrebbe determinato scenari gravemente rischiosi per l'Europa occidentale. Nel Maggio dello stesso anno, i comunisti furono estromessi dal governo in Francia e in Italia e ciò venne considerato merito della Dottrina Truman.
Apro una parentesi per sottolineare che, in Italia, la presenza contemporanea, nel governo e nella costituente, di democristiani, socialisti, comunisti non fu un fatto positivo, con particolare riguardo alla governabilità e, conseguentemente, al progresso reale del Paese fondato sulla giustizia, sull'eguaglianza e sull'equità sociale, aspetti a tutto oggi assenti nella società italiana ammalata di arretratezza e sottosviluppo culturale e mentale. In “L'Italia del Novecento” (op. cit., pag. 334 e seg.) si legge: “La Magna Charta della Repubblica Italiana fu concepita sotto l'ossessione di un ritorno della dittatura, ossessione che ne condizionò e spesso viziò gli istituti, e venne tenuta a battesimo, nella sostanza, da due forze politiche -la cattolica e la marxista- che erano state estranee al Risorgimento, quando non ostili … I testi che dai gruppi settoriali risalivano … all'Assemblea plenaria, erano sganciati l'uno dall'altro e scaturivano a volte da ispirazioni diverse … La Costituzione ebbe una impronta unitaria e omogenea proprio in quella che si rivelerà una delle sue caratteristiche più negative: la voluta debolezza del potere esecutivo, cioè del governo, nel nome di un parlamentarismo esasperato che il tempo trasformerà in partitocrazia e lottizzazione. Nessuno dei freni … per scongiurare l'instabilità dei governi … Tutto il potere al parlamento … Nel documento erano contenuti, in nuce, la girandola dei governi, la perennità delle crisi … Calamandrei … sottolineava che nel suo complesso la Magna Charta “rischia di riuscire piuttosto che un documento giuridico uno strumento politico: piuttosto che l'attestazione di una raggiunta stabilità legale, la promessa di una stabilità sociale che è appena agli inizi”. A queste aspirazioni vagamente progressiste si intrecciava, proprio per la difficoltà di concretarle, lo spirito del rinvio, ossia la rinuncia al compito di fissare vere norme, demandandole a future leggi di attuazione. Le quali sono ancora in qualche caso di là da venire …”. Chiudo la parentesi.
Il successivo passo statunitense al fine del contenimento fu il Piano Marshall; con esso gli Stati Uniti si impegnavano a fornire aiuti ed assistenza ai paesi europei desiderosi di coordinare i propri sforzi nella ricostruzione post bellica; ciò allo scopo di contribuire al mantenimento di libere istituzioni e di una pace durevole. Naturalmente i paesi ad est dell'Elba dovettero rifiutare l'offerta USA. Al fine di impiegare al meglio il denaro e gli aiuti americani, venne creata in Europa l'”Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE)”, che ebbe in questa vicenda un ruolo fondamentale; penso sia corretto affermare che l'OECE costituì il primo passo del processo di integrazione europea. Il Piano Marshall, nota Sergio Romano (cfr. “L'Italia negli anni della guerra fredda”, pag. 21 e seg.), diede i suoi frutti in Italia perché “il paese aveva in quel periodo una straordinaria voglia di lavorare… Il piano Marshall funzionò … perché cadde su un terreno pronto ad accoglierlo”. Viene spontanea una domanda molto semplice: quale rendimento avrebbe oggi un “Nuovo Piano Marshall” per l'Italia? No comment!
E' importante mettere in evidenza che con questi provvedimenti, cui fece seguito il Patto Atlantico, gli Stati Uniti abbandonarono il concetto guida dell' “Isolazionismo”, avendo compreso che la propria sicurezza, di fronte alla minaccia sovietica, costituiva un tutto unico con quella dell'Europa occidentale e avendo preso coscienza delle proprie responsabilità globali, in presenza di un'Europa incapace di difendersi e di esprimere la sua tradizionale politica di respiro mondiale; perfino la Gran Bretagna non era più in grado di mantenere i suoi impegni politico-strategici a causa di diversi fattori contingenti, tra i quali principali la grave crisi economica e l'iniziata frantumazione dell'impero coloniale. Un ulteriore passo in avanti nell'attuazione della strategia del contenimento fu l'accordo con l'organizzazione del “Patto di Bruxelles” (Regno Unito, Francia, Benelux), sempre in versione di difesa contro l'ormai nemico URSS; nel presentare detto accordo al Congresso, Truman sottolineò che esso era un utile passo verso l'unità dell'Europa e che meritava, per questo, l'appoggio degli Stati Uniti.
Prima di proseguire in questa sintesi, mi sembra utile evidenziare l'enorme, repentino ed inimmaginabile cambiamento avvenuto nella gestione del mondo a seguito della seconda guerra mondiale. Ricordo che nel corso della preparazione al concorso per l'ammissione alla Scuola di Guerra, lessi tra l'altro un libro di Pietro Quaroni, “L'Europa al bivio”, edito negli anni '60. Sull'argomento, Quaroni diceva: “… poco più di 50 anni fa le sei principali potenze dell'Europa di allora potevano intraprendere una guerra destinata a cambiare l'assetto del mondo senza preoccuparsi delle possibili reazioni degli Stati Uniti … Poco meno di 50 anni dopo, al momento della crisi di Cuba (Ottobre 1962, ndr), la questione suprema della politica estera, guerra o pace, è stata discussa e decisa esclusivamente fra Washington e Mosca … Non credo ci siano nella storia molti esempi di un crollo di tutto un continente paragonabile a quello patito dall'Europa. Per oltre tre secoli, l'Europa era stata il centro politico del mondo: le sorti di cinque continenti dipendevano dalle decisioni prese in Europa o dagli avvenimenti europei… E' ancora con questa visione del mondo … con questo spirito … che ci si è avviati alla prima guerra mondiale … Noi continuiamo, non solo in Italia … a parlare oggi con una certa nostalgia dei grandi uomini del passato … In realtà, nessuno di questi cosiddetti grandi uomini d'allora si è reso conto … che con la 1^ guerra mondiale si stava perpretando, né più né meno, il suicidio collettivo dell'Europa … la fine dell'Europa tradizionale. Il ritirarsi dell'America nel suo isolazionismo e l'eclisse temporanea imposta alla Russia dalle conseguenze della rivoluzione, ci hanno permesso, per venti anni almeno, di non rendercene conto appieno. Le principali potenze europee hanno continuato a fare la loro politica … come se … il centro del mondo fosse rimasto, come prima, l'Europa … Così siamo precipitati nella 2^ guerra mondiale che ha segnato visibilmente la fine dell'Europa…”.
Al termine di questa guerra, infatti, l'Europa era un mucchio di rovine, non più soggetto, ma oggetto di politica estera. Ciò ha determinato un esame di coscienza collettivo, da cui è scaturito l'impegno di una collaborazione ad ampio spettro tra i paesi dell'Europa occidentale; un grande merito al riguardo è da attribuire agli Stati Uniti, che, preoccupati dell'espansionismo sovietico, aiutarono con il Piano Marshall le nazioni europee nella propria ricostruzione materiale e morale, imponendo loro, altresì, l'avvio di una efficace collaborazione nei settori economico e militare anche tra ex nemici. Nel Marzo 1948, nacque, con il già citato trattato di Bruxelles, l'Unione Occidentale, che divenne Unione Europea Occidentale (UEO) con l'adesione nel 1954 della Germania e dell'Italia. Il 4 Aprile 1949, fu firmato a Washington il Trattato del Nord Atlantico. In pratica, avvenne che gli USA si accollarono il peso principale della difesa, basato allora sull'indiscutibile loro superiorità nucleare, consentendo così a noi europei di procedere alla ricostruzione materiale e morale dei nostri paesi in un quadro di sicurezza e di collaborazione sempre più coordinata, il cui fine ultimo era l'Europa unita. Il 1948, con il trattato di Bruxelles, ma soprattutto con il Piano Marshall e l'O.E.C.E., fu sicuramente un anno cruciale per la successiva evoluzione dell'Europa. Nell'atmosfera creata dall'O.E.C.E., si riunì all'Aja, nel Maggio 1948, un congresso denominato europeo, ove fu posto per la prima volta in termini concreti il problema dell'Europa; il suo scopo principale fu quello di diffondere nell'opinione pubblica l'idea dell'Europa unita. La Francia invitò l'Italia a parteciparvi, sia nel quadro della politica di conciliazione sia, e soprattutto, perché era interesse francese che l'Italia venisse ammessa nel Patto Atlantico perché così la NATO avrebbe garantito la difesa del Mediterraneo e, quindi, dell'intero territorio della Francia. La Gran Bretagna confermò, invece, la sua ostilità all'Italia: i rappresentanti di S.M. Britannica erano ancora fuori da ogni logica, come al tempo del trattato di pace! In Italia, l'ideale europeo trovò ampio consenso nell'opinione pubblica; secondo Quaroni (op. cit., pag. 35), essendo ormai caduti con il fascismo i sogni italiani di grande potenza, rimaneva soltanto l'unità europea come fine principale di politica estera, ciò agevolato dal fatto della mancanza di una tradizione nazionale. L'ammissione della Germania al Consiglio d'Europa non fu delle più facili, nonostante l'appoggio italiano; solo nel 1951 essa divenne membro di pieno diritto. Le iniziative Statunitensi, volte a ottenere una stretta e leale collaborazione tra gli stati europei, anche se nemici nel 2° conflitto mondiale, ebbero alla fine il sopravvento sugli incubi e sui fantasmi della Francia nei riguardi della Germania: appariva, infatti, lapalissiano che la ricostruzione, la difesa, lo sviluppo economico, l'unità dell'Europa non potevano prescindere dalla partecipazione della Germania. L'idea geniale, che consentì di far cadere le ultime resistenze, fu di un francese, Jean Monnet, cui si deve l'istituzione della C.E.C.A., la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, con il fine di gestire in comune le risorse strategiche del carbone e dell'acciaio e, quindi, di tener sotto controllo l'impiego di queste risorse da parte della Germania. Il progetto, noto come Piano Schuman (allora ministro degli esteri francese), fu approvato il 18 Aprile 1951 (Trattato di Parigi), grazie a tre statisti di eccezionale valore: Adenauer, De Gasperi, Schuman. Ma questo importante evento non accontentò gli Stati Uniti. Essi, infatti, anche alla luce della triennale esperienza fatta nella guerra di Corea, consideravano la Germania occidentale pedina indispensabile per garantire un'efficace difesa in caso di attacco sovietico: era, del resto, assurdo pensare di difendere la linea dell'Elba senza truppe tedesche e, d'altro canto, queste truppe erano necessarie per garantire alla difesa un rapporto di forze accettabile rispetto all'attaccante. Non fu facile fare accettare il riarmo della Germania alla Francia dato il timore di quest'ultima che ciò resuscitasse il “militarismo tedesco”. L'istituzione della C.E.C.A. suggerì alla Francia di risolvere con gli stessi criteri il problema. Nacque così l'idea della CED (Comunità Europea di Difesa), che aveva lo scopo di porre sotto il controllo sovranazionale le Forze Armate tedesche. Nel Maggio 1952, i ministri di Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda firmarono il trattato per la costituzione della CED, che però naufragò nel 1954 di fronte al parlamento francese. L'integrazione della Germania nel sistema della difesa occidentale si perfezionò, comunque, nello stesso anno, con il suo ingresso nella NATO e con l'adesione, assieme all'Italia, al trattato di Bruxelles: l'Unione Occidentale (UO) diveniva così l'Unione Europea Occidentale (UEO). La CED non andò in porto perché essa era un'iniziativa troppo rivoluzionaria per i tempi in cui è nata, in quanto avrebbe portato ineluttabilmente all'unione politica e alla federazione: nel 1954 avremmo fatto quello che ancora oggi non siamo riusciti a fare! Gli sviluppi della “Guerra Fredda” portarono poi a consolidare l'Alleanza Atlantica, che risultava più affidabile nel confronto con il Patto di Varsavia, per cui l'UEO è rimasta a lungo nell'ombra. Bisogna infatti attendere la fine del confronto Est-Ovest, che, con i conseguenti mutamenti del quadro di sicurezza in Europa e nel mondo, impose agli europei la necessità di pensare un proprio “autonomo” impegno per la politica estera e di sicurezza, pur sempre nel rispetto degli obblighi derivanti dal Trattato del Nord Atlantico.
Nel frattempo, in Italia, il 18 Aprile 1948, avevano avuto luogo le elezioni politiche. Gli italiani votarono compatti e la vittoria democristiana fu schiacciante (48,5% contro il 31% del Fronte Popolare, i famosi trinariciuti di Guareschi ). Superata brillantemente la prova delle elezioni e consapevole del meritato sostegno degli italiani, De Gasperi affrontò il problema della collocazione internazionale dell'Italia: la decisione fu molto sofferta sia per la violenta e scomposta opposizione dei trinariciuti nelle piazze e in parlamento sia per la fronda interna dei dossettiani e di altri utili idioti sia per i vincoli posti all'Italia dal trattato di pace. In realtà, doveva essere proprio la situazione politica interna la principale preoccupazione del Premier; il 10 Luglio 1948, Togliatti, criticando con forte virulenza l'adesione italiana al Piano Marshall, concluse con questo minaccioso avvertimento il suo intervento alla camera dei deputati: ”Desidererei dirvi però anche un'altra cosa: ed è che se il nostro paese dovesse essere trascinato davvero per la strada che lo portasse ad una guerra, anche in questo caso noi conosciamo quale è il nostro dovere. Alla guerra imperialista, si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, dell'indipendenza, dell'avvenire del proprio paese …”; il 14 Luglio, Pallante si produsse nell'attentato a Togliatti, che rimase soltanto ferito (girava a quei tempi la battuta che, per questo errore di mira, per il Pallante si prevedeva la condanna a un certo numero di anni di addestramento al tiro): il Paese si trovò di fronte ad un improvviso sciopero generale proclamato dalla Cgil (ormai “cinghia di trasmissione dei comunisti” e, quindi, insensibile ai veri interessi dei lavoratori, i poveri compagni sedotti e abbandonati) e all'insurrezione armata, fermata soltanto dal “niet” dell'ambasciata sovietica a Roma (cfr, Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 351 e seg.); gli scioperi indetti dalla Cgil, dominata dai comunisti, si succedevano con elevata frequenza, diretti contro l'“Europa marshallizzata”, contro il governo e contro gli americani. Si trattava, quindi, di scioperi politici cioè di atti palesemente eversivi. Nonostante tutto, l'8 Marzo 1949, il Consiglio dei Ministri deliberò l'adesione al Trattato del Nord Atlantico, che, come detto, fu firmato a Washington nell'Aprile. E' in questa decisione che emerge nettamente la grandezza di De Gasperi: essa costituì un momento di incommensurabile portata politica grazie al quale lo Statista, unico italiano degno di questo appellativo nel secondo dopoguerra, creò la base di partenza da cui l'Italia spiccò il suo volo verso quello che è stato chiamato il Miracolo Economico. La scelta atlantica, per l'Italia, significò scelta dell'Europa e, nella prospettiva del lungo tempo intercorso da allora, essa appare oggi non bellicista ma di stabilità e di pace, non di servilità verso altre potenze ma di consapevole reinserimento, a fronte di un trattato di pace del tutto umiliante, nel tessuto attivo della vita internazionale, scelta razionale conforme agli interessi della Nazione, sostenuta da un ampio consenso nazionale. Nella situazione dell'Italia era del resto necessario uscire dall'isolamento del vinto, fronteggiare con successo la precaria situazione politica interna, pericolosa per l'esistenza di una forza politica mirante a trascinare la nostra Patria al di là della cortina di ferro, sfruttare, infine, l'opportunità che le veniva offerta di poter utilizzare a fondo l'aiuto economico statunitense per la ricostruzione del Paese. Per quanto concerne gli aspetti economici, l'Alleanza Atlantica, con il creare fiducia tra gli europei, determinò le condizioni per l'avvio delle iniziative necessarie per la ripresa economica, ponendosi tra i fattori di carattere istituzionale che favorirono lo sviluppo economico dei paesi membri. Per quanto concerne l'aspetto militare delle spese voglio sottolineare che la partecipazione alla NATO ha consentito di inserire le nostre esigenze nel quadro più ampio della difesa comune, con vantaggi notevoli che, in termini economici, si sono tradotti in cospicue economie esterne; queste conseguivano dalle spese effettuate dagli alleati per armamenti e attrezzature, il cui impiego, direttamente o indirettamente, avvantaggiava l'Italia migliorandone le possibilità operative e la sicurezza. Sarebbe interessante, per far meglio risaltare la validità e l'utilità della scelta fatta nel 1949, addentrarci ad illustrare i benefici economici derivati dall'appartenenza all'Alleanza; mi limiterò, per non dilungarmi troppo, a un breve cenno. Nell'aderire alla NATO, l'Italia elaborò un programma straordinario per il potenziamento delle Forze Armate, che prevedeva una spesa complessiva di circa 500 miliardi di Lire in quattro esercizi finanziari. In una economia con sottoccupazione dovuta ad eccedenza di manodopera, le spese per il riarmo erano inevitabilmente destinate ad innescare spinte inflazionistiche. Queste, infatti, si verificarono, ma in misura molto ridotta, grazie al fatto che ben 1100 miliardi di Lire in armamenti furono forniti gratuitamente dagli USA, sotto forma di prestiti, surplus e commesse; inoltre, la maggior domanda di beni occorrenti per la difesa, le commesse militari o.s.p. (off shore program) piazzate dagli USA in Italia, l'imponente programma di lavori per le infrastrutture comuni, finanziate in larga misura con fondi internazionali, richiesero l'impiego di numerosa manodopera e provocarono un non trascurabile reddito addizionale al Paese (cfr. Virgilio Ilari, “Le Forze Armate tra politica e potere 1943-1976”, pag. 28). L'attuazione del programma, comunque, avrebbe richiesto un forte incremento di importazioni di materie prime; considerato però il cronico disavanzo della bilancia commerciale italiana, una espansione incontrollata degli acquisti dall'estero avrebbe potuto essere pericolosa per una economia che era già impegnata, al limite delle possibilità, nel difficile cammino della ricostruzione. Inoltre, in concomitanza con il conflitto coreano (Giugno 1950-Luglio 1953), si era verificato il doppio evento della rarefazione sui mercati e dell'aumento dei prezzi di talune importanti materie prime (rame, nichelio, ecc.). L'intervento degli USA fu provvidenziale e decisivo: nel settore civile, gli “aiuti economici ERP” servirono a riequilibrare o, quantomeno, a contenere lo squilibrio della bilancia dei pagamenti e le “commesse o.s.p.” contribuirono a dare ossigeno alle industrie; nel settore militare, gli “aiuti militari” assicurarono alle Forze Armate carri armati, aeroplani, navi, armi, munizioni senza alcun onere per l'erario. Si evidenzia, infine, che questi aiuti militari non hanno provocato spinte al rialzo del livello dei prezzi, perché forniti prevalentemente in natura. Infatti, laddove gli USA avessero concesso somme in contanti per l'acquisto sul mercato dei beni e servizi necessari, la relativa domanda avrebbe messo in difficoltà le industrie nazionali, le quali, non potendo approvvigionare nei quantitativi necessari le materie prime occorrenti (causa la rarefazione delle stesse e l'aumento dei prezzi), avrebbero dovuto ridurre la produzione per i settori civili. Sarebbe stato, allora, indispensabile ricorrere a contingentamenti, razionamenti e controlli, che avrebbero aggiunto altri motivi di perturbamento della situazione del Paese, oltre quelli già in atto. Sul piano monetario, poi, si sarebbe verificata una lievitazione dei prezzi con il rischio di forti spinte inflazionistiche (cfr. G. Mayer, “Le ripercussioni economiche e finanziarie delle spese militari italiane in dieci anni di Alleanza Atlantica”, pagg. 33 e 34).
Dopo l'adesione al Patto Atlantico, l'Italia continuò ad essere teatro di violente manifestazioni antiamericane e contro l'Alleanza, cui si aggiungevano quelle, sicuramente più giustificate, fondate su moventi economici reali.
Nel frattempo, il 5 Marzo 1953, Stalin lasciava finalmente questo mondo. In Italia, ove fu pianto dai trinariciuti con accenti meritevoli di miglior causa, la situazione politica cominciava a divenire confusa, sia perché i partiti di destra andavano migliorando le proprie performance sottraendo voti alla Democrazia Cristiana sia perché in questo partito era emersa e si andava accentuando un'ingiustificata ed inspiegabile fronda contro De Gasperi, artefice di fondamentali successi politici in ogni settore: molti di coloro che sono venuti dopo di lui, che hanno vanificato i risultati del suo “miracolo economico” portando l'Italia alla rovina morale, ambientale, economica, culturale, ecc., si sono rivelati nani politici, privi di adeguata capacità di governo e del minimo senso del dovere indispensabile per porre il bene della Patria al di sopra degli interessi personali e del proprio clan. Tra i governi centristi, successivi agli 8 ministeri di De Gasperi e prima del baratro del primo centro sinistra, è da ricordare quello di Pella, che si conquistò il sostegno della pubblica opinione grazie al coraggioso atteggiamento assunto in occasione della crisi con la Jugoslavia negli anni 1953-1954, nel corso della quale schierò il 5° Corpo d'Armata, sul confine orientale della Patria, in risposta alle provocazioni di Tito. Il 26 Ottobbre 1954, in un tripudio di bandiere tricolori e di una moltitudine di triestini felici e commossi, i soldati italiani entravano a Trieste, restituita per la seconda volta all'Italia. L'aspetto negativo della faccenda era che l' odiata Jugoslavia si teneva la Zona B, occupata a suo tempo con l'aiuto concreto dei comunisti italiani, come già illustrato in precedenza (vds. pag. 2).
Nel Giugno 1954, De Gasperi fece l'ultimo tentativo di rinsaldare l'unità del partito, ma non conseguì lo scopo. Amareggiato da ciò e gravemente ammalato, si ritirò a Sella di Val Gardena ove, circondato dall'amore dei suoi familiari, rese la propria anima a Dio: era il 19 Agosto 1954. Si legge su “L'Italia del Novecento” (pagg. 390-391): “La notizia piombò come una folgore sull'Italia in ferie … Suscitò commozione, suscitò una sensazione diffusa e impalpabile di rimorso: per come il Paese, la classe politica, il partito avevano compensato … il grande ricostruttore e il grande moderatore. Dopo i funerali privati a Sella, il feretro fu trasportato a Roma … Durante il tragitto in treno … si vide quanto De Gasperi, questo scarno italiano così poco tipico, fosse amato. Folla ovunque e soste impreviste del treno perché la gente comune voleva rendere omaggio all'Uomo … La Dc si appropriò della memoria di De Gasperi … Ma l'Italia sentì … che quel democristiano era di una specie particolare: un gradino al di sopra e al di fuori degli schemi di partito … ”. Per amore della verità, non posso non ricordare che, in realtà, De Gasperi venne tradito proprio dal suo partito, la Dc, che, rifiutando la propria cultura storica, fondata sul cattolicesimo liberale, preferì sostituirla con la linea sociale dossettiana, con tutte le dannose conseguenze sui piani patriottico, morale, sociale, politico, economico, ambientale, ecc., che ognuno di noi ha vissuto e può, quindi, valutare con cognizione di causa.
L'Italia ha avuto in De Gasperi il nume tutelare del dopoguerra, che, correttamente, vedeva la politica come adempimento di una missione volta a realizzare il bene del popolo; egli, infatti, sosteneva che dovesse far politica solo chi si sentiva spinto dalla propria coscienza ad occuparsi con ogni energia del bene degli altri. Purtroppo, i politici che gli sono succeduti, pur avendo operato con lui, non hanno fatto propri il suo modo di vivere la politica e la sua onestà, non solo intellettuale (termine in voga per giustificare taluni comportamenti eccepibili), ma anche nell'azione; oggi, le conseguenze negative, per l'Italia, del loro malgoverno sono di tutta evidenza, eppure non intendono riconoscerlo (cfr. Corriere della Sera, 29/06/2005, “Andreotti: la Dc ha garantito una vera stabilità…”, M. Franco)! Mi piace chiudere queste poche righe, a De Gasperi dedicate, con le parole della figlia Maria Romana (cfr. Messaggero di S.Antonio, Settembre 2005, “Alcide De Gasperi: nostalgia di politica vera”, C. Napoli), che, nel cinquantennale della morte del padre, intervistata, disse tra l'altro: “… Mio padre aveva dei punti in più rispetto agli altri politici della sua generazione. Prima di tutto era stato educato in una Mitteleuropea, in un Impero Austro-Ungarico sopranazionale dove convivevano austriaci, ungheresi, serbi e croati, polacchi e sloveni. C'era dunque la capacità di comprendere altre mentalità, di capire i problemi degli altri. Secondo, era stato già deputato del Trentino nel parlamento viennese e questo lo aveva vaccinato contro il morbo del nazionalismo. Penso che l'Europa debba molto a lui … a Schuman e Adenauer. Non è un caso che tutti e tre fossero dei veri cristiani e avessero avuto esperienze politiche consimili”. L'intervistatore, di conseguenza, chiese come si sarebbe comportato De Gasperi circa il problema dell'accenno, nel preambolo della costituzione, alle radici cristiane dell'Europa e in merito all'allargamento dell'Unione ai paesi dell'Est. A mio avviso, gli odierni “Soloni” europei avrebbero tratto vantaggio da una consulenza di Maria Romana, le cui risposte sono state perfette. Eccole: in merito al primo punto: “Io penso che una formula l'avrebbe trovata, perché non si tratta di decidere la Religione dell'Europa, ma solo di ricordare che le leggi della democrazia sono leggi cristiane, il rispetto della persona umana è un principio cristiano”; in merito al secondo punto: “…Posso supporre -ma questa è solamente una mia idea- che avrebbe cercato di fare una costituzione europea tra i sei paesi fondatori, per poi chiedere agli altri di entrare uno alla volta dopo aver accettato la costituzione.”
Questo era l'uomo e queste le sue virtù; grazie a lui l'Italia è risorta dalle rovine della guerra e si è reinserita rapidamente nel concerto delle nazioni democratiche. Dopo la sua morte, l'Italia ha conosciuto e subito l'aspetto peggiore della politica.
Siamo così arrivati al 1955, anno in cui noi del 12° Corso varcammo la soglia del Palazzo Ducale di Modena, sede dell'Accademia Militare. Noi siamo entrati in Accademia in un momento difficile per l'Esercito derivante da diversi motivi, tra i quali balzava in evidenza la considerazione non ottimale del Paese nei riguardi delle Forze Armate e, quindi, di chi indossava le stellette. Infatti, negli anni successivi alla fine della guerra, molti italiani provavano un senso di sfiducia verso l'Istituzione Militare, considerata, a torto, la sola responsabile della sconfitta subita. Dico a torto perché tutti noi sappiamo che, prima che venisse decisa l'entrata in guerra dell'Italia, i responsabili dell'Esercito avevano chiaramente rappresentato all'autorità politica che l'Italia non era pronta a confrontarsi militarmente con i potenziali avversari e ciò per svariate buone ragioni. Non solo: dopo l'8 Settembre 1943, le Unità dell'Esercito, pur abbandonate a sé stesse nei vari teatri di guerra e nella stessa Italia in situazioni tra le più drammatiche, continuarono a dare grandissime prove di valore e di virtù militari, dimostrando sempre ed ovunque quell'Amor di Patria e quel senso dell'Onore e del Dovere, che sono stati, sono e sempre saranno patrimonio imprescindibile ed imperituro degli Uomini con le stellette. Affermo ciò con forza prendendo anche spunto dagli studi approfonditi di Elena Aga Rossi (“Una Nazione allo sbando. L'armistizio italiano del 1943 e le sue conseguenze”) e di Alfio Caruso (“In cerca di una Patria. Settembre 1943: i ragazzi della generazione sfortunata tornano in guerra con l'Esercito del Re per rifare l'Italia”). Nella sintesi in copertina di “Una Nazione allo sbando”, viene messo in evidenza che “l'armistizio fra l'Italia e gli anglo americani del settembre 1943 segna una delle date più drammatiche nella storia del nostro Paese; le vicende che vi ruotano attorno hanno determinato il corso della guerra in Italia e anche il dopoguerra. L'Italia ha sentito per decenni i profondi effetti di quella gigantesca crisi istituzionale, politica e morale che fu l'8 settembre … Nell'opera viene documentata l'estrema varietà di reazione che ebbero reparti e uomini, chiamati dalla colpevole latitanza dei governanti alla scelta individuale: la resistenza o la resa, la collaborazione con i tedeschi o la fedeltà al Re, la furbizia o l'onore. Se vengono confermate l'inettitudine e l'irresponsabilità di quanti erano alla guida politica e militare del paese, dal basso si compone invece l'immagine meno univoca di un Esercito lasciato si allo sbando, ma pronto ad assumersi il peso delle scelte (e comunque sia stata la scelta, per il Re o per Mussolini, essa fu sempre fatta “per l'Onore dell'Italia”, ndr) e, come nell'eccidio di Cefalonia e in tanti altri episodi, a pagarle fino in fondo. La reazione armata di questi militari, animati da spirito patriottico, si rivela una componente fondamentale della Resistenza Italiana”. Nella sintesi in copertina del libro di Alfio Caruso si legge tra l'altro: “La sera dell'8 settembre 1943, alla notizia dell'armistizio, tanti militari italiani impugnano le armi contro il tedesco. In tre settimane sono circa 25.000 i caduti … Si dissolvono gli alti comandi, ma i ragazzi della generazione sfortunata, che hanno già pagato un alto tributo di sangue a El Alamein e nella steppa ghiacciata dell' URSS, rispondono alla chiamata per ricostituire un Esercito … Molti di loro sono fascisti … tuttavia nello sfacelo di quei giorni si aggrappano all'ultima ancora, l'Italia. Un'Italia senza aggettivi, né fascista né antifascista né monarchica né repubblicana, per la quale battersi e morire … Gli ex balilla di Mussolini affrontano le sanguinose tappe di una lenta resurrezione … mentre comunisti e socialisti tuonano contro l'Esercito del Re. Alla fine, il conto dei caduti sul campo di battaglia e nei lager tedeschi è di 86.000 militari. Di essi però non si parla mai, in ossequio al primo compromesso della nostra repubblica: l'Italia che si appoggiava agli Stati Uniti lasciò alla sinistra il monopolio e i meriti della resistenza”. Nella realtà dei fatti, furono gli uomini dell'Esercito che avviarono la resistenza contro i tedeschi e che, nei ranghi delle unità ricostituite, diedero un decisivo contributo alla liberazione dell'Italia. Viene, così, sfatata la leggenda del “tutti a casa” e posso, a ragione, affermare che l'8 Settembre non segnò, come qualcuno pretende, la morte della Patria; Ufficiali, Sottufficiali, Soldati dell'Esercito, pur se umiliati da una sconfitta ad essi non addebitabile, spinti dal sacro fuoco dell'Amor Patrio, non cedettero le armi e combatterono per l'Onore dell'Italia : la nostra Patria non morì grazie ad essi, che sono stati gli antesignani di quella Resistenza con la “R” maiuscola, limpida nei sentimenti che l'hanno animata, a fronte della natura politica dell'altra resistenza, talvolta condotta contro gli stessi interessi della Patria, specie nella zona del confine orientale. A riprova di ciò, Gianni Oliva, in “L'Alibi della Resistenza”(op. cit., pag. 116), riportando una direttiva di Togliatti, sostiene che questo individuo, nel 1944, fissò la posizione del Pci rispetto ai territori nord orientali dell'Italia; egli decise di sostenere la politica jugoslava volta ad annettersi quei territori e, a tal fine, fornì alle truppe di Tito addirittura il supporto operativo di unità partigiane comuniste. Fu, a mio parere, un gesto infame che danneggiò gravemente l'Italia vanificando, in gran parte, gli enormi sacrifici affrontati dal nostro Esercito e dal Popolo italiano nella Grande Guerra 1915-1918 e che ebbe conseguenze drammatiche per la popolazione italiana residente nelle aree occupate dai titini: chi può dimenticare le foibe? Si tratta di eventi che ogni italiano non può e non deve dimenticare nel dare il proprio giudizio su Togliatti e i suoi complici, che, a mio avviso, sono da iscrivere nella lista dei traditori dell'Italia in un momento particolarmente difficile per la nostra Patria.
E accanto a questi Soldati che scelsero di combattere contro l'ex alleato tedesco, ve ne furono tanti altri che scelsero -anche essi “per l'Onore dell'Italia”- di proseguire la guerra accanto all'alleato tedesco. A sostegno della motivazione indicata, riporto di seguito le testimonianze di alcuni degli attori di quella tragedia che fu l'8 Settembre 1943 per tutti i Soldati d'Italia. Sul Corriere della Sera del 14 Ottobre 2003, Luciano Orsettigh, intervistato da B. Palombelli, racconta (cfr. Corriere della Sera, “Un volontario della Repubblica sociale ricorda la sua scelta: sapevo che la guerra era persa, ma non sopportavo l'idea del tradimento”): “Sapevo che la guerra era persa dopo il 25 luglio e l'8 settembre … Ma non sopportavo l'idea del tradimento. Mi dava fastidio questa storia italiana per cui, ogni volta che le cose si mettono male, noi passiamo dall'altra parte, ci mettiamo sempre con i più forti. Avevo diciassette anni, dovevo completare l'ultimo anno di ragioneria a Udine … Era l'inverno del '43: scappai di casa … volevo andare a fare la mia parte, mi arruolai con i paracadutisti della “Folgore” … ero un giovane innamorato della mia Patria e volevo difenderla fino all'ultimo … nella primavera del '44 fummo inviati ad Anzio (inquadrati nella 7^ compagnia della “Folgore”). Eravamo 110-120, tutti volontari, tutti giovanissimi … Di quei 120 restammo in sei. Sapevamo che era una missione disperata: saremmo finiti o morti o prigionieri … Mancavo da tre anni (da casa), tornai nel 1946 … Mi aspettavano altri due mesi di galera per ragioni ancora oggi misteriose … Dalla tuta grigioverde della “Folgore” tagliai una striscia di stoffa. Per me … ha sempre avuto una grande importanza, c'è dentro ancora oggi il senso del Dovere che mi ha portato a quella scelta. C'è scritto “Per l'Onore d'Italia”. Mi sembra un buon motto anche sessant'anni dopo”.
“L'8 settembre 1943 … la parte migliore della nostra gente restò al suo posto, pagò di persona e si battè fino all'ultimo sull'una o sull'altra barricata, obbedendo solo alla propria coscienza nella convinzione di servire la Patria. Ci battemmo fino all'ultimo, senza speranza e senza timore. Nec spe, nec metu”. E' la testimonianza di Alfio Porrini (cfr. Folgore, Giugno 2005, “61° anniversario della battaglia Anzio-Nettuno”). “Anche tra i paracadutisti l'ordine di arrendersi provocò dolorosa accettazione o indignata rivolta … Il III°Btg (del Reggimento “Nembo”) comandato dal Cap. Sala non obbedì all'ordine di Badoglio e volle seguire il cammino tracciato dai fratelli della “Folgore” caduti nelle battaglie d'Africa a fianco dei tedeschi. Egli scrisse al Comandante del Reggimento “di non voler consegnare al nemico quelle armi e quelle vite che possono ancora servire alla Patria. Per l'Onore d'Italia”. Questa frase, che divenne praticamente il motto della RSI, egli fece ricamare sul bracciale a lutto bordato di tricolore che i paracadutisti cucirono sulla manica sinistra della giubba”.
Curzio Vivarelli, anch'egli inquadrato nel reggimento “Nembo”, combattente sul fronte di Anzio-Nettuno, racconta su “Folgore” (Luglio-Agosto 2005, “Dal diario di guerra di un oscuro soldato”) come fermarono gli invasori e come “mostrammo ai nostri camerati tedeschi … che il Soldato italiano sapeva ben portare le proprie armi, tanto che più e più volte i Falischirmjàger, i famosi, eroici reduci di Creta, vennero da noi trascinati all'assalto al grido di “Folgore!” e “Nembo!”… In quei giorni contammo ben 150 caduti … tremendo tributo pagato alla crudeltà della guerra e al riscatto del nostro onore militare. Soltanto per poco … non riuscimmo a far reimbarcare il nemico sotto la spinta del nostro attacco”. Era il 19 Marzo 1944.
E non posso dimenticare Carlo Mazzantini, combattente della Repubblica sociale e autore del romanzo “A cercar la bella morte”, nel quale esprime al meglio i sentimenti dei giovani come lui, che si trovarono improvvisamente di fronte al 25 Luglio prima e, immediatamente dopo, all'8 Settembre, eventi che li fecero sentire orfani di quei valori in cui credevano profondamente, riassumibili nei concetti di Patria, Onore, Dovere: e poiché amavano profondamente la Patria, sentirono il Dovere di difenderne l'Onore.
Concludo queste testimonianze con la MOVM Emilio Bianchi, Capo palombaro della gloriosa X^ Flottiglia MAS, comandata dal Principe Junio Valerio Borghese (cfr. Libero, 27 e 28/09/2005, “Intervista a un siluro umano della seconda guerra mondiale”, G. Di Sclafani)). Bianchi, nel Dicembre 1941, affondò con Durand de La Penne la corazzata britannica Valiant, penetrando nella munitissima baia di Alessandria con uno dei famosi mezzi d'assalto, denominati “Maiali”. Egli, nell'occasione, fu preso prigioniero, per cui non subì sulla sua pelle l'atroce choc dell'8 Settembre 1943. Al termine dell'intervista, rispose all'immancabile domanda su questa luttuosa data dicendo: “Penso che, come Borghese, per coerenza avrei finito per scegliere la Repubblica di Salò. Non si può cominciare una guerra con un alleato e, a un certo punto, passare dall'altra parte della barricata. E' una questione di etica e di coerenza”.
Nel concordare del tutto con questi Uomini, voglio porre in evidenza che i Soldati italiani di ogni grado, trovandosi di fronte all'8 Settembre, privi di ordini, abbandonati al loro destino dalle supreme autorità dello Stato, hanno fatto le loro scelte sulla base di considerazioni valide in ogni caso ed hanno combattuto, con valore ed onestà d'intenti, schierandosi con l'ex nemico o rimanendo con il vecchio alleato. E', invece, il comportamento delle citate supreme autorità che è stato del tutto contrario alla sacra legge del DOVERE: essa prescrive che i Comandanti vincono o muoiono con i propri Soldati e, comunque, non li abbandonano mai, specie nelle circostanze difficili. E questo è ancor più vero nel caso del Re, che mai avrebbe dovuto abbandonare Roma! Anche per questo, l'8 Settembre 1943 ha segnato drammaticamente per l'eternità la Storia d'Italia.
Pasquale Fazio, su Folgore del Settembre 2005 (“Sintesi storica dell'operazione Herring-Poggio Rusco”), ha illustrato l'operazione Herring, molto importante perchè contribuì al superamento della linea ”Gotica”, confermando l'elevata caratura dei nostri Soldati, che diedero per l'ennesima volta una grande prova di efficacia operativa e di valore. Ma non è per questo che lo cito, bensì perché egli, dopo l'illustrazione dell'operazione, scrive: “Mi preme anche ricordare che il soldato italiano, qualunque sia stato il suo destino di combattente, si è battuto con lealtà e determinazione, per difendere le ragioni della sua verità: il che non è un male”. E aggiunge: “Il male non è nell'ostinazione di chi si batte ad oltranza per la sua verità. E' invece nel conformismo di chi, non credendo in niente, cavalca la prima tesi di passaggio purché gli convenga”. E conclude: “E' così che la pensava un certo Luigi Einaudi”. Penso che non si possa non essere d'accordo!
Anche i ragazzi di Salò, dal canto loro, pagarono duramente la scelta fatta, sia per le enormi perdite subite nel corso degli aspri combattimenti cui parteciparono contro gli anglo americani che risalivano la penisola e contro gli odiati slavi di Tito al confine orientale, sia soprattutto perché molti di loro furono assassinati, addirittura dopo la fine della guerra, dai criminali comunisti. Ne fanno fede le denunce di Gianpaolo Pansa, cui ho già fatto cenno, e di Marco Pirina.
Prima di parlare delle testimonianze di quest'ultimo, desidero ricordare che a questi Soldati e alle Unità, nei cui ranghi essi combatterono, l'Italia deve molto perché difesero con determinazione e valore, contro tutto e contro tutti, il confine orientale della Patria, contrastando l'avanzata delle orde di Tito, supportate da unità partigiane italiane, naturalmente comuniste, responsabili come i titini della tragedia delle foibe.
Marco Pirina, nel suo libro “1945-1947. Guerra Civile”, edito dal Centro studi e ricerche storiche “Silentes Loquimur”, racconta episodi tragici della guerra civile, proseguita in Italia da bande comuniste dopo la fine ufficiale del 2° conflitto mondiale, con efferate, feroci, ingiustificabili violenze (esecuzioni sommarie, omicidi indiscriminati, condanne a morte), di cui furono oggetto, oltre a migliaia di civili e religiosi massacrati senza pietà alcuna, anche gli uomini dei reparti della RSI, che si erano arresi al termine ufficiale della guerra. Le bande comuniste, uniche formazioni ancora in armi, maramaldeggiarono vigliaccamente facendo strage di uomini e donne, fascisti e non, impossibilitati a difendersi e a vendere cara la propria vita nel disinteresse colpevole dei governanti, nella sostanza, complici degli assassini; questi, in seguito, per sfuggire alla galera, si rifugiarono al di là della cortina di ferro. Negli anni successivi, purtroppo, i nostri governanti ebbero il coraggio di concedere la grazia a questi criminali, senza alcun rispetto per coloro che erano stati ingiustamente torturati ed uccisi e per i loro familiari; un esempio di questo storico scempio della giustizia è il famigerato Moranino, che addirittura divenne senatore della repubblica italiana nei ranghi dei comunisti (cfr. OGGI, Febbraio 2004, “Rivelazioni choc di uno storico friulano. Continuarono per due anni le condanne a morte”, G. Sulas). Questo sconcio della grazia ad assassini politici è, a tutto oggi, una prassi in vigore! Il 12 Ottobre 2005, Miska Ruggeri su “Libero” ha dato una notizia che apre i cuori alla speranza: “La procura militare indaga sugli eccidi partigiani”; spero sia vero e se è vero spero sia fatta piena luce su questi eccidi e sui colpevoli. Riporto il giusto commento di Marco Pirina: “… è finalmente arrivata l'ora della giustizia storica, a cui non interessa il tintinnio delle manette … ma la dignità della memoria, soprattutto per i familiari della vittime, alcune delle quali giacciono tuttora insepolte”. Sull'esito di questa indagine, confesso, tuttavia, di essere molto pessimista!
Carlo Azeglio Ciampi, in merito a questo triste capitolo del nostro passato, nell'Ottobre 2001, intervenendo ad una cerimonia commemorativa della guerra partigiana, nel riaffermare i valori fondanti della Patria, ha dato il giusto e meritato riconoscimento dell'amor patrio alla scelta dei ragazzi di Salò, ponendosi così splendidamente al di sopra dei suoi predecessori, quale riferimento unitario del patriottismo degli italiani (cfr. Corriere della Sera, 15/10/2001, “Anche i ragazzi di Salò amavano l'Italia”, M. Breda). Lo stesso Ciampi, in occasione della Giornata della Memoria, celebrata nella Regione Lazio nel Febbraio 2004, ricordò che il dramma delle popolazioni italiane vittime delle foibe e costrette all'esodo dai titini deve far parte della memoria di tutti gli italiani (cfr. Corriere della Sera, 10/02/2004, “Foibe … Una tragedia per l'Italia”, R. Zuccolini).
Il nostro ricordo e il nostro pensiero commosso vanno, come sempre, ai Caduti di tutte le guerre che l'Italia ha combattuto e a tutti coloro che ci hanno preceduto nel servire con Onore la Patria sotto le nostre Bandiere di guerra; essi sono gli artefici delle nostre tradizioni, antiche e recenti, e noi non li dimenticheremo mai perché essi ci ricordano che la nostra missione è stata un atto di donazione personale alla Patria, fatto di nobili sentimenti, di totale dedizione, di consapevole sacrificio; infatti, noi tutti siamo entrati in Accademia volontariamente, perché convinti della necessità di dover difendere il nostro Paese, non solo dall'incombente minaccia sovietica, ma anche dal pericolo interno rappresentato dai comunisti, nel loro insieme assimilabili a quello che fu il cavallo di Troia, per la rocca di Ilio. La nostra scelta è stata premiata dal successo: le nostre Forze Armate hanno il vanto di aver garantito, in concorso con gli alleati nella NATO, la PACE in Europa e di aver vinto la GUERRA FREDDA, assolvendo la difficile missione ad esse affidata dal popolo italiano, nonostante siano state molto trascurate dai nostri governanti, dimostratisi, a tutto campo, perfino incapaci di realizzare un corretto sviluppo del sistema Italia, fondandolo sulla giustizia, sulla sicurezza, sull'eguaglianza, sull'equità sociale.
Al fine sopraindicato, ci siamo impegnati duramente notte e giorno nelle incessanti attività addestrative, alla testa dei nostri bravissimi ragazzi di leva, di cui conserviamo un ricordo meraviglioso; ognuno di noi ricorderà gli elevati ritmi addestrativi degli anni '60, '70, '80, volti a garantire la capacità operativa di reagire con immediatezza ad ogni minaccia: frequenti allarmi notturni, campi estivi, primaverili ed autunnali in zone e poligoni occasionali, esercitazioni a ritmo sostenuto nelle baragge e nelle aree addestrative permanenti, escursioni di unità isolate complete di armi, equipaggiamenti e mezzi cingolati e ruotati, ecc.. Abbiamo affrontato la nostra vita militare con slancio, sostenuti nel nostro operare dall'entusiasmo e dall'impegno dei nostri Soldati, provenienti in massa dal popolo vero e non dalle classi privilegiate, salvo qualche eccezione (evito di sottolineare il “come mai”; a coloro che hanno ingiustamente evitato il servizio militare e ai loro complici va il mio disprezzo.). Soldati che dimostravano grande fiducia nei nostri riguardi, nonostante che il servizio militare rappresentasse un periodo di grave sacrificio per loro, anche in conseguenza di una legislazione nazionale (ecco un altro aspetto eclatante di malgoverno) che non agevolava questi ragazzi che rispondevano con onestà alla chiamata di leva (anzi, si può dire che fosse punitiva per loro, basti considerare la bassissima retribuzione a fronte del sacrificio loro richiesto, l'assenza di garanzie di reintegro nel posto di lavoro, nessuna agevolazione per l'inserimento nel mondo del lavoro dopo la naja, l'indifferenza dei governanti nei riguardi delle famiglie originarie e acquisite, ecc.) e nonostante la presenza di un ampio schieramento di sinistra pro-sovietico e antipatriottico che cercava di diffondere ed alimentare con ogni mezzo il malcontento e la sfiducia verso il mondo militare, accusato persino di chiusura nei riguardi della società civile, che costituiva invece la fonte di alimentazione e di efficienza dell'Esercito. Alla luce della mia lunga esperienza di servizio e di comando, affermo, senza alcuna ombra di dubbio, che questa presunta chiusura tra Forze Armate e società civile non ha mai trovato riscontro nella realtà dei fatti; se chiusura vi è stata, essa si è verificata, specie a partire dagli anni '60, tra il mondo delle classi privilegiate (politici a tutti i livelli, burocrati, cosiddetti manager di stato o grand commis de l'état, imprenditori pseudo privati, ecc.) ed il resto della società italiana, che considero il popolo vero, comprensivo quest'ultimo dei militari. Infatti, la sensazione che avevamo noi Ufficiali nei contatti con la popolazione, nelle sedi stanziali e nelle frequenti occasioni in cui operavamo fuori dalle predette sedi (altro che esercito di guarnigione: un altro falso mito!), era di simpatia e di sostegno, persino nei casi in cui procuravamo ad essa difficoltà e problemi. Questa fiducia dei nostri concittadini, che avvertivamo ogni giorno e che si esprimeva spesso con atti concreti, in uno con la certezza nostra e dei nostri uomini di costituire un tassello di primaria importanza del sistema Italia, nella orgogliosa consapevolezza di essere in prima linea nella difesa della Patria dal nemico esterno ed interno, ha costituito per noi un incentivo forte e determinante a sempre meglio operare al servizio della collettività nazionale, superando inevitabili difficoltà e disagi sia nel servizio sia nella vita privata.
Nel quadro mondiale, gli anni '50 sono stati densi di avvenimenti importanti. La Nato si trovò a fronteggiare sull'Elba una massa di circa 200 Divisioni sovietiche, mai smobilitate e, quindi, operative, con solo 14 Divisioni: la difesa dell'Occidente si basò, di conseguenza, sull'armamento nucleare di cui gli USA detenevano il monopolio; era la dottrina della risposta massiccia: molti ricorderanno che si parlava di “Scudo”, rappresentato dalle forze convenzionali destinate alla prima ed immediata resistenza, e di “Spada”, cioè le forze nucleari per dare il colpo di grazia all'attaccante. L'URSS, contenuta in Europa a seguito dell'esito negativo della prova di forza per Berlino, sconfitta in Grecia con l'insuccesso della rivoluzione comunista, perduto l'alleato jugoslavo e, quindi, la possibilità di acquisire l'Italia, fermata sull'Elba dal monopolio nucleare statunitense nonostante l'enorme superiorità in forze convenzionali, volse le sue mire ad oriente. Il conflitto in Corea rappresentò un episodio classico della “Guerra Fredda”; anche in questa occasione l'URSS non riuscì a conseguire i suoi scopi e l'unico paese a trarre vantaggio da questa sanguinosa guerra fu la Cina, che assunse l'aureola di protettrice dei popoli orientali minacciati dall'imperialismo occidentale. Le ripercussioni di questa guerra sulla strategia della NATO furono notevoli, anche tenuto conto dei primi test atomici sovietici, che ridussero la credibilità della strategia della “risposta massiccia”. Si delineò la necessità, al fine di evitare l'immediato balenio della “Spada” statunitense, di organizzare efficacemente la difesa con mezzi convenzionali a ridosso della linea di contatto: è il concetto strategico della difesa avanzata; conseguentemente, nel Febbraio 1952, vennero ammessi nella Nato, al fine di migliorare la difendibilità del fronte Mediterraneo, la Grecia e la Turchia e, a seguito della bocciatura della CED, anche la Germania Federale fece il suo ingresso nell'Alleanza, il 5 Maggio 1954, al fine di dare sostanza al nuovo criterio di difesa. I sovietici risposero con la costituzione del “Patto di Varsavia” qualche giorno dopo e con la firma del trattato di pace con l'Austria, che, mettendo fine al regime di occupazione quadripartito, ruppe la continuità territoriale del fronte terrestre dell'Alleanza, le cui conseguenze negative per il sistema difensivo del blocco occidentale verranno aggravate, nel 1966, dal ritiro delle forze francesi dalla NATO, disposto dal Gen. De Gaulle.
Nel 1951, la NATO, consapevole che l'URSS possedeva la capacità militare di invadere ed occupare i paesi europei occidentali, ritenne opportuno far approntare nei paesi dell'Alleanza strutture segrete costituite da volontari che, in caso di invasione, lasciandosi superare dalle unità nemiche, sarebbero rimasti dietro le linee del fronte, occultandosi, per svolgere attività informativa, di sabotaggio, di guerriglia; quindi i compiti di questi uomini erano del tutto in linea con l'interesse nazionale, riassumibile nella difesa della Patria. A tal fine, dette strutture vennero dotate di depositi, naturalmente segreti, di armi, munizioni ed esplosivi, dislocati nelle prevedibili aree di impiego. Proprio per il fatto che questa struttura segreta era destinata ad operare alle spalle del nemico, essa fu battezzata Stay behind; nel linguaggio corrente veniva però denominata “Gladio”. L'organico di Stay behind era molto ridotto e in Italia si aggirava sulle 600 unità. Si trattava, quindi, di una organizzazione del tutto differente da quella costituita dall'esercito parallelo del partito comunista (denominata più tardi “Gladio rossa”, per distinguerla da Stay behind), numerosa ed agguerrita, che costituiva un vero e proprio strumento rivoluzionario: un grazie a Stalin per aver impedito il suo impiego in Italia!
La messa a punto da parte dell'URSS della bomba all'idrogeno (1953) e di missili balistici capaci di attraversare l'Atlantico (1957), nonché il successo nel lancio in orbita dello Sputnik (1957) misero definitivamente in crisi la dottrina della risposta massiccia. Prese piede allora e si consolidò nel tempo la dottrina della risposta flessibile, il cui fondamento era la flessibilità di reazione in relazione al livello dell'aggressione: nacque il concetto della triade, che postulava la disponibilità di armi nucleari strategiche, di armi nucleari di teatro e tattiche, di forze convenzionali adeguate e competitive, il cui ruolo, fortemente esaltato dalla nuova dottrina, venne a costituire un gravoso impegno per i paesi membri della NATO. L'evoluzione della crisi di Cuba (1962), fortunatamente risolta pacificamente, costituì un concreto test che evidenziò, ad ambedue i blocchi, la valenza della flessibilità di reazione ed ebbe effetti rilevanti sulla politica generale dell'URSS, nel confronto con l'Occidente e nei riguardi del Terzo Mondo. Ma torniamo un momento agli anni '50 per ricordare una evoluzione di enorme importanza nel confronto Est-Ovest. Trattasi del principio della coesistenza pacifica, che, reso possibile dalla scomparsa di Stalin e dalla stabilizzazione della situazione europea, con l'ingresso della RFT nella NATO e con la costituzione del Patto di Varsavia, determinò, nel tempo, un progressivo allentamento della tensione internazionale. In merito alla coesistenza pacifica, è noto che l'interpretazione data ad essa ad ovest dell'Elba non coincideva con quella del blocco orientale. Inizialmente, con Kruscev, prese il via, timidamente, il cosiddetto disgelo e nacquero, contestualmente, nel mondo occidentale illusioni circa l'evoluzione dell'URSS; queste illusioni caddero immediatamente, a seguito dei contenuti dei successivi congressi del partito comunista sovietico. E' noto che Krusciov, alla domanda di un giornalista se ritenesse possibile un accordo con gli USA sulla base dello status quo, rispose “si, a condizione che gli Stati Uniti accettino che la lotta dei popoli coloniali per la loro liberazione è status quo”. In sintesi, la distensione è considerata un modo per evitare o, comunque, ridurre il rischio di una guerra, il cui risultato si sarebbe concretato nella distruzione reciproca dei blocchi contrapposti; l'etichetta di coesistenza pacifica o meglio competitiva, che alla distensione viene data, chiarisce che i sovietici la intendono come una fase della lotta al capitalismo, una forma specifica di lotta di classe, senza ricorso alla guerra, perché basata su attività culturali, sociali, economiche e su ogni altro mezzo possibile quale, importantissimo, quello della strategia indiretta. Le illusioni della distensione diedero luogo nell'Est europeo a situazioni difficili in Polonia (Giugno 1956) e in Ungheria (Ottobre 1956); in Polonia la saggezza di Gomulka evitò la repressione sovietica, mentre in Ungheria il sollevamento popolare fu soffocato nel sangue dai sovietici: l'Occidente, immagino nel rispetto degli accordi di Yalta, evitò qualsiasi intervento. Intanto, nel mondo, il processo di decolonizzazione procedeva spedito: in estremo oriente, l'Olanda concedeva l'indipendenza all'Indonesia, la Francia stava perdendo la guerra in Indocina, mentre focolai di rivolta esplodevano nel Maghreb, la Gran Bretagna aveva liquidato quasi del tutto il suo impero, trasformandolo in Commonwealth; nel Medio Oriente, il neonato Israele determinava uno stato di forte instabilità nella regione, già teatro di una guerra arabo-israeliana nel 1948. Nel Novembre 1956, a seguito della nazionalizzazione del Canale di Suez, proclamata da Nasser in conseguenza del rifiuto statunitense di finanziare la costruzione della diga di Assuan, un corpo di spedizione franco-britannico occupò militarmente quell'area, al fine di garantire i propri interessi: stante però l'opposizione di USA ed URSS, nell'occasione d'accordo anche se per motivi diversi, Francia e Gran Bretagna dovettero ritirare le proprie truppe, constatando, nell'umiliazione subita, a chi apparteneva la leadership mondiale. Questo intervento militare, che ebbe pesanti conseguenze negative per la NATO, perché spalancò le porte della regione mediorientale e del Mediterraneo all'Unione Sovietica, aggravò, altresì, le difficoltà dell'Occidente cosiddetto “colonialista” nei rapporti con i paesi non allineati, i quali, afflitti in larga misura da problemi di sottosviluppo, guardavano con molta ammirazione al miracolo dell'URSS, capace di trasformarsi, in pochi decenni, in una grande potenza industriale. L'attenzione verso il Terzo Mondo, che, nel quadro internazionale, andava acquisendo un'importanza di rilievo come soggetto politico, lo sfruttamento delle conseguenze del processo di decolonizzazione, il desiderio di cancellare la memoria dell'umiliazione subita a Cuba, la volontà di vincere il confronto con i paesi cosiddetti capitalisti imposero all'Unione Sovietica di proiettarsi dovunque nel mondo con capacità operativa idonea, trasformandosi da potenza prettamente continentale in potenza globale: è la scoperta del potere marittimo, fattore imprescindibile dell'impegno dell'URSS nelle vesti di potenza globale in grado di competere con gli USA.
Negli anni '50, si deve altresì ricordare un evento di fondamentale importanza nella infinitamente lunga marcia verso l'Unione Europea, dopo il fallimento della CED: il 25 Marzo 1957, a Roma, furono firmati i trattati che diedero vita alla Comunità Economica Europea ed alla Comunità Europea per l'Energia Nucleare.
Nel corso degli anni '60, iniziò un periodo non favorevole per lo sviluppo ed il progresso sociale dell'Italia, causa la pochezza politica dei governanti ed una larga diffusione di criminalità politica e non, che le forze di polizia non riuscirono ad imbrigliare, a causa di lacci di varia natura, anche politica, che frenarono il loro operare. Nel nostro Paese si andava sgretolando la maggioranza che sosteneva il governo Segni; di questo governo è da ricordare un provvedimento di legge, avversato dalla confindustria, fortemente voluto dalle sinistre appoggiate dai sindacati, foriero di gravi conseguenze sociali ed economiche per l'Italia: con l'istituzione del ministero delle partecipazioni statali, le aziende di stato vennero sottratte alla disciplina confindustriale ed assoggettate ad un regime proprio. La conseguenza fu la politicizzazione delle aziende pubbliche, che, si legge in Montanelli-Cervi (op. cit., pag. 396) e lo abbiamo constatato direttamente, “diventarono facile preda dello strapotere sindacale e di quello partitico”. Purtroppo l'unità della democrazia cristiana, chiave di volta della politica di De Gasperi, si era ormai dissolta nelle incomprensibili alchimie politiche dei suoi successori, incapaci di governare pensando in termini di servizio alla collettività nazionale. Il successivo governo fu quello di Tambroni, che viene da me ricordato, al fine di evidenziare in quali mani era caduta la nostra Italia, solo per i fatti del Luglio 1960 a Genova, ove un congresso missino fu impedito con violenza “democratica” dai soliti noti, in prevalenza rossi, sobillati anche da personaggi insospettabili quali, ahimè, un certo Sandro Pertini, “trascinato (si legge in Montanelli-Cervi, op. cit., pag. 417) dalla sua irruenza generosa e sprovveduta”; per coloro che lo avessero dimenticato ricordo che, diversi anni dopo, sempre trascinato da questa “irruenza generosa e sprovveduta”, nelle vesti di Presidente della Repubblica e, quindi, di Comandante delle Forze Armate, impedì che militari colpevoli di ammutinamento (parlo dei controllori di volo dell'Aeronautica militare) venissero denunciati, accogliendoli sul “Colle” ed impedendo l'applicazione della legge nei loro confronti: quale dei Capi di SM dell'epoca diede le dimissioni per protestare contro un simile atto, fortemente lesivo della compattezza e del senso dell'Onore delle Forze Armate? La violenza della “piazza” in Genova coinvolse anche Roma e altre città; a Reggio Emilia si ebbero 5 morti tra i dimostranti e le forze di polizia, come da prassi, furono messe sotto accusa. Per chi volesse approfondire i fatti, rimando a “L'Italia del Novecento”.
Gli anni '60 si aprirono, in campo internazionale, con l'erezione nel 1961 del muro di Berlino, costruito con lo scopo di contrastare la grande fuga dei tedeschi dalla RDT verso la RFT. Il motivo per cui i tedeschi fuggivano dal “paradiso comunista” è ben noto: mentre la Germania Federale andava crescendo economicamente in un clima di ben intesa democrazia, la Germania comunista, cosiddetta democratica, languiva nella miseria ed era oppressa dalla dittatura: dal 1952 al 1961, circa due milioni di tedeschi avevano lasciato la RDT e questo, per motivi politici ed economici, non poteva essere tollerato dai dirigenti comunisti (cfr. Sergio Romano, op. cit., pag. 92).

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