CINQUANTENNALE DEL 12° CORSO
DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA
SINTESI STORICO POLITICA DEL CINQUANTENNIO 1950-2000
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVEGli anni successivi al 1989 sono anni molto importanti per l'Italia; sono gli anni che hanno visto la crisi e, finalmente, la fine della prima repubblica e del regime cattocomunista, instauratosi dopo il periodo del buon governo di De Gasperi. Perché parlo di regime? Ecco: l'Italia del dopoguerra è l'unico paese occidentale governato ininterrottamente per oltre un trentennio dalle stesse forze politiche di centro sinistra, praticamente senza una opposizione, essendo la destra missina democraticamente ignorata e vilipesa, nonostante i milioni di voti a suo favore ed il partito comunista, altrettanto democraticamente, associato -seppur ufficiosamente- alle attività di governo, nonostante i suoi peccati ed i suoi intendimenti fuori linea rispetto agli interessi del Paese. In tutti questi anni, lo abbiamo constatato, si è verificato un tangibile peggioramento della qualità della vita dei cittadini, specie delle classi meno abbienti, a fronte di un arrogante e progressivo aumento della ricchezza e dei privilegi di politici a tutti i livelli e relative clientele, magistrati, manager pubblici (cosiddetti boiardi o grand commis d'état), burocrati, imprenditori, sindacalisti, ecc.; per fare un esempio basti considerare che, fin dagli anni '70, anche nei periodi di piena emergenza economica, i detentori del potere nel senso più ampio, mentre imponevano sacrifici ai cittadini, anche ai più poveri, sono andati aumentando periodicamente (cosa che avviene ancora negli anni 2000) le loro sovrabbondanti e, senza alcun dubbio immeritate (a fronte dei risultati) retribuzioni, avvantaggiandosi, in aggiunta, di ingiustificabili privilegi (nota: le leggi che regolano le retribuzioni dei politici ai vari livelli e il collegamento di tali retribuzioni a quelle dei magistrati costituiscono quasi un mistero di Stato: non sono riuscito a reperire i provvedimenti approvati dal Parlamento, né ad aver notizie precise al riguardo. Fortunatamente, Cesare Salvi e Massimo Villone hanno scritto un libro che riporta una approfondita e preziosa inchiesta sulle incredibilmente enormi spese dell'elefantiaco e, per molti aspetti, inutile apparato politico che governa o, meglio, malgoverna l'Italia. Grazie a questo libro e a notizie giornalistiche sparse, sono riuscito a chiarire, ancorché parzialmente, la situazione); non risulta che l'opposizione si sia mai opposta (quindi, è connivente, e non ci si poteva attendere il contrario perchè la probità è una merce difficilmente rintracciabile tra le classi privilegiate!). Ciò che colpisce negativamente di questi politici è il fatto che essi sfruttano la loro posizione a proprio esclusivo vantaggio ed è, quindi, innegabile che essi incorrono in un chiaro conflitto di interessi. Per questo sono doppiamente colpevoli perché, contrariamente a quanto finora hanno fatto, essi dovrebbero assumere, nella gestione del Paese, anche contro il proprio personale interesse -il che sarebbe un buon esempio per tutti gli italiani- ogni possibile iniziativa volta ad assicurare il contenimento della spesa per il proprio trattamento economico entro i limiti imposti dalle generali esigenze della finanza pubblica, senza dimenticare, come invece fanno d'abitudine, il criterio dell'equità sociale; ne è esempio incisivo lo scandaloso sistema pensionistico di cui si sono dotati e di cui farò cenno nel prosieguo. Nel dotarsi di così elevate/ingiustificabili paghe e così elevate/ingiustificate/illegittime pensioni, non solo non tengono conto del generale criterio del buon padre di famiglia né dell'esigenza di economicità della gestione pubblica per ridurre il deficit, ma neanche del quadro generale della società italiana ove un'alta proporzione della popolazione ha bassissimi introiti, mentre i servizi pubblici e sociali dello Stato, delle regioni, dei comuni lasciano molto a desiderare. Mi meraviglio, inoltre, che i sindacati, sedicenti difensori delle classi più deboli, non siano mai scesi in piazza per denunciare e combattere queste evidenti manifestazioni di ingiustizia sociale, di sottosviluppo/arretratezza culturale e mentale, di spreco del denaro pubblico, di abuso di potere (quindi, anche essi sono conniventi!). In aggiunta, solo qualche quotidiano ha dato notizie sull'argomento, evitando, però, di attaccare i parlamentari di tutte le razze e di tutti i partiti con campagne assillanti ed incisive; questo atteggiamento non può che meravigliare e fa pensare a condizionamenti politici della stampa, conseguenti anche a sovvenzioni governative che, si dice (spero non sia vero!) vengono erogate a talune testate; e, in questo senso, può essere interpretata l'affermazione di Ostellino, già citata in precedenza (vds. pag. 95): sono i vuoti riti della politica a dettare l'agenda al giornalismo, che finisce con il fallire la funzione democratica di fornire alla società civile gli strumenti concettuali per conoscere, reagire e, se necessario, cambiare l'ordine esistente, lo status quo. E' con il disinteresse per la cosa pubblica e per il bene comune, fatto di giustizia, sicurezza, eguaglianza, equità sociale, che si spiega il paradosso dei governi italiani di centro sinistra, sedicenti progressisti, che, pur avendo governato il Paese ininterrottamente dalla metà degli anni '60 alla fine degli anni '90, non hanno prodotto nulla di ciò che caratterizza una vera e condivisibile democrazia. E' pur vero che si tratta di democrazia rappresentativa, ma ciò non autorizza i governanti a trattare i cittadini come sudditi. La realtà è che siamo stati governati da un tiranno senza volto (rappresentato da troppi volti!), che non si è mai curato di affrontare, approfondire e risolvere i veri problemi della società italiana, cui, invece, guardava con arrogante sufficienza e complesso di superiorità, tenendosi isolato da essa società chiuso nella cittadella del potere o, meglio dire, nel Palazzo. Addirittura, questi galantuomini, di fronte ai Referendum -unica vera espressione di Democrazia diretta, cioè reale, allorché al Popolo, cui appartiene la sovranità, viene chiesto di esprimere il proprio parere su determinati argomenti- hanno osato contraddire, senza vergognarsene, i risultati che non facevano loro comodo, violentandoli con legge ordinaria. Non è disonestà questa? Non è dittatura questa? A mio parere è contemporaneamente l'una e l'altra cosa! Quindi, questo comportamento -definito in termini molto chiari- è un crimine contro il Popolo. Di esso sono responsabili sia il centro sinistra sia il centro destra e devo dire, per sovrappiù, che quest'ultimo va assumendo in sé gli aspetti negativi che erano propri della Dc, cioè si sta democristianizzando; dobbiamo augurarci che riesca a correggersi rapidamente per presentarsi come valida alternativa di governo dell'altro polo. La contraffazione con legge ordinaria dei risultati di referendum si è verificata sia nella prima repubblica, ricordo quale deprecabile esempio il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, sia nella seconda repubblica con vari esempi di responsabilità dei due poli, tra i quali principali quello sul finanziamento pubblico dei partiti (il 90% dei votanti si era espresso per l'abolizione) e quello sulla preferenza al sistema maggioritario per l'elezione del Parlamento nazionale. Nei primi anni '90, in occasione dei referendum, la maggioranza del Popolo espresse la sua contrarietà al sistema partitocratico, cancro dell'Italia e artefice di una caduta rovinosa della Nazione in tutti i campi, da quello degli ideali a quello morale a quello socio-economico, evidenziando la propria volontà riformatrice. Qualcuno paragonò la concreta situazione di sfascio dell'Italia del 1992 alla situazione del dopoguerra, a sottolineare la grave situazione generale di cui soffriva il sistema Paese. Vi sono però, a mio avviso, alcuni aspetti che differenziano le due situazioni e che non possono essere taciute per un raffronto realistico. L'Italia del 1945 usciva da una guerra combattuta con grande valore dall'Esercito, dalla Marina e dall'Aeronautica, ma perduta per responsabilità politiche sia del fascismo sia del postfascismo. Nei primi anni '90, invece, l'Italia era un Paese gravemente ferito, quale risultato di una sconfitta verificatasi non per cause belliche, ma in un periodo di pace non privo però di pesanti lutti e di una catastrofica situazione economica come e peggio di un periodo di guerra, a causa del malgoverno di una classe dirigente disonesta, incapace, imbelle. L'Italia del 1945 ebbe la forza di risorgere reagendo alle avversità, perché la classe dirigente degasperiana possedeva il necessario senso dello Stato, il grande pregio della passione civile, la consapevolezza di dover espletare un servizio finalizzato al bene dell'Italia. Questa classe dirigente era altresì sostenuta da cittadini animati dalla volontà di risorgere e usi ai sacrifici, sospinti, a tal fine, da uno spirito patriottico e da un amore per l'Italia difficilmente rintracciabili nel 1992, sentimenti che il cattocomunismo, imperante negli anni successivi a De Gasperi, è riuscito a cancellare dalle coscienze di gran parte degli italiani delle successive generazioni. Abbiamo visto nelle pagine precedenti come sono andate le cose e abbiamo visto che, salvo che per il settore pubblico, di per sè difficilmente recuperabile al fine di un servizio più efficiente per i cittadini, l'Italia a metà degli anni '80 ha vinto una serie di grandi sfide, a cominciare da quelle del terrorismo e dell'inflazione ed ha rimesso in moto l'economia, giovandosi anche della lunga durata e del sano spirito d'iniziativa del governo Craxi, pur se anch'esso caratterizzato da una certa instabilità, ineludibile a causa della partitocrazia e delle difficoltà determinate da Dc e Pci, sostanzialmente avversi a Craxi. Per contro, l'Italia non è riuscita a vincere la sfida con la criminalità organizzata, che addirittura prese possesso del territorio delle quattro regioni meridionali, cioè di un mezzogiorno che non è riuscito a decollare, per i gravi ed imperdonabili errori di politica sociale ed economica, adagiandosi su un regime assistenziale, di cui continua ad usufruire pur costituendo esso ostacolo alle sue enormi potenzialità; è proprio questo che non sopportano le popolazioni del Centro Nord, ove è diffusa e tangibile la sempre esistita insoddisfazione per l'inefficienza delle strutture pubbliche statali e non, per il centralismo politico amministrativo che sottrae risorse a vantaggio, soprattutto, di sé stesso e, in piccola parte, del Sud, per il debito statale divenuto una voragine senza fondo. Considerando il disastro finanziario che caratterizzò l'ultimo governo a guida Dc, l'ormai tristemente famoso 7° ministero Andreotti, viene spontaneo chiedersi come è stato possibile tutto ciò in questa Italia, che i nostri squalificati governanti blateravano essere la 5^ potenza economica mondiale, evitando, però, di citare altre più attendibili classifiche, che ponevano il nostro Paese in posizioni molto arretrate, anche dietro paesi del Terzo Mondo. Al riguardo, già a fine anni '70, l'economista Ruffolo ammoniva che l'affermazione secondo cui l'Italia era ormai una delle prime potenze economiche del mondo rischiava di dare una fuorviante immagine trionfalistica del nostro Paese: presumo si trattasse di propaganda interna, con fini elettorali. La tempesta valutaria che colpì l'Europa e si abbattè sulla nostra gloriosa Lira, anch'essa non governata nel modo migliore dalla banca d'Italia, la conseguente uscita dal serpente monetario europeo, l'assoluta mancanza di credibilità del governo in carica -la cui unica carta giocabile fu l'ennesima svalutazione competitiva, che non sortì però i risultati attesi, in quanto l'operazione non fu sostenuta contestualmente da provvedimenti indispensabili al suo successo- portarono alla fine del trentennale sistema politico partitocratrico, sul quale grava l'imperdonabile e incancellabile colpa di aver provocato, con rara efficacia, nel corso degli anni, la decadenza spirituale, morale, sociale, economica dell'Italia. Al riguardo, per descrivere al meglio questo tangibile decadimento, scomodo ancora il compianto Indro Montanelli, uomo libero da condizionamenti, riportando, di seguito, lo stralcio di un suo famoso articolo, Addio Italia, Patria perduta, apparso sul Corriere della Sera del 23 Novembre 1997: eravamo convinti che quella fosse la data d'inizio di una vita nova (Montanelli si riferisce alla data del referendum istituzionale, ndr) questa grande speranza ci sostenne fino agli anni del miracolo, che furono poi i primi '50. Poi assistemmo e fummo cronisti della rapida degenerazione della democrazia in partitocrazia, cioè in un oligopolio di camarille e di gruppi che esercitavano il potere in nome della cosiddetta sovranità popolare; in realtà nel solo interesse di quei gruppi e camarille, che di interesse ne avevano uno solo: che il potere restasse cosa nostra, come infatti per quasi cinquanta anni è stato e come seguita ad essere In questo sistema abbiamo visto corrompersi tutto, a cominciare dallo Stato. Lo Stato che il fascismo aveva trovato quando assunse il potere non era un gran che. Però una categoria di funzionari abbastanza onesti e ligi ad un certo rigore e decoro di comportamenti, nei pochi decenni di storia unitaria si era formata. E Mussolini la rispettò. Ne mise tutto il personale in camicia nera, ma non ne toccò i posti, le carriere, le competenze. Anche in periferia, il Prefetto, organo dello Stato, prevalse sempre, o quasi sempre, sul Segretario federale, organo del Partito. E questo atteggiamento fu particolarmente visibile nel campo della giustizia. Per perseguire il delitto di opinione, il regime dovette istituire una sua Magistratura di partito perché quella ordinaria si rifiutava di considerare l'opinione un delitto, e il regime rispettò questo rifiuto. Anche la Repubblica nata dalla resistenza, come era d'obbligo chiamarla, riconobbe l'indipendenza della Magistratura dal potere politico. E, per meglio garantirla, la dotò di un organo di autogoverno, il Csm, riservandosene però una componente laica, cioè di non magistrati nominati a quei posti dal potere politico, e per esso dai tre maggiori partiti Ma la contaminazione non si era fermata qui. Aveva investito tutta la Magistratura dividendola in correnti E' questo che spiega l'impunità con cui le forze politiche poterono compiere la loro opera di corruzione, che non consisteva soltanto nel prelievo dei pedaggi imposti a tutte le attività economiche pubbliche e private -le famose tangenti- ma anche nell'annessione e addomesticamento di tutti quegli organi di controllo -Corte costituzionale, Corte dei conti, Consiglio di Stato, Ragioneria generale- che alla corruzione avrebbero dovuto porre un freno e che invece ne diventarono lo strumento. La corruzione non è un fenomeno soltanto italiano. Clemenceau diceva che non c'è democrazia che ne sia al riparo. Ma quella che aveva sotto gli occhi lui, in Francia, si limitava alla classe politica Ma a sbarrarle la strada c'era uno Stato che dai tempi di Colbert era servito da una vera e propria casta di commis, di funzionari rigorosamente selezionati in scuole speciali ed alla corruzione impermeabili. La burocrazia italiana non disponeva di personale di altrettanto livello e non oppose resistenza al potere politico che se l'annesse distribuendo favori soprattutto di carriera (direi anche in entità delle retribuzioni) agli arrendevoli e castighi a chi non si adeguava. I due milioni di miliardi e passa di debito pubblico non si possono spiegare che come il frutto di un reticolo di complicità fra classe politica e classe amministrativa che rese del tutto vano il disposto costituzionale secondo cui lo Stato non poteva procedere a spese che non fossero coperte da adeguate entrate. Gli organi cui era affidata l'osservanza di questa regola ne avallarono tutte le contravvenzioni Che la classe politica che ha esercitato il potere negli ultimi trenta o quaranta anni, sia stata nel suo insieme corrotta e corruttrice è vero. Ma è altrettanto vero che al potere è sempre rimasta con il nostro voto. Perché, si usa dire, l'unica alternativa erano i comunisti Ma i voti ai comunisti chi glieli dava? L'anagrafe mi ha consentito, o forse mi ha condannato, a partecipare a tutte le grandi speranze di questo secolo italiano La speranza di contribuire a qualcosa di buono si riaccese subito dopo la liberazione, sotto la guida di pochi vecchi uomini del prefascismo, presto anch'essi emarginati dalle nuove leve di mestieranti della politica E da allora cominciò la degenerazione mafiosa della democrazia sotto gli occhi indifferenti o ipocritamente indignati di una pubblica opinione alle mafie assuefatta da secoli. Ormai sono giunto alla conclusione che la corruzione ci deriva da qualche virus annidato nel nostro sangue Tutto in Italia ne viene regolarmente contaminato E la cultura, da cui avrebbero dovuto venirci moniti ed esempi, si è adeguata, come del resto volevano le sue origini. La cultura italiana è nata nel Palazzo e alla mensa del Principe, laico od ecclesiastico che fosse, e non poteva essere altrimenti, visto che il Principe era, in un paese di analfabeti e quindi senza pubblico mercato, il suo unico committente Così si formò quella cultura parassitaria e servile, che non è mai uscita dai suoi circuiti accademici, per scendere in mezzo al popolo a compiervi quell'opera missionaria di cui le è sempre mancato, non solo la vocazione, ma anche il linguaggio. In Italia, il professionista della cultura cerca istintivamente un Principe di cui mettersi al servizio. Scomparsi quelli di una volta, il loro posto è stato preso dai depositari del potere, cioè dai partiti. E questo spiega la cosiddetta organicità dell'intellettuale italiano, sempre schierato dalla parte verso cui soffia il vento . Non riporto la conclusione dell'articolo, perché per me è troppo intriso di pessimismo, mentre io continuo a sperare, anche se sento il gravame dell'illusione, che l'Italia risorga dall'attuale basso impero. Preferisco, invece, riportare un contributo di Enzo Balboni (cfr. IL SOLE 24 ORE, 05/02/1992, Lo Stato di diritto non abita più qui), che descrive l'Italia del 1991. Egli fa riferimento ad un saggio dell'Istituto francese di affari internazionali in cui si parla della crisi di fiducia in Francia e la pone a confronto con quella dell'Italia di cui delinea la seguente fotografia: Il disagio dei francesi non può essere paragonato con la frustrazione degli italiani che sono continuamente alle prese con l'assenza dello Stato . In particolare, vengono messi in evidenza gli aspetti del problema Italia: 1°, non si può parlare di mancanza di senso dello Stato, ma di assenza dello Stato e della sua amministrazione: il primo fattore della crisi è individuato nella corruzione della classe politica; 2°, l'Italia è diventato un Paese ove non esiste un'amministrazione centrale, locale o per enti pubblici o per amministrazioni autonome, che abbia uno statuto civile di regole che la rendano rispettata e rispettabile; 3°, tra i tanti articoli della Costituzione non ancora attuati (dopo mezzo secolo) vanno annoverati quelli che dispongono l'imparzialità e l'efficienza della pubblica amministrazione e l'assunzione nel pubblico impiego per concorso, al fine di scegliere i migliori; 4°, le amministrazioni tecnico-specialistiche sono state rese innocue o succubi: la Corte dei conti è un lupo di carta che ulula ogni anno alla luna. Le altre amministrazioni sopravvivono senza poteri decisionali: è la politica che assume le decisioni sulla base di calcoli di convenienza, di consenso, di profitto; 5°, questo è diventato un Paese dove nessuno controlla nessuno; dove l'ascesa ai grandi direttivi e di comando avviene per lottizzazione partitica; dove il personale direttivo delle Regioni (una delle articolazioni democratiche fondamentali e innovative della Repubblica nata con la Costituzione) oltre ad essere quantitativamente sovradimensionato è anche, sostanzialmente, nullafacente; dove anche la Magistratura ha ceduto al fascino della promozione per non demerito, attraverso un classamento all'insù che ha luogo per tutti a ruoli aperti e sganciati dalle funzioni effettivamente svolte (ad esempio: Pretori con ruolo e stipendio di giudice di Corte d'appello); 6°, l'amministrazione sociale (previdenza, assistenza, sanità, istruzione) non svolge la funzione di promuovere e mantenere i diritti del cittadino, ma è diventata un comparto di spese facili e, spesso, irresponsabili; 7°, il settore fondamentale che va sotto il nome comprensivo di diritto all'economia -il vero cuore costituzionale degli Stati contemporanei- è senza governo, in balia di scelte privatistiche, che nessuno ha saputo o voluto programmare (ad esempio i settori dei trasporti, dell'informazione, della ricerca e sviluppo in campo industriale e tecnologico, ecc.). Questi sono alcuni esempi di situazioni di gravi difficoltà del paese, viste dal punto di vista del compito di ricostruire un'amministrazione decente perché possa riprendere il posto che le compete come project, engineering, implementation, control e insediarsi nel ruolo di elemento chiave di qualunque esercizio di potere-discrezionalità. Solo così (è la conclusione, ndr) si potrà tentare di avere uno Stato che sia di diritto e sociale, venga governato con il metodo democratico, senza scivolare verso forme autoritarie o plebiscitarie. Oggi, Marzo 2007, questa situazione appare vieppiù deteriorata.
Per completare il quadro d'insieme del decadimento spirituale e morale del nostro Paese, vi è da dire che nella prima metà del secolo scorso le Forze Armate erano legittimate da valori forti, quali la storia, l'identità nazionale, l'amor patrio, che, dopo la vittoriosa conclusione della Grande Guerra (4 Novembre 1918), erano entrati a far parte del patrimonio della quasi totalità del popolo italiano. Con il termine del secondo conflitto mondiale e con lo spegnersi della guerra civile, si andò delineando, nel quadro del contrasto politico ideologico che attraversava l'Italia, una situazione in cui veniva alimentata, dai settori rivoluzionari pro sovietici e non solo da essi, una generale sfiducia nei riguardi delle Forze Armate, cui veniva addebitata ingiustamente la responsabilità della sconfitta e di cui veniva misconosciuto il grande, generoso, valoroso contributo fornito non solo alla guerra di liberazione, ma anche all'avvio e alla condotta della Resistenza contro gli ex alleati tedeschi; aggiungo che, a mio personale avviso, coloro che scelsero di continuare a combattere a fianco dei tedeschi meritano il nostro rispetto, perché ciò fecero, pur consapevoli che la guerra era ormai perduta, per l'Onore dell'Italia e perché difesero il confine orientale della nostra Patria dalle brame di Tito, combattendo contro le orde jugoslave, rinforzate, su ordine di Togliatti, da unità operative dei comunisti italiani (una Divisione ed una Brigata: cfr. G. Oliva, op. cit., pagg. 115, 116, 117). Elites culturali e politiche attaccarono alle radici i riferimenti ed i valori militari con finalità per lo più strumentali. Sul versante dei mass media nacque e si affermò una tradizione culturale che diede vita ad una pubblicistica liberal-radicale che si rifiutò di scrivere Paese con l'iniziale maiuscola e che evitò accuratamente di nominare la parola Patria. E' l'origine di un giornalismo che gestisce l'informazione per diffondere la sua opinione e non per far sì che i lettori si formino la propria. A livello politico prese corpo una sorta di convenzione tra la maggioranza e l'opposizione sul non trattare i problemi delle Forze Armate con la serietà ed il rigore che essi meritavano L'esigenza di comunicare la Difesa venne di fatto rimossa. Venne ostacolata la libera circolazione delle idee. Vincoli legislativi e rigide norme di riservatezza ridussero fortemente lo spazio di manovra alla pubblicistica militare. I responsabili politici della Difesa concepirono l'informazione soltanto come forma di presenzialismo, come momento di visibilità personale (cfr. Rivista Militare, 01/09/1996, Comunicare l'Esercito, G. Ruggeri). Questo stato di non comunicazione, che, a mio parere, durò per tutti gli anni '70, non recò, tuttavia, alcun nocumento al rapporto Esercito/Popolo. L'Esercito continuò a rappresentare in ogni angolo d'Italia il referente fondamentale della popolazione per la soluzione di ogni problema di particolare rilievo per le comunità locali e fu sempre tempestivamente presente con l' efficienza della sua organizzazione, lo slancio e il senso del dovere dei suoi uomini dovunque vi sia stato bisogno, specie in occasione di ogni calamità, naturale o non. Per questo, la fiducia della popolazione nei riguardi dell'Esercito non ha conosciuto flessioni, grazie alla capacità di esso di rispondere efficacemente al bisogno di sicurezza.
Nel parlare dei mass media, desidero premettere che vi è stato qualcuno che ha teorizzato l'idea di un'etica della notizia, che dovrebbe impegnare i giornalisti di tutti i media per metterli a servizio, in democrazia, della società civile , loro unico editore di riferimento. Questa giustissima idea, di cui, per l'esperienza avuta nel corso della vita, non ho trovato riscontri nella realtà, salvo qualche caso eccezionale, si basa sulla condivisibile tesi che l'informazione è un bene pubblico, che non risultano più rispettati nè i tre pilastri fondamentali del giornalismo classico (ricerca della verità, rispetto delle persone, indipendenza di giudizio) né i codici di autodisciplina; pertanto, sarebbe necessaria un'etica pubblica, con il relativo principio di responsabilità (cfr. Enrico Morresi, Etica della notizia, prefazione). Per noi della Difesa, il rapporto con i mass media (salvo eccezioni) si è presentato sempre molto difficile; ciò sia per il loro conformismo e appiattimento sul potere politico, sia per un voluto disinteresse nell'affrontare i problemi vitali delle Forze Armate, spesso per un'ingiustificabile ignoranza su questi problemi o incapacità di capirli o per una generalizzata volontà di disinformazione circa l'attività del mondo militare che conta, cioè quello delle unità operative, sia perché le loro esigenze tipiche sono sempre quelle di ricercare lo scoop e di fare notizia, spesso senza l'indispensabile equilibrio nelle valutazioni a caldo (il caso Somalia, esploso nel Giugno 1997, è emblematico ed eclatante al riguardo), disinteressandosi della giustezza delle notizie da loro fornite, evitando di presentare le proprie scuse e le necessarie correzioni con le stesse modalità con cui era stata presentata la notizia, sempre prediligendo, infine, una chiave di lettura dei fatti sul filo conduttore delle mitiche tensioni del mondo militare. E' questa l'Ideologia della notizia, così come definita da Umberto Eco. Essa vuole che si sbatta il morto, o il mostro, in prima pagina. Non ha educato né il pubblico né il giornalista a sbattere il vivo, o il normale, in prima pagina. Infatti, questa operazione richiede molta più perizia, capacità di analisi e di coinvolgimento, molta più professionalità, o almeno una professionalità diversa da quella tradizionale (cfr. E. Morresi, op. cit., pag. 146). Devo, però, dire, ad onor del vero, che vi sono stati alcuni giornalisti che, con onestà intellettuale, hanno posto nella giusta luce il problema della politica militare, evidenziando l'importanza delle Forze Armate quale indispensabile strumento della politica estera dell'Italia e della sua difesa, così come è negli altri Paesi dell'Europa occidentale, denunciando, altresì, non solo l'insufficienza degli stanziamenti di bilancio, non solo i guasti derivanti dall'assenza di un'ipotesi finanziaria pluriennale ai fini di una efficace e, quindi, economicamente valida programmazione delle esigenze, ma anche le conseguenze, ancor più gravi, di taluni provvedimenti legislativi sulla efficienza e sulla compattezza delle Forze Armate. Voci, purtroppo, in minoranza, rimaste inascoltate. Nella evoluzione interna dell'Italia, delineata da Montanelli, la conservazione dei patrii valori, la funzionalità dello Stato, la moralità pubblica -obiettivi principali di governanti onesti e motivati all'interesse pubblico- hanno subito terribili e negative conseguenze. I valori ideali collegati all'amore per la Patria sono stati combattuti e derisi e con essi quelli morali, propri di una società, come quella italiana, fortemente legata al cristianesimo, come aveva dimostrato, nel 1948, la schiacciante vittoria elettorale di De Gasperi sui comunisti e sui loro alleati (i trinariciuti del fronte popolare). E' nel contesto di questa evoluzione che appare in tutta evidenza la responsabilità dei politici nel determinare distacco ed incomunicabilità da parte della politica verso il sistema Difesa. Essi, nella sostanza, impedirono ogni equilibrato sviluppo delle Forze Armate, ignorando le esigenze di base per un'efficace programmazione militare; tanto è vero che, in occasione dei tentativi di programmazione statale -sempre falliti per la sproporzione dell'impegno che il programma quinquennale comportava, a fronte dell'inefficienza dell'amministrazione statale e delle resistenze al processo di modernizzazione presenti nel paese (cfr. Giorgio Ruffolo, Rapporto sulla programmazione)- non venne esplicitata nei documenti di programmazione la funzione Difesa Nazionale, nonostante le reiterate richieste della Difesa; in definitiva, l'approntamento dello strumento militare che avrebbe dovuto essere considerato come voce a sé stante, alla pari di altre funzioni quali l'istruzione, la sanità, ecc., finì in una non meglio qualificata denominazione residuale altri servizi della pubblica amministrazione. La conseguenza fu che non vennero mai indicate le risorse finanziarie su cui le Forze Armate avrebbero potuto fare assegnamento nel periodo coperto dalla programmazione. Ciò è molto significativo per valutare l'attenzione rivolta a questo importante settore, pur in un momento non rassicurante della situazione internazionale, così come è molto significativo il modo, in cui -in assenza di ogni programmazione economica nazionale, cui legare l'esistente programmazione militare- sono state definite, di anno in anno, le risorse dedicate alla Difesa e il come sono stati affrontati e non risolti i problemi dello strumento militare. Tutto ciò lo abbiamo toccato con mano avendolo vissuto. Che dire, inoltre, della considerazione data alle feste nazionali? In piena era di compromesso storico, gli illuminati nostri governanti, non è mai stato chiarito il perché, trasformarono quasi tutte le grandi ricorrenze nazionali in feste mobili e la relativa data in giorno feriale: sono sicuro che tutti i veri italiani abbiano molto sofferto per questa disonorevole azione. Il provvedimento colpì perfino il 4 Novembre, gloriosa ricorrenza del coronamento dell'UNITA' NAZIONALE e della VITTORIA MILITARE nella Grande Guerra: ricordo che la battaglia di Vittorio Veneto, con la vittoria dei nostri Soldati sostenuti spiritualmente da tutto il popolo italiano, ricompattatosi dopo la tragedia di Caporetto, accelerò la fine della guerra su tutti i fronti. Poiché rimasi allora e sono tuttora senza parole di fronte a questo delitto nazionale, preferisco non fare commenti: sarebbero pesanti, violenti e, purtroppo, inutili. Riporto, quindi, quello di Marcello Veneziani (cfr. IL TEMPO, 02/06/1992, Due giugno, festa dei trovatelli): E' un caso di arteriosclerosi precoce e collettiva, ma l'Italia repubblicana non ricorda più il suo compleanno. Nacque proprio oggi, il 2 giugno, ma la cosa ormai passa inosservata. Nella migliore delle ipotesi è diventata una festa itinerante, un po' come i teatrini ambulanti di una volta, che si sposta ogni anno alla prima domenica di giugno. Presi dall'ebbrezza del villaggio globale rimuoviamo tutto ciò che ci ricorda la nostra identità nazionale: abbiamo fondato Amnesy International, nel senso che siamo internazionalisti per amnesia delle nostre radici patrie Tutti i paesi civili ed incivili hanno una loro festa nazionale. Noi invece ci siamo mangiati strada facendo la Festa dello Statuto e il Natale di Roma, il 24 Maggio e il 4 Novembre. Perfino il 25 Aprile, l'unica festa nazionale rimasta, che pure celebrava non l'unità nazionale ma la sua divisione, è scesa ormai in sordina. Così siamo una nazione di trovatelli Comunque, buon compleanno Italia. Forse gli auguri non li merita, ma ne ha bisogno. Il 2 Giugno era stato sempre festeggiato con una parata militare sulla via dei Fori Imperiali. Nel 1976, questa parata non era stata effettuata per un motivo sicuramente condivisibile, rappresentato dalle conseguenze drammatiche del sisma nel Friuli. Nel 1977, il compleanno della Repubblica, insieme ad altre importanti ricorrenze, fu declassato a festa mobile e la parata militare, da allora, venne effettuata solo in poche occasioni. Nel 1992, ad approntamento ormai attuato, la parata fu annullata e sospesa definitivamente per dare un segnale di risparmio, cosa che appariva del tutto ridicola, oltre che dolorosa, non solo per l'infima rilevanza del risparmio a fronte del colossale debito pubblico, ma anche perché la decisione andava ad incastonarsi nel quadro di una falsa e, comunque, insufficiente politica di riduzione della spesa pubblica, in quanto effettuata esclusivamente a spese della Difesa e contro i valori fondanti dell'Italia. Per concludere sul 2 Giugno, vi è solo da dire che esso, con legge del Novembre 2000, voluta dal Presidente Ciampi, è di nuovo giorno festivo, come è giusto che sia, e che lo stesso Ciampi aveva voluto che venisse ripristinata, fin dal 2 Giugno del 2000, la parata militare su via dei Fori Imperiali, facendosi interprete dei sentimenti della maggioranza degli italiani, che accolsero la decisione con grande entusiasmo ed ampia partecipazione. Mi piace qui citare Sergio Romano che, in questa occasione, 54° Anniversario della Repubblica, scrisse (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 03/06/2000, L'ARDUA SFIDA DI CIAMPI): E non è facile riesumare una data che è stata per molto tempo ignorata, con argomenti pretestuosi, da una classe politica che non aveva tradizioni risorgimentali e teneva in scarsa considerazione il concetto di Patria. Non basta. Una festa nazionale è anzitutto una parata militare. Piaccia o no, soltanto le Forze Armate possono ricordare a un Paese che la sua storia è sempre, in ultima analisi, la storia del coraggio e dei sacrifici con cui la nazione ha costruito sé stessa e difeso la propria integrità territoriale. Questo elementare concetto, che nessun grande Paese intende rimettere in discussione, si scontra in Italia con alcune difficoltà. Abbiamo a lungo trascurato le Forze Armate e permesso che l'obiezione di coscienza (una scelta perfettamente rispettabile, se meditata e disinteressata) divenisse più ammirevole e virtuosa del servizio militare. Abbiamo raccontato a noi stessi per molti anni una storia a rovescio, in cui le disfatte erano più importanti delle vittorie e la Patria era sempre inevitabilmente ingrata. Abbiamo coltivato e incoraggiato una sorta di autolesionismo nazionale. Abbiamo tollerato che le Forze Armate, la polizia e gli stessi carabinieri divenissero organismi burocratici e sindacalizzati in cui la disciplina militare e gli orari di servizio possono essere materia di ricorsi ai tribunali amministrativi . Ancora una volta il Presidente Ciampi è stato grande, dimostrando il suo amore per l'Italia; mi auguro che i suoi successori vogliano proseguire la sua opera, restituendo al 4 Novembre il ruolo di momento centrale della storia della Patria.
Riallacciandomi al presunto segnale di risparmio, portato a giustificazione politica della soppressione della parata del 2 Giugno, nel 1992, preciso che non risultano altri esempi di risparmio imposto alle altre amministrazioni pubbliche (presidenza della Repubblica, parlamento, presidenza del consiglio, governo, organi costituzionali, ministeri, regioni, autorità locali, ecc.), che oltre tutto largheggiavano e largheggiano effettivamente in spese inutili e, spesso, ingiustificate; ciò ho ampiamente illustrato nelle pagine precedenti e sono in grado di aggiungere altre chicche; eccone una a caso, che riguarda il già precedentemente citato ministero degli esteri e vale la pena di riportarne almeno uno stralcio perché delinea il cialtrone modo di essere della pur privilegiata burocrazia statale (cfr. il Giornale, 25/11/2000, Lo Stato si mangia i soldi per i poveri d'Africa, G. Gandola): Come si risolvono i problemi dei Paesi in via di sviluppo? Dando miliardi agli avvocati. Come si allevia la fame nel mondo? Elargendo parcelle da sceicchi ai periti del tribunale. La teoria rivoluzionaria è stata elaborata al ministero degli esteri, dove negli ultimi tre anni (1998-2000) sono stati buttati dalla finestra 150 miliardi per dimenticanze, ritardi, sbadigli. Sessanta casi, alcuni da pallottoliere e altri da brivido. Esempio numero uno: la Emit spa di Milano stipula una convenzione con il ministero per realizzare due stazioni di pompaggio d'acqua a Beirut. Controversia immediata sulla realizzazione, arbitrato e Stato condannato a pagare 17 miliardi alla Emit, 8 dei quali per interessi e spese legali. Esempio numero due: il cantiere navalmeccanico di Senigallia viene incaricato di completare 5 navi da pesca per il Senegal. Lo Stato le ordina ma non le paga. L'azienda si rivolge al giudice e ottiene, oltre al saldo, 9 miliardi di interessi. Esempio numero tre: in uno slancio di generosità il ministero acquista in una libreria di Padova volumi per 8.857.000 Lire da donare a un'università della Somalia. Il libraio è costretto a intentare causa per avere i soldi. Dopo cinque anni ottiene 3 milioni di interessi in più. Non c'è cliente più moroso dello Stato La faccenda passerebbe sotto traccia se non ci fosse l'On. Raffaele Costa a sollevare periodicamente la botola sugli sprechi della burocrazia nazionale. Il metodo di lavoro al ministero è disarmante. Se un'azienda privata si azzardasse ad applicarlo al proprio ufficio vendite chiuderebbe in tre mesi La direzione generale per la cooperazione allo sviluppo delibera l'appalto di un ponte in Somalia o di una strada a Gibuti, la burocrazia liquida tardi o non liquida mai il finanziamento, la società denuncia lo Stato, il giudice le da ragione In Africa e Sudamerica, l'Italia ha bruciato 150 miliardi così. 10 in arbitrati d'oro, 80 in interessi legali, altri 60 in oneri aggiuntivi Campioni in demagogia incapaci di organizzare alcunché. Mentre Jovanotti chiede in musica l'azzeramento del debito estero per i Paesi poveri, dal ministero si leva il rap dello spreco Dietro quei 150 miliardi c'è, di volta in volta, un dossier rimasto in un cassetto, un funzionario che si addormenta sulla pratica, la sciatteria professionale Terrificante è la faccenda degli aerei regalati alla Somalia (evito di riportarla, ndr) La Farnesina è riuscita a non pagare anche il risanamento dei quartieri poveri a Santo Domingo (105 milioni di interessi passivi); un mulino per i cereali in Guatemala (151 milioni); un corso di pesca artigianale in Guinea (61 milioni); lo sviluppo dell'allevamento di maiali in Colombia (500 milioni). E due borse di studio . E' sempre e solo l'On. Costa che scopre e denuncia gli sprechi della burocrazia, mentre l'altro migliaio di parlamentari non se ne preoccupa. Non so se vi siano stati provvedimenti a carico di questi negligenti e/o incapaci burocrati, responsabili di consistenti danni erariali: me lo auguro, ma sono pessimista. L'Italia è, infatti, il paese delle sanatorie e dei condoni, oltre che degli indulti, delle amnistie, delle grazie, che incentivano la negligenza, l'imbroglio, il malaffare, la delinquenza, il crimine politico. Nel Febbraio 2006, Cdl regnante, viene disposta una sanatoria per i politici rinviati a giudizio (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 03/02/2006, In arrivo una sanatoria per i tesorieri dei partiti. Il Governo ottiene la fiducia sul decreto milleproroghe. Il regalo che si fa la politica, M. Sensini); inoltre, i partiti si fanno un bel regalo l'aumento del finanziamento (mascherato) adesso riceveranno quattrini pubblici per un intero quinquennio anche in caso di scioglimento anticipato delle camere. Inoltre, viene incrementato a dismisura il rimborso percepito dai partiti per ogni voto ricevuto viene istituito un fondo di garanzia per il ripianamento dei debiti accumulati dai partiti gli italiani in passato hanno votato in un referendum per l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. Da ieri possono dire con certezza di essere stati presi in giro. E ancora: Corte dei conti: no a sanatoria (cfr. metro, 02/02/2006); Durissima condanna della Corte dei conti alla sanatoria di pregressi illeciti contabili introdotta dalla finanziaria 2006 Non vi è dubbio che questo intervento del legislatore ha di fatto le connotazioni di un parziale condono e perciò mal si concilia con il rispetto dei principi di certezza del diritto, di parità di trattamento e di uguaglianza tra i cittadini. Nel Dicembre 2006, Unione regnante, con il maxiemendamento alla Finanziaria 2007, è stata tentata la riduzione del periodo di prescrizione dei reati contabili nei giudizi davanti la Corte dei conti (cfr. il Giornale, 15/12/2006, Colpo di spugna per i politici sotto processo); fortunatamente il tentativo è andato a vuoto, ma resta tuttavia la certezza di essere governati da mariuoli. Questi fatti dimostrano che passano in parlamento, quasi sottobanco o comunque senza o limitata pubblicità, provvedimenti che arrecano danno all'Italia e ai suoi cittadini mentre avvantaggiano politici, privilegiati, burocrati. Alcuni esempi di questo andazzo, certamente non onesto, sono le leggi relative alle retribuzioni, strettamente collegate tra loro, di politici e magistrati (varie); la legge del premio di produttività ai burocrati del ministero dell'economia (2003); i provvedimenti per l'aumento del finanziamento pubblico ai partiti (1996, 2002, 2006); la legge che annulla il reato di lottizzazione; la legge istitutiva dell'invalidità da politica (cfr. CORRIERE DELA SERA, 24/09/2003, E la Sardegna crea l'invalido da politica, G. A. Stella); la legge istitutiva del rimborso delle spese legali a politici e funzionari della provincia di Trento (cfr. il Giornale, 14/08/2000, Le cause degli assessori le paga la Provincia, S. Zurlo); le leggi delle regioni Emilia Romagna e Lazio, che prevedono la copertura assicurativa a beneficio di consiglieri e assessori regionali e tante altre. Come sempre Montanelli ha ragione quando afferma che le misure più inique bislacche e onerose passavano grazie alle famigerate leggine(vds. pag 92), ignote ai cittadini e ignorate, con qualche eccezione, dalla stampa per connivenza o perché ritenute erroneamente di scarsa importanza: è, invece, ad esse che si deve molto del malessere italiano. Al riguardo, riporto una notazione estratta dal libro IL COSTO DELLA DEMOCRAZIA. Eliminare sprechi, clientele e privilegi per riformare la politica di Salvi e Villone (pag. 18), riguardante il finanziamento pubblico dei partiti e che ritengo sia da estendere ad ogni settore ove si tratti di soldi di tutti: Serve una nuova legislazione, che non sia approvata di soppiatto, magari di notte e in una commissione, ma in un aperto e trasparente dibattito pubblico e con chiare assunzioni di responsabilità da parte dei massimi dirigenti politici.
Non si deve, inoltre, dimenticare che, nonostante i pesantissimi sacrifici imposti al settore militare, l'Italia soffre ancora oggi degli stessi problemi di sempre, mai risolti grazie al malgoverno di questa classe politica, che, allorché venne spazzata via (purtroppo solo parzialmente), nei primi anni '90, dall'azione congiunta del voto popolare, del prepotente affermarsi della Lega di Bossi, delle indagini giudiziarie, lasciò l'Italia in una disastrosa situazione politica, sociale, economica, morale; questo, quale conseguenza di quella malintesa solidarietà nazionale -ad uso e nell'interesse esclusivo dei ceti dominanti- che ha generato questo disastro con il populismo e la demagogia di riforme che hanno scardinato l'equilibrio economico, hanno lasciato spadroneggiare la criminalità riducendo ai minimi termini la sicurezza dei normali cittadini, non appartenenti, cioè, alle classi privilegiate, hanno trasformato la Giustizia in Ingiustizia con l'eccesso di garantismo e di attenzioni nei riguardi dei rei (perfino degli assassini e dei terroristi) e con i troppi privilegi concessi ai magistrati, hanno distrutto il buon senso sociale, il merito e, quindi, la volontà di ben operare da parte dei cittadini, hanno lasciato colpevolmente decadere i fondamenti morali del vivere civile, quindi, l'educazione civica, hanno permesso gravi danni all'ambiente naturale, hanno fatto perdere ogni dignità alle Istituzioni e, quindi, ogni fiducia in esse, pur avendo lasciato sulle spalle del popolo italiano un debito pubblico di un milione e 500mila miliardi di Lire. Né meglio di loro hanno fatto i governi della cosiddetta 2^ repubblica, che nel 2000 hanno presentato un debito pubblico record di 2 milioni e 500mila miliardi di Lire. E' proprio vero che non si fa politica con la morale, ma non si fa meglio senza, come affermò André Malraux; più in particolare, riferendosi proprio al caso Italia, è stato detto, a ragione, che Una politica senza una forte fondazione etica difficilmente può essere politica alta; e senza questa non si affrontano i gravissimi problemi -economici, sociali, istituzionali- che travagliano il nostro Paese (cfr. C. Salvi, M. Villone, op. cit., pag. 5). Mentre, come ho già detto, la fiducia della popolazione nei riguardi dell'Esercito non ha mai conosciuto flessioni, anzi è andata elevandosi, il rapporto con i mass media ha continuato ad essere, anche successivamente agli anni della 1^ repubblica, problematico e difficile ed i motivi li ho già enunciati prima. Analogo giudizio mi sento di esprimere nei riguardi dei politici, che, con qualche limitata eccezione, nel corso dei tanti anni di servizio trascorsi dal nostro ingresso in Accademia, hanno costantemente mantenuto una mentalità sbagliata o, comunque, inadeguata nel modo di fare politica in generale. All'interno hanno completamente fallito il giusto obiettivo della crescita equilibrata della Nazione nei molteplici settori di interesse del Popolo, compresa la sicurezza e la difesa; questo lampante, tangibile e concreto fallimento, ha una espressione molto significativa nel consolidarsi della deprecabile distinzione tra privilegiati e comuni cittadini, cosa che pone l'Italia tra i paesi sottosviluppati. In politica estera, essi politici hanno dimostrato ampiamente i propri limiti di valutazione dei rapporti internazionali con il non riuscire a recepire che nel mondo ogni Paese gode di prestigio e può esprimere una politica estera autorevole, solo se ha in atto adeguate capacità economiche e militari. In altre parole, un Paese vale se è in grado di contribuire efficacemente alla sicurezza dell'area in cui è collocato: qualcuno ha, a ragione, affermato che una politica estera senza forza militare è un'orchestra senza strumenti. I governanti italiani non hanno mai dedicato alla Difesa l'attenzione che meritava e che la situazione internazionale richiedeva, sia nel contesto della Guerra Fredda sia successivamente; gli stanziamenti destinati alla Difesa, l'ho ampiamente illustrato nelle pagine precedenti, sono stati costantemente decurtati ed il suo personale drasticamente ridotto, senza una qualsiasi valutazione delle conseguenze sulle attività addestrative e logistiche, sui programmi di sostituzione e di ammodernamento dei mezzi e dei materiali, nonché sugli impegni internazionali. Del resto in un ambiente politico in cui, archiviati i governi centristi, si entrò nell'era del centrosinistra, del consociativismo e, infine, di un centro sinistra con forte preponderante a sinistra, dominati da ideologie orfane del concetto di Patria, non ci si poteva attendere altro che la svalutazione dei simboli legati alla Patria, alla Bandiera, all'Orgoglio nazionale, all'Onore, al Dovere: prime tra tutti le Forze Armate. Infatti, una considerazione attenta delle esigenze della Difesa, grazie a governanti di ben altro calibro, si ebbe solo negli anni successivi all'adesione al Patto Atlantico, allorché fu avvertita la necessità di un finanziamento quadriennale (esercizi di bilancio dal 1950-51 al 1953-54) per spese straordinarie di potenziamento, in aggiunta alle consistenti forniture militari statunitensi. Nei successivi esercizi finanziari, dopo una serie di finanziamenti ad hoc, il Consiglio Supremo di Difesa dispose per il bilancio della Difesa l'incremento annuo del 4% per un periodo di 5 anni dal 1959-60 e del 6% per un periodo di 9 anni dal 1963-64. Ciò, sia per contenere l'erosione del valore reale degli stanziamenti a causa dell'inflazione sia per dare alla Difesa un'ipotesi finanziaria al fine di un' attendibile programmazione delle spese. In realtà, già qualche anno dopo, con l'avvio del centro sinistra, gli incrementi al bilancio della Difesa furono abbandonati agli umori incontrollati del ministero del tesoro, cui la Difesa deve quasi tutti i torti subiti, anche in virtù della latitanza e, talvolta, dell'ostilità verso il mondo militare dei propri ministri.
Come ho più volte evidenziato, i sacrifici imposti acriticamente allo strumento militare, da quell'ambiente politico-burocratico, dedito ai propri interessi, piuttosto che a quelli della Nazione, non sono serviti a nulla. La malagestione dei governi via via succedutisi si è infatti concretata in gravi danni per l'Italia e per gli Italiani: danni finanziari, riassumibili nell'enormità del debito pubblico a fronte dell'enormità dei gravi problemi tuttora insoluti in ambito nazionale; danni funzionali: giustizia inefficiente e, quindi, erogatrice di ingiustizia, carceri da decenni in numero insufficiente e, quindi, delinquenti/assassini in libertà per permessi o per indulti e amnistie; certezza della pena un mito; elevato deficit di sicurezza per i comuni cittadini anche nelle proprie case; malasanità senza limiti, all'ordine del giorno e senza alcun rispetto per il malato; inefficienza ed inaffidabilità della pubblica amministrazione nazionale, regionale, provinciale, comunale, quindi difficoltà dei cittadini a risolvere con accettabile, equa tempestività i propri problemi una tantum o quotidiani: la burocrazia ha assunto la fisionomia di una corporazione, la cui priorità è l'interesse dei propri componenti, per cui trascura il suo compito principale, cioè il servizio per i cittadini; a ciò si aggiunge che il decoro delle città è un miraggio, la gestione del traffico stradale e urbano è insufficiente e, quindi, è basso il livello della sicurezza dei cittadini, il che è causa di tanti incidenti e di tante vittime, la sporcizia è molto diffusa ovunque, il trasporto pubblico è insufficiente e inefficiente (non fa eccezione Roma Capitale d'Italia, il cui decadimento dal 1960 ad oggi è stato concreto e tangibile, grazie ad amministrazioni del tutto disinteressate al decoro, all'efficienza, alla vivibilità, alla gestione del traffico, alla cura della viabilità, al contrasto di comportamenti contro la legge e le regole, alla salvaguardia dell'ambiente e delle aree verdi della Capitale. Queste amministrazioni hanno lasciato, tra l'altro, ampio spazio, specie nel settore dei nuovi insediamenti urbani, ad abusi periodicamente condonati. Roma è la città dove vivo e dove tutti noi cittadini ci confrontiamo con i tanti problemi della quotidianità, da anni denunciati anche dalla stampa e mai risolti, probabilmente per il su richiamato disinteresse delle autorità, pur se profumatamente pagate con i soldi di tutti, che dedicano invece molta attenzione ad attività da basso impero (panem et circences) tipo notti bianche, onerose finanziariamente e di scarso interesse per la maggioranza dei cittadini); danni sociali: deficit di eguaglianza, di solidarietà, di equità, di giustizia sociale tra i cittadini, reso tangibilmente concreto dalla esistenza di classi privilegiate; danni culturali: programmi, disciplina, esami scolastici disastrosi, cultura appiattita sull'ideologia dominante, causa perfino di arrogante stravolgimento della verità storica; danni ambientali: gravi ferite inferte all'ambiente naturale, causa anche di catastrofiche calamità; danni morali: ampi e concreti nel decadimento del senso dello Stato, del livello di educazione civica dei cittadini e, conseguentemente, dell'attenzione alle regole ed ai fondamenti morali del vivere civile, tra i quali dovrebbero primeggiare, in ogni cittadino, il rispetto della vita fin dal concepimento e il rispetto del prossimo e dei suoi diritti. Qualche sottolineatura al problema della sicurezza, che costituisce una grande preoccupazione dei cittadini, seconda solo alla disoccupazione. Lo dice un rapporto Eurispes, secondo il quale i ladri italiani sono i più attivi d'Europa. Nell'ordine, la gente ha paura di nomadi e zingari, delinquenti comuni, spacciatori di droga e tossicodipendenti Diminuiti i delitti denunciati, rimangono 8 su 10 quelli che restano impuniti Roma è la capitale del crimine, con 2.899 reati denunciati (borseggio, scippi, rapine, furti d'auto) ogni 100mila abitanti, poi vengono Milano (2.418), Bologna (2.109), Napoli (1.989) (cfr. il Giornale, 27/01/2001, In Italia record europeo di furti. Svaligiata una casa ogni due minuti. Roma capitale del crimine, A. M. Greco). La risposta dello Stato sul fronte della lotta alla criminalità è disarmante e non è una novità (cfr. il Giornale, 24/11/2000, Ogni anno solo tre denunce per agente. Un rapporto rivela: le forze dell'ordine sono distribuite male e impiegate peggio, F. Pepe). La tesi secondo la quale l'aumento del numero di poliziotti porta ad una diminuzione della criminalità non sembra suffragata dai dati statistici rilevati in Italia nell'ultimo mezzo secolo. Anzi ora il rischio è quello di un ingolfamento dei meccanismi di controllo: si potrebbe affermare che oggi in Italia ci sono troppe polizie e troppi poliziotti (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 28/11/2003, Troppi agenti mal impiegati. Dossier edito dal Mulino: dualismo tra carabinieri e polizia disperde le risorse, D. Martirano).
La situazione che si è verificata in Italia fa venire in mente e sembra convalidare la teoria di Hans Hermann Hoppe, illustrata nel libro Democrazia: il dio che ha fallito (cfr. Libero, 11/05/2006, Democrazia, un mito fallimentare. Ormai degenerata in statalismo può essere corretta solo dal federalismo, L.M. Bassani) . Egli vede nella storia dello Stato una parabola di regressione: con il passaggio dalla monarchia alla democrazia si sarebbe verificato anche un processo di decivilizzazione. Raffrontando la situazione italiana a quella britannica, sembra proprio così. Sembra poi molto vera, alla luce delle esperienze odierne, che mentre il politico democratico, nella migliore delle ipotesi, pensa alle prossime elezioni, il Re e la sua famiglia pensano alle prossime generazioni. Se poi faccio riferimento a Sebastiano Vassalli troviamo, nella presentazione del suo libro, La morte di Marx e altri racconti, a cura di Paolo Di Stefano, considerazioni molto vere sul decadimento della democrazia (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 06/02/2006, La favola della vera democrazia): Viviamo un'epoca in cui i valori della Rivoluzione francese sono definitivamente naufragati Vassalli mette a confronto il cittadino che andrà a votare con il cittadino che non andrà a votare. E parteggia visibilmente per quest'ultimo. Perché, dice, la nostra non è democrazia e cioè governo del popolo, ma incorreggibile aristocrazia dei furbi. Questa aristocrazia dei furbi ha prodotto non cittadini consapevoli e critici, ma mostri. Condivido: sembra che parli proprio dell'Italia! E ora la parola a Piero Ostellino: C'è una forma di egemonia di cui nessuno parla, ma che mortifica il cittadino e rallenta la modernizzazione del Paese. A sessant'anni dalla caduta del fascismo e a quindici dalla crisi del comunismo internazionale, la cultura politica dominante, la natura dell'ordinamento giuridico, la struttura socioeconomica sono ancora collettiviste, stataliste, dirigiste corporative; in una parola illiberali (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 22/08/2004, DUE CULTURE CONTRO L'INDIVIDUO).
In campo internazionale, l'agonia e la morte della patria del comunismo ha avuto in Europa ricadute positive e anche conseguenze negative, rappresentate queste ultime dai contrasti esplosi all'interno dell'ex URSS, in Cecoslovacchia, in Jugoslavia, tra gruppi etnico religiosi, la cui coesistenza era stata garantita, finché è esistito, dal collante ideologico comunista. E', altresì, da considerare che il venir meno della contrapposizione tra l'Occidente euro americano e il blocco sovietico e, conseguentemente, del controllo esercitato dalle superpotenze USA e URSS sui paesi non appartenenti alle due alleanze militari, accentuarono l'instabilità del quadro strategico mondiale con l'accendersi di conflitti regionali suscettibili di allargamento e di contagio. In altre parole, l'attenuarsi delle tensioni Est-Ovest fece emergere la pericolosa potenzialità delle tensioni Nord-Sud, fondate su problematiche di ampio respiro riguardanti la politica, l'economia, gli aspetti etnici e religiosi, la demografia, la povertà, i focolai di guerra in potenza ed in atto. Tramontarono, quindi, immediatamente, le illusioni di pace che la fine della Guerra Fredda aveva fatto sorgere, perché il mondo si accorse improvvisamente dell'esistenza di altri gravi motivi di insicurezza, suscettibili di esplodere e non del tutto controllabili, in gran parte dovuti al disinteresse e ad errori politici dei paesi più avanzati nei riguardi dei paesi del Terzo Mondo e rappresentati da nazionalismi emergenti, da estremismi di ogni tipo (politici, religiosi, etnici), da possibile proliferazione di armi di distruzione di massa, da enormi e inarrestabili correnti migratorie dovute principalmente a povertà, ad ambienti naturali inospitali, a catastrofi ambientali, a cause belliche. L'esperienza della crisi del Golfo Persico mise, altresì, in evidenza che tutte le crisi regionali hanno, ai nostri giorni, incidenze globali. Avvenne, quindi, che l'Italia, propagandata dai nostri politici quale 5^ potenza economica mondiale, da 40 anni adagiata senza grosse preoccupazioni politico-militari sotto l'ombrello difensivo della NATO, priva di politica estera di adeguato respiro, impantanata in una crisi sociale ed economica incontrollabile causa la ridottissima caratura dei nostri governanti, responsabili anche del bassissimo livello tecnologico dello strumento militare nazionale, buono per la difesa del territorio, ma improponibile in operazioni tipo guerra del Golfo, mancandogli il requisito fondamentale della interoperabilità con le truppe dei paesi alleati, si è trovata spiazzata di fronte alla nuova situazione internazionale: la riduzione frettolosa degli stanziamenti destinati alla Difesa, attuata irresponsabilmente dai politici per incassare non meglio identificati e non giustificabili dividendi della pace, da questi politici già nel periodo della Guerra Fredda abbondantemente lucrati, non è dato sapere a quale fine, mise in evidenza, confermandola, la loro ridotta attitudine a valutare correttamente i grandi temi della politica internazionale, tanto che non riuscirono ad intuire l'importanza e la delicatezza della situazione. Di conseguenza, essi nella loro arroganza, non hanno ritenuto di dover accettare e seguire il limpido percorso programmatico indicato con tanta pazienza dallo Stato Maggiore della Difesa, percorso fatto di passi successivi attentamente valutati e ben cadenzati per addivenire, con l'indispensabile gradualità, alla riduzione quantitativa delle Forze Armate ed alla loro contestuale elevazione qualitativa, così da poter disporre di uno strumento militare via via ridotto, sempre armonico nelle sue componenti, con adeguata efficacia operativa, idoneo a fronteggiare le nuove emergenze, già negli anni '90 sufficientemente delineate. Il tutto da fare in un quadro coordinato a livello comunitario e NATO, che i politici di questo bel Paese, a tutt'altre faccende interessati, non hanno mai saputo comprendere e comporre in misura adeguata. Questi improvvidi governanti, paradossalmente, in questo contesto, mentre si davano un gran da fare a tagliare a piene mani le risorse della Difesa, nello stesso tempo, e qui emerge la loro malafede e/o il loro dilettantismo, impegnarono le Forze Armate, quasi interrottamente, in operazioni fuori dai confini nazionali (Golfo, Kurdistan, Somalia, Mozambico, Albania, Timor Est, Bosnia, Kossovo) e in Patria (Forza Paris, Vespri Siciliani, Riace, Partenope, Testuggine, Salento, Domino), accentuando irresponsabilmente le già notevoli difficoltà degli Stati Maggiori che, privi di un modello di strumento militare approvato in sede politica, cominciarono una navigazione a vista, alle prese con l'ardua impresa di immaginare una struttura militare da conseguire, sostenibile con risorse la cui entità programmabile continuava ad essere ignota, essendo esse in continua ed imprevedibile riduzione, nonostante che dalla già citata crisi del Golfo Persico fosse emersa la lezione circa l'assoluta necessità di disporre di forze precostituite di elevata efficienza e dotate di immediata prontezza operativa per l'impiego. Con simili governanti, non possiamo più meravigliarci che l'Italia abbia dovuto subire un 8 Settembre! Essi hanno continuato a disinteressarsi delle reali esigenze delle Forze Armate in termini di congruità di stanziamenti di bilancio, di forza alle armi di pronto impiego, di mezzi tecnologicamente adeguati, nonostante le impiegassero con continuità dovunque nel mondo e nonostante il prestigio che esse andavano acquisendo, a vantaggio dell'Italia, tra gli alleati, nelle operazioni in cui sono state impegnate fuori dai confini nazionali: ciò, come sempre è stato, anche negli anni della Guerra Fredda, va ad esclusivo merito degli uomini con le stellette. Le lezioni apprese in occasione della guerra del Golfo non sono state prese in considerazione dai nostri governanti, al contrario di quanto avvenuto nei paesi europei con i quali l'Italia deve confrontarsi. Anche Francia, Germania, Gran Bretagna hanno molto ridotto i loro dispositivi militari, mantenendoli, tuttavia, ad un livello elevato di capacità operativa, in conseguenza della particolare attenzione ad essi rivolta, non solo nel periodo della Guerra Fredda, ma anche successivamente, attenzione costantemente concretatasi in un favorevole rapporto costo/efficacia dei rispettivi strumenti militari. Per quanto concerne l'Italia, ecco un chiarissimo commento del Gen. Carlo Jean (cfr. ORDINE PUBBLICO N. 1, 07/03/1996, L'Italia dopo la fine della guerra fredda): Durante la guerra fredda la posizione strategica dell'Italia era determinante per la NATO e per gli Stati Uniti. L'Italia pagava il suo gettone di partecipazione all'Alleanza ponendo a disposizione una serie di basi. Ora non è più sufficiente. Deve partecipare più attivamente all'Alleanza, per non essere esclusa dai centri decisionali da consumatrice di sicurezza prodotta da altri, in pratica dai contribuenti e dai soldati americani, deve trasformarsi in produttrice di sicurezza. In realtà, anche dopo il 2000 l'Italia ha continuato ad essere priva di una qualsivoglia adeguata politica militare. Per dimostrare questo basta dare uno sguardo ai bilanci militari sempre taglieggiati tanto che, nella pratica, per quanto concerne la Funzione Difesa (Esercito, Marina, Aeronautica) essi garantiscono solo stipendi e sopravvivenza delle strutture nel solco della suicida tradizione degli anni '90, mentre, come sempre avvenuto, con l'eccezione dei primi anni '80 (Ministro della Difesa Lagorio), ai settori dell'efficacia, dell'efficienza e della competitività dello strumento terrestre vengono destinate briciole insufficienti. Citando il Gen. Caligaris, ricordo che un dato molto attendibile per valutare l'efficienza di uno strumento militare è il rapporto tra le spese per il personale e quelle di esercizio ed investimento: mentre per Gran Bretagna, Francia e Germania gli stanziamenti per questi settori sono stati e sono superiori a quelli per il personale, per l'Italia si è verificato e si verifica di gran lunga il contrario (70% al personale, 30% ad esercizio ed investimento). Con il 2005 è iniziata, per le nostre Forze Armate, l'era del sistema militare professionale a tutto campo, a seguito della sospensione del servizio di leva. In tema di bilancio, avremmo dovuto aspettarci, quindi, che, fin dal 2000, pur perdurando l'assenza di un vero sistema Paese, per la Funzione Difesa venissero stanziati i finanziamenti necessari a completare, nei tempi programmati, il nuovo corso dello strumento militare, garantendo al personale, oltre che un adeguato trattamento economico, anche elevati standard di addestramento e la disponibilità di sistemi d'arma, mezzi e materiali efficienti e competitivi. In realtà, ciò non è avvenuto: tra il 2001 ed il 2006 il denaro stanziato per Esercito, Marina ed Aeronautica è andato via via riducendosi, non solo in valore costante 2001, ma perfino in valore monetario, scendendo nel rapporto con il PIL sotto l'1% nel 2005 (0,96%) e nel 2006 (0,84%). Eppure, le nostre Forze Armate sono state impiegate senza risparmio in tutte le operazioni di supporto alla pace: a quelle già citate prima, si sono aggiunte l'Afghanistan e l'Iraq. Ed è ampiamente noto che queste operazioni presuppongono forze di pronto impiego, proiettabili, dotate di elevata mobilità e protezione, sostenibili nel tempo, idonee ad operare con le unità dei paesi alleati (la mai troppo richiamata interoperabilità, in termini di equipaggiamenti, mezzi e sistemi d'arma) e in grado di fronteggiare minacce di elevata intensità e/o asimmetriche. In sostanza, ripetendo quanto già detto nelle pagine precedenti, le operazioni in atto comportano un elevato logoramento per gli uomini, i sistemi d'arma, i mezzi, i materiali, per cui, al fine di garantirne nel tempo la sostenibilità, occorre avere la possibilità di avvicendare periodicamente, per ovvi motivi, le unità impiegate. Ragionando quasi per assurdo, sembra che i politici ritengano che il personale, i mezzi, le armi, i materiali dell'Esercito, ancorché costantemente impiegati, siano indistruttibili ed eternamente validi sotto l'aspetto tecnologico; giudicando con spirito evangelico, non si capirebbe altrimenti il perché questi politici insistano, da decenni, a lesinare i fondi da destinare ai settori sopraindicati, che riguardano l'addestramento, il funzionamento dei comandi, la logistica, il rinnovamento, la ricerca e sviluppo. Essi, nel sottrarre alla Difesa le risorse finalizzate all'investimento, hanno anche arrecato, verosimilmente, grossi danni alla Nazione sotto l'aspetto economico, provocando, tra l'altro, il distacco tecnologico di molti settori rispetto a quelli dei paesi più avanzati ed il decadimento del livello qualitativo della ricerca scientifica ed applicata. E' noto, infatti, a chiunque che le spese militari di investimento hanno sempre giocato un ruolo trainante nello sviluppo di ogni Paese. Naturalmente, ciò richiede che le spese militari non consistano soltanto in erogazioni per il personale e in acquisti di materiali privi di contenuti tecnologici avanzati e di ridotta sofisticazione; infatti, questo tipo di spese comporta un semplice trasferimento di redditi da alcuni settori ad altri senza alcun tangibile effetto. La complessità dei sistemi d'arma necessari per garantire l'indispensabile interoperabilità dell'Esercito con gli Eserciti dei Paesi alleati implica ricerca scientifica ed applicazione dei ritrovati nei settori tecnologicamente avanzati, quali l'elettronica, l'automazione, la chimica (centrali di tiro, radar, missili teleguidati, propellenti ed esplosivi, materie plastiche, ecc.), i cui risultati possono essere ampiamente sfruttati nella produzione di beni tipicamente civili; il che significa un perfezionamento dei processi produttivi e la conseguente riduzione dei costi di produzione che si traducono in prezzi più bassi, cosicché, in definitiva si rende possibile agganciare nuove domande e realizzare un reddito aggiuntivo (cfr. G. Mayer, Incidenza delle spese militari italiane e loro riflessi sul sistema economico, L'Amministrazione della Difesa n.2/1969, pag. 31). Una parentesi: quando si parla di spese militari, quasi tutti hanno in mente il solo aspetto militare del problema; sono pochi coloro che hanno presente che il progresso tecnologico è stato, è e sarà sempre più sollecitato, in modo determinante, dalla produzione di prodotti militari, ormai divenuti un fatto tecnologico molto avanzato. E' altresì da precisare che un alto livello globale di spese per l'attività di ricerca scientifica e sviluppo tecnologico non implica di per sé un alto ritmo di progresso tecnico; occorre, in aggiunta, la presenza nell'economia di un settore o di settori che creano, a ritmo sostenuto e con continuità, nuovi problemi tecnici generatori, a loro volta, di progresso. E' indubbio che il settore dell'armamento è il più idoneo sotto tale aspetto (cfr. M. Pivetti, Armamenti ed economia, pag. 13 e 44). In un mercato internazionale nell'ambito del quale la divisione del lavoro dipende in misura sempre maggiore dalla competizione sul piano tecnologico ed organizzativo, i crescenti fabbisogni nazionali di energia, di materie prime, di derrate alimentari, ecc., devono trovare compenso nell'esportazione di prodotti caratterizzati da alto livello tecnologico e, quindi, da alto valore aggiunto: quanto più è elevata la tecnologia del prodotto esportato tanto più elevato è il suo valore aggiunto. La via più sicura, ancorché più ardua, per guadagnare spazio sul mercato internazionale è quella di far parte del ristretto gruppo di paesi all'avanguardia del progresso economico e tecnologico, rinnovando continuamente la struttura dell'apparato produttivo. Non è certamente una via facile, soprattutto oggi, considerato il grave stato di degradazione produttiva e sociale in cui trovasi tutto il sistema economico italiano, uno sfacelo di cui è pienamente responsabile la politica di ieri e di oggi. In merito alle spese militari, ecco il parere di due economisti, tra i tanti concordi al riguardo: La spesa per la difesa è un fattore importante che stimola la domanda di ricerca. La maggior parte dei passi avanti in campo tecnologico nel periodo post bellico -dai microchip a internet, alle nuove batterie per i telefoni cellulari- avevano, almeno inizialmente, un'applicazione militare. I telefoni cellulari, il Gps, le macchine fotografiche ad alta risoluzione sono il frutto di ricerche e il loro costo è stato sostenuto in gran parte dalle spese militari (cfr. A. Alesina e F. Giavazzi, GOODBYE EUROPA. Cronaca di un declino economico e politico, pag. 105).
Un rapido sguardo all'Europa. Sono convinto che, se l'Unione europea avesse fatto progressi reali anche in campo politico, l'Italia si sarebbe trovata inserita in un ambiente politicamente più virtuoso e non si sarebbe ridotta nelle disastrate condizioni attuali, frutto, tra l'altro, di arretratezza/sottosviluppo culturale dei governanti. E' pur vero che anche i principali paesi d'Europa presentano lacune interne ed interessi non omogenei e spesso contrastanti, tuttavia il loro modo di far politica ha sempre tenuto conto dell'interesse nazionale e, quindi, ha fruttato una situazione interna -politica, economica e sociale- se non ottimale, molto buona: comunque, molto migliore di quella dell'Italia, che, dopo il periodo di De Gasperi, ha avuto governanti di infimo livello. Apro una parentesi, per mettere in evidenza, con un esempio terra terra, la mentalità pro domo sua del politico italiano: in ambito europeo, gli europarlamentari italiani sono i più ricchi, con notevoli margini rispetto a quelli degli altri paesi; circa 35.000 Euro/procapite, probabilmente approssimati per difetto: almeno in questo siamo al primo posto nella classifica continentale. Per contro e a disdoro dei nostri governanti, il nostro Mezzogiorno, per PIL, consumi delle famiglie, livello degli investimenti, occupa gli ultimi posti nell'Unione europea (cfr. C. Salvi e M. Villone, op. cit., pag. 3 e 33). Tornando agli europarlamentari, si può notare, tuttavia, che quasi tutti, per l'aspetto etico, sono simili agli italiani: solo 37 su 732 hanno restituito i soldi non spesi per i viaggi. Di questi 37, 27 sono olandesi, i quali avevano correttamente sottoscritto un codice di autocondotta, che prescrive la restituzione dei soldi non utilizzati (cfr. CORRIERE DELLA SERA, 16/03/2006, Note spese, solo 37 eurodeputati non ci guadagnano, G. Sarcina). E gli italiani? Non ho notizie, ma le possiamo immaginare! Fine parentesi. In ambito mondiale, l'Unione europea, nell'ipotesi sopraindicata, cioè nelle vesti di nuovo Stato europeo, costituirebbe oggi un elemento di potenza ben superiore alla somma delle potenze attuali dei singoli Stati e avrebbe un prestigio politico ed una forza economica idonea a fronteggiare, con adeguato potere contrattuale, le sfide generate dall'evoluzione mondiale, caratterizzata dall'esistenza di miliardi di poveri esseri umani nelle regioni del Sud del Mondo, che i paesi ricchi, nel loro egoismo, non soccorrono, e dall'emergere di grandi paesi come Cina ed India cui i singoli paesi dell'Europa divisa dovranno, inevitabilmente, prima o poi, cedere il passo anche nelle organizzazioni mondiali che contano. Peraltro, la nascita degli Stati Uniti d'Europa con il fallimento di quella Costituzione, che non si collegava alla sua storia secolare, ai suoi precedenti unitari e ignorava le sue radici giudaico cristiane, si è, purtroppo, molto allontanata nel tempo. A parte la Costituzione, il vero fallimento dell'Europa è, però, nella mancanza di una politica estera unitaria. Questa grave lacuna fa sì che l'Europa politicamente divisa si trovi in soggezione di fronte alla Russia, che, superata la crisi conseguente al disfacimento dell'URSS, ha riassunto, confermandolo, il suo ruolo di grande potenza ed ha quali interlocutori preferenziali gli Stati Uniti e la Cina, mentre verso l'Europa divisa ha già mostrato le sue capacità di condizionamento con la sola utilizzazione dell'arma dell'energia. Mi auguro che i governanti dei paesi dell'Unione meditino su questa debacle europea e ne traggano gli ammaestramenti necessari per procedere al più presto in avanti; ciò è immediatamente possibile perché gli Stati europei hanno una consolidata comunanza di quei valori ideali, spirituali, umani, che sono condizione necessaria di ogni Unione di Stati. E', piuttosto, indispensabile che anche l'attuale malinteso laicismo, dominante in molti paesi compresa l'Italia, si sforzi di fare propri questi valori tradizionali, pur nella distinzione tra Religione e politica. Prendo spunto dalle grandi idee di Josè Ortega Y Gasset, per sostenere che l'Europa, se vuole superare questo momento critico, deve attingere ai grandiosi, nobili valori della sua civiltà, alle sue tradizioni dell'alto Medioevo nel pieno fulgore del Sacro Romano Impero e alle sue radici cristiane, in cui tutti i popoli si riconoscono e ai cui valori umani di fratellanza e di rispetto dell'uomo tutti gli Stati nazionali hanno fatto riferimento nella costruzione del diritto e della giustizia. Si legge in GOODBYE EUROPA (op. cit., pag. 26 e seg.): L'Europa è a un crocevia. Può continuare a fare come se niente fosse e accettare un declino lento ma costante, oppure avviare le riforme Il cambiamento è indispensabile se si vuole evitare il declino. Oggi si può ancora scegliere; tra un decennio quest'opzione potrebbe esserci preclusa. Non può meravigliare che oggi l'Europa trovi difficoltà a coagularsi in una federazione o in altro soggetto statuale, anche in considerazione del notevole numero di Stati aderenti all'Unione. La cosa sarebbe stata facilitata se gli Stati fondatori fossero riusciti a costituirsi in Stati Uniti d'Europa prima dell'allargamento: l'immediato dopoguerra fu, a tal fine, un momento particolarmente favorevole in considerazione del ridotto numero dei paesi interessati, dell'incombente concreta minaccia sovietica, del contestuale piano Marshall statunitense, dell'ombrello difensivo assicurato, nel quadro dell'Alleanza Atlantica, dagli Stati Uniti. Purtroppo, il processo di unificazione fu interrotto dal fallimento della CED, decretato dal parlamento francese. Nel quarantennio di pace successivo alla stipula del Patto Atlantico, i paesi europei sono riemersi dalle distruzioni della guerra, il contrasto Est-Ovest si è ammorbidito nella distensione, sono venuti a galla interessi nazionali talvolta contrastanti, sono mancati uomini di valore del calibro di Adenauer, De Gasperi, Shuman, per cui la spinta all'unione è andata riducendosi. Con la fine della Guerra Fredda, i Paesi dell'Europa occidentale, superato il momento di grande euforia per lo scoppio della pace, di fronte alle nuove emergenze, si sono trovati, quindi, scoperti e spiazzati, perché gli Stati Uniti, stanchi di sopportare il peso della quarantennale garanzia militare per detti Paesi, pretendevano giustamente un maggiore impegno politico, militare e finanziario di questi, nel ruolo globale di pilastro europeo dell'Alleanza. Le crisi esplose nei Balcani, a seguito della disintegrazione della Jugoslavia, furono infatti controllate e risolte solo grazie all'impegno diretto degli USA e dimostrarono al mondo quale palla al piede fossero per la superpotenza i Paesi europei; questi, non solo presentavano strumenti militari tecnologicamente arretrati rispetto agli USA, non solo si mostravano riluttanti ad impegnarsi militarmente proprio in casa loro in operazioni a supporto della pace, ma pretendevano anche di dettare condizioni a chi interveniva a soccorrerli. Inoltre, l'ampio allargamento ad est, effettuato, a mio avviso, sconsideratamente e prematuramente, ancor prima, cioè, di consolidare anche politicamente un qualche nocciolo duro di Europa unita, completo di Costituzione, non ha certamente giovato al progresso della vicenda unitaria e potrà essere un fattore di ulteriore ritardo nel conseguimento del traguardo finale. Naturalmente, spero di sbagliarmi! L'attacco del terrorismo internazionale agli Stati Uniti, con la distruzione delle Torri Gemelle in New York (11 Settembre 2001), ha costituito per l'Unione europea una salutare sveglia dal proprio letargo politico militare: i partners europei della NATO, nell'occasione, riconobbero applicabile, in favore degli USA, l'art. 5 del trattato, cioè il casus foederis dell'Alleanza. In aggiunta, si verificò un'inedita convergenza di interessi anche con la Federazione Russa, che sfociò nel 2002 nella istituzione del Consiglio NATO-Russia. Come è noto, questo idillio venne meno con l'attacco preventivo degli USA contro l'Iraq, attuato in aderenza alla nuova strategia statunitense, elaborata dopo l'11 Settembre 2001: forti divergenze emersero al riguardo in ambito NATO e in ambito Unione europea. I fatti sono noti e non mi dilungo. Nonostante ciò, la NATO continua ad essere l'unica organizzazione militare che consentirà di affrontare con possibilità di successo le sfide poste dal terrorismo internazionale. Essa rimane, quindi, il riferimento fondamentale dei paesi europei per la difesa. Questo vale, in particolare, per l'Italia, che della NATO è, da anni, l'anello debole e ne ha sfruttato a fondo i vantaggi, ma vale anche per l'Unione europea. L'Europa sta attraversando un periodo di crisi interna, dovuta a diverse cause, quali, principali, le divergenze insorte tra i membri dell'Unione di fronte alla guerra irakena, il fatto che l'Unione è al momento solo uno Stato virtuale nel senso che la politica estera è competenza dei singoli Stati membri, l'insuccesso della Costituzione. L'Europa, nel suo complesso, ha enormi potenzialità, ma, non si decide a porle in atto, indecisa come è tra unione e divisione, pur se il mondo è cambiato e nuove potenze, in grado di subentrarle nel suo secolare ruolo stanno emergendo in Oriente: in sintesi, l'Europa, memore delle sue radici che le hanno garantito per secoli la supremazia mondiale, deve convincersi a percorrere, senza ulteriori incertezze e ripensamenti, la via che dall'unione economica conduce all'unione politica e deve, altresì, vincere la sconsiderata pavidità finora dimostrata di fronte al fondamentalismo islamico, combattendolo, finchè è in tempo, d'intesa con i suoi naturali alleati e incoraggiando così a schierarsi o a gettare la maschera i paesi islamici cosiddetti moderati; altrimenti, si ritroverà, prima o poi, a dover combattere l'ultima battaglia per la propria sopravvivenza, sul proprio territorio, come avvenuto in passato a Poitier, a Lepanto e sotto le mura di Vienna. Non è un fatto da trascurare che nell'Europa occidentale si è da tempo insediata una numerosa comunità musulmana, intransigente nella difesa dei precetti dell'Islam e non facilmente integrabile nelle società occidentali; ciò avviene, principalmente, perché l'Islam è contemporaneamente religione e sistema sociale. L'Italia, avamposto dell'Europa nel Mediterraneo, corre un concreto rischio di islamizzazione se non provvederà alla sua difesa, applicando con raziocinio la politica delle quote di ingresso e fissando delle preferenze nazionali per accogliere persone che non abbiano controindicazioni ad inserirsi nel tessuto sociale nazionale, rispettandone la legislazione. I pochi islamici presenti in Italia già creano problemi e, se essi diverranno troppo numerosi, l'Italia potrebbe rischiare di perdere la sua identità, essendo indifesa, con la legislazione e la politica vigenti, di fronte al fondamentalismo islamico, nella cui cultura giuridica il principio di legalità è legittimo solo se non confligge con i fondamenti religiosi dell'Islam. In Italia, oggi, non sembra esservi sufficiente attenzione della politica a questo dato di fatto, per cui nel giro di qualche generazione potremmo essere travolti dallo tzunami islamico. Questo destino sembra ineluttabile, tenuto conto del malinteso laicismo di molti dei nostri compatrioti, politici e non, che non sembrano in grado di capire i rischi del multiculturalismo, nonostante i drammatici eventi avvenuti e/o in corso ai confini del nostro paese, in diverse nazioni europee e nella stessa Italia.
Ho fatto a più riprese cenno, in questa lunga sintesi del periodo che abbiamo vissuto, agli enormi costi della politica italiana, facendo riferimento a quanto, di tanto in tanto ci dicono i giornali. Quasi per caso, dopo molte vane ricerche di documenti ufficiali, a lavoro pressocchè concluso, mi è capitato di acquistare un libro, sulla cui copertina si legge: Un'inchiesta politica sulle incredibili e preoccupanti spese del grande apparato politico che ci governa, dai più piccoli comuni all'Unione europea. Gli autori sono Cesare Salvi e Massimo Villone, di professione politici, ed il titolo è IL COSTO DELLA DEMOCRAZIA, con sottotitolo ELIMINARE SPRECHI, CLIENTELE E PRIVILEGI PER RIFORMARE LA POLITICA. Il contenuto supera ogni possibilità di immaginazione negativa per i non addetti ai lavori in ambito politico. Nell'introduzione, si parla di decisioni consociative e di questione morale; questa ha la sua radice nella moltiplicazione degli incarichi e dei posti, nella lottizzazione a tutti i livelli, nei rapporti impropri tra politica e amministrazione, nonché tra politica e società civile. Si afferma giustamente che fra etica e politica deve esistere un rapporto stretto e necessario. Il quadro che emerge dalla nostra ricerca è anche peggiore di quanto potesse apparire a prima vista. La questione dei costi impropri della politica si rivela come una grande questione democratica. E' la punta visibile di un iceberg Serve, anzitutto, un'operazione verità, che tolga il velo dei silenzi, degli opportunismi, dei consociativismi, dei sotterfugi e dei cavilli legislativi e regolamentari Tra le ricette che proporremo è la riforma dei partiti: una legge che li disciplini, dando vero potere agli iscritti e garantendo regole di vita democratica. Il primo argomento preso in esame è il finanziamento pubblico dei partiti (pag. 11 e seg.), che gli autori considerano giusto e necessario, purché i partiti accettino regole vincolanti per la trasparenza e la democraticità della loro vita interna; a tal fine, occorrono norme inderogabili, che fissino modalità di controllo idonee a garantire onestà di comportamenti e finanziamenti trasparenti, come avviene in tutti i paesi civili, ma non in Italia, ove non è stato ancora attuato l'art. 49 della Costituzione. Dopo il referendum del 1993, la resurrezione del finanziamento pubblico fu opera dell' Ulivo (legge 157/1999), completata nel 2002 (in modo peggiorativo, ndr) dalla Cdl: ogni voto vale un Euro anche per le regionali e per le europee. Il rimborso è annuale e per ottenerlo basta l'1% dei voti. In definitiva, la spesa che ne è derivata nel 2005 è di oltre 196 milioni di Euro, cui sono da aggiungere oltre 92 milioni di contributi per i gruppi parlamentari (spesa complessiva pari a circa 558 miliardi di Lire! Che ne dite?). Per quanto ha tratto con il federalismo (pag. da 20 a 32), è noto che la riforma del Titolo V° della Costituzione, approvata dall'Ulivo nel 2001, ha provocato immediatamente, in uno con altre deprecabili conseguenze, un aumento inverosimile degli sprechi e degli abusi di pubblico denaro (ma quando cambierà l'italica mentalità? ndr): Salvi e Villone lo confermano. Le regioni hanno perfino aperto ambasciate, come se ad esse fosse devoluta la politica estera. Ma il fenomeno più preoccupante è la moltiplicazione degli incarichi regionali, con un aumento a dismisura dei consiglieri, delle commissioni e dei gruppi consiliari nelle regioni e province autonome e con immancabili e terribili incrementi delle spese (per questi improduttivi personaggi, ndr): in Sicilia, si è giunti all'incredibile assurdo che la retribuzione dei consiglieri regionali è addirittura più elevata di quella dei parlamentari nazionali; la regola è che ogni regione stabilisce autonomamente numero e retribuzione dei consiglieri e dei membri del governo regionale. La domanda che sorge spontanea è: Chi controlla? La risposta è: nessuno! Conseguenza: la spesa delle regioni tra il 1999 e il 2004 è aumentata del 6,5% medio annuo, rispetto al già troppo elevato 3,4% della pubblica amministrazione. Una quota consistente di questo incremento è nella spesa per il personale, nonché per consulenti e collaboratori esterni. Se andasse a pieno regime il meccanismo previsto dal nuovo Titolo V° e dalla legge La Loggia (2003), la spesa aggiuntiva delle regioni si aggirerebbe tra i 7,2 e i 16,7 miliardi di Euro. Con la devolution della Cdl, questa spesa aggiuntiva si eleverebbe a 50 miliardi.; il federalismo a costo zero è una pia illusione: il rischio doppia burocrazia è il più evidente, ma non è unico. Il consiglio che, a titolo personale, darei ai falsi e bugiardi dei italici della politica è di tornare al centralismo, dato che l'Italia è piccola, o ridurre l'Italia a 3 regioni, Nord, Centro e Sud: il più grande vantaggio sarebbe quello di minimizzare i vampiri politici succhiatori del sangue del popolo e, quindi, garantirsi sprechi molto inferiori di denaro pubblico. Gli autori suggeriscono un non meglio identificato federalismo mite e rigoroso, ove i soldi siano spesi per i cittadini e non per i politici e i loro amici. Terrorizzante è poi la prospettiva di 35 nuove province, per ognuna delle quali occorre prevedere una spesa di 50 milioni di Euro (pari a un totale annuo di 3.400 miliardi di Lire). Mi chiedo a che servono le province: secondo gli autori esse sono l'anello fantasma del sistema locale, come personaggi in cerca d'autore, per cui sarebbe meglio abolirle. La verità, sempre secondo gli autori, è che offrono utili posti di sottogoverno perché le poltrone per gli amici non sono mai sufficienti. Infine, con la figura delle province in vita, anche le clientele si moltiplicano. La spinta alla frammentazione territoriale deve sempre insospettire. E' certo uno di quei casi in cui a pensar male probabilmente si indovina Un rimedio ci sarebbe. Stabiliamo che una nuova entità territoriale si finanzia per i maggiori costi con una tassa a carico dei cittadini che la richiedono Dopotutto si può forse anche accettare che a casa propria ognuno faccia quel che gli pare. Ma di sicuro non a spese di altri. E vengo ora all'aspetto meno nobile per i politici, ma più interessante per noi cittadini cosicché possiamo renderci conto di quale pasta è fatta l'Italica stirpe; una cosa importante appare chiarissima: i nostri governanti non hanno concordato alcun codice etico, cui fare riferimento, né hanno misurato il benessere loro e delle classi privilegiate sul metro dei concittadini che soggiacciono alla miseria, dimostrando assoluta mancanza di giustizia, equità, solidarietà. Poi, almeno a giudicare da coloro che appaiono sul palcoscenico di Domenica in, essi sono anche portatori sani di una malattia molto diffusa in Italia: l'ignoranza! Salto a piè pari gli euro parlamentari, cui ho già fatto cenno e affronto l'interessante tema delle retribuzioni di senatori e deputati (pag 33 e seg.), per i quali è da sempre in atto un inaccettabile conflitto di interessi, per il fatto che sono loro gli autori delle leggi a vantaggio delle proprie tasche e delle casse dei partiti. Il trattamento economico dei parlamentari nazionali consta di una indennità e di una diaria per il soggiorno a Roma. Sono, inoltre, previsti diversi rimborsi di spesa. Competono ai parlamentari anche un assegno di fine mandato e prestazioni di carattere previdenziale e sanitario. La legge 1102/1948 stabiliva un'indennità di 65mila Lire e una diaria di 5mila Lire per ogni giorno di seduta e consentiva, purtroppo, aumenti d'iniziativa dei consigli di presidenza. La successiva legge 1261/1965 introdusse il principio, tuttora in vigore, per il quale l'indennità parlamentare non può superare il trattamento complessivo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di sezione della corte di cassazione. Spetta agli uffici di presidenza dei due rami determinare in concreto l'ammontare delle 12 quote mensili da corrispondere. Questa quota, fissata nel 96% del trattamento dei magistrati, è pari a 12.434 Euro/mese, cioè oltre 24 milioni di Lire. La diaria è invece pari all'indennità di missione dei magistrati del livello sopraindicato: 4.003 Euro/mese, pari a circa 8 milioni di Lire. A queste già considerevoli cifre, si aggiungono i rimborsi per la retribuzione dei portaborse (!?), per le spese relative allo svolgimento del mandato elettorale (!?), per i trasferimenti dal luogo di residenza a Roma (!?), per i viaggi internazionali di aggiornamento (?), per le spese telefoniche (?). Durante il mandato, il parlamentare versa mensilmente una quota, per ricevere al termine dell'attività parlamentare un assegno di fine mandato: i parlamentari ricevono un assegno vitalizio, a partire dal 65° anno di età o dal 60° se hanno svolto più legislature, previo versamento di 1.336,69 Euro/mese. L'ammontare dell'assegno vitalizio va dal 25% dell'indennità lorda, per una sola legislatura, all'80% da 6 legislature in avanti. Il libro in esame riporta il caso di un parlamentare con 3 legislature; il suo vitalizio è pari al 55% dell'indennità, cioè 6.865 Euro/mese. In 20 anni, riscuoterà 1.650.000 Euro lordi, contro 240.604 Euro versati; trattasi sicuramente di un privilegio privo di giustificazione e moralmente inaccettabile: dove è l'equità sociale? I pensionati parlamentari hanno la pelle dura e non muoiono facilmente, per cui sono un grosso peso per le nostre tasche: negli ultimi 10 anni, la spesa totale del senato è aumentata di 253,1 milioni di Euro (da 297,6 milioni di euro nel 1995 a 550,7 nel 2005), dei quali 155 milioni per indennità e vitalizi dei senatori. La camera nel 2005 ha speso 980 milioni, dei quali 291 per deputati ed ex tali. Per i consiglieri regionali la ricerca si fa meno agevole perché i dati non sono pubblicati in modo trasparente Ciascuna regione può decidere autonomamente La moltiplicazione degli incarichi fa sì che la retribuzione in realtà raggiunga e superi spesso quella dei parlamentari nazionali Complessivamente, si può calcolare un costo, per la retribuzione di 1.118 persone, di oltre 150 milioni di Euro l'anno . La novità, introdotta di soppiatto con legge delega 265/1999, è stata quella di prevedere retribuzioni anche per gli eletti di comuni, province, comunità montane, unioni di comuni e consorzi tra enti locali, circoscrizioni e consigli di quartiere e infine per i rappresentanti degli enti locali in associazioni internazionali, nazionali, regionali: un totale di quasi 200mila persone. Chi fissa l'entità della retribuzione? Gli stessi destinatari, senza obbligo di renderla pubblica!
Il mandato elettivo sta diventando un vero e proprio lavoro: una nuova forma di lavoro dipendente (gli eletti) ricevono una retribuzione, hanno l'assistenza sanitaria integrativa, hanno diritto alla pensione anche se il periodo lavorativo è stato brevissimo, a fine mandato ricevono la liquidazione Il costo complessivo è rilevantissimo. Secondo Salvi e Villone questo costo si colloca tra i 3 e i 4 miliardi di Euro, considerando anche la presidenza della repubblica, la presidenza del consiglio, i ministri, i viceministri, i sottosegretari, gli uffici di presidenza di camera, senato, regioni, gli apparati, le indennità, le diarie e i gettoni dei presidenti e degli assessori regionali, provinciali e comunali, nonché dei consiglieri provinciali, comunali, circoscrizionali, delle comunità montane e delle associazioni dei comuni, i costi dei dipendenti dei partiti e dei collaboratori dei singoli parlamentari (i portaborse), i consiglieri di amministrazione di enti e società pubbliche e parapubbliche. Nel prosieguo, si parla anche di incarichi e consulenze e se ne valutano i costi. Ad esempio, il costo degli staff dei ministri, nel 2004, è stato di 1.375.998.561,14 Euro. Si illustra Il caso della sanità, con un primo piano su primari e manuale Cencelli. La parte seconda del libro esamina la cause dei fatti illustrati nella parte prima. Dicono gli autori (pag 73 e seg.): Ci si può domandare come mai tutto ciò che abbiamo fin qui analizzato e raccontato possa accadere. Non ci sono regole? Non ci sono filtri di controllo, meccanismi di responsabilità? Chi sono e dove sono i controllori? Quali le sanzioni? E' un capitolo amaro questo che si apre con tanti interrogativi. Anticipiamo una sintetica risposta: negli ultimi quindici anni le maglie della rete dei controlli e delle responsabilità penali, amministrative, contabili e politico-istituzionali sono diventate troppo larghe In Italia il codice penale è ancora quello introdotto dal fascismo, ma nel corso del tempo sono state apportate modifiche Il codice Rocco prevedeva una serie di reati contro la pubblica amministrazione Prevedeva anche il reato di abuso innominato d'ufficio che aveva la funzione residuale di punire i comportamenti che non rientravano in uno degli altri reati. I nostri terribili/voraci/disonesti parlamentari attaccarono questa normativa penale posta a difesa della pubblica amministrazione; nel 1990 fu abrogato, tra gli altri, il reato di interesse privato in atti d'ufficio e nel 1997 si ebbe una nuova legge che escludeva l'abuso d'ufficio a fini non patrimoniali, ad esempio a fini di lottizzazione politica. In concreto, se io affido una consulenza a persona totalmente e clamorosamente incompetente della materia con il codice Rocco avrei commesso certamente un reato; oggi non più La dottrina penalistica non ha mancato di esprimere le sue riserve . Parliamo ora della responsabilità per danni e dei controlli amministrativi (pag. 78 e seg.). Molto temuta dagli amministratori pubblici era la responsabilità per danni davanti alla corte dei conti: responsabilità amministrativa o contabile per danno erariale, nel linguaggio dei giuristi. Alla corte dei conti era attribuita la competenza di perseguire e condannare al risarcimento l'autore del danno (legge 5026/1869). Con la legge 20/1994, giunse la riforma: la responsabilità fu ridotta alle sole ipotesi di dolo e colpa grave, mentre la prescrizione venne abbreviata da 10 a 5 anni. Venne poi la legge 639/1996, con cui venne tra l'altro precisato che il giudizio della corte non poteva sindacare le scelte dell'amministratore. Parallelamente al controllo penale e a quello della corte dei conti, si allargavano le maglie anche dei controlli sugli atti amministrativi. La Costituzione prevedeva un controllo di legittimità sugli atti amministrativi delle regioni e degli enti locali (comuni e province), volto al riscontro della conformità degli atti alle prescrizioni di legge, ed un controllo di merito per verificare l'opportunità degli atti, a prescindere dal rispetto formale delle prescrizioni. Con la riforma del Titolo V° della Costituzione, sono stati abrogati gli articoli che fissavano questi controlli (125 e 130), e, quindi, non sussistono più controlli. Gli autori, nel Luglio 2005, presentarono con altri, nel consiglio nazionale dei Ds, un documento che richiamava gli amministratori del centro sinistra alla sobrietà e al rigore politico e amministrativo. Il documento è approvato all'unanimità. E' (dovrebbe essere) la piattaforma del più forte partito italiano. Ma le reazioni immediatamente successive sono sorprendenti. Se si escludono alcune repliche positive, il resto è un miscuglio di silenzio e di stizza. Qualcuno definisce il documento comico e reagisce come se fosse stato commesso un delitto di lesa maestà (pag. 4). E questo avviene nei ranghi dei Ds, cioè del partito che più di ogni altro, almeno in teoria, dovrebbe lottare per garantire l'eguaglianza e l'equità sociale a tutti i livelli; ma ormai i suoi uomini e le sue donne si sono abituati a navigare, con poca fatica e senza rischi, nell'oro e non vogliono rinunciarvi. Eppure dovrebbero rendersi conto che è ormai tempo di porre un tetto limite non superabile a tutte le enormi spese della politica e a quelle delle classi privilegiate, revisionando le leggi in vigore, fonti di troppe disuguaglianze e di ingiustizie; occorre cioè ridurre decisamente il peso della politica e del privilegio sulle casse dello Stato, il che costituirebbe un buon esempio per tutti i cittadini oltre che una dimostrazione di rispetto per i contribuenti. L'attuale scandalo italiano, oltre che l'enorme debito pubblico, formatosi per la dissennatezza dei governanti in assenza di riforme utili al Paese, è l'esistente amplissima forbice dei redditi, che va dalle centinaia di migliaia di Euro dei privilegiati alle poche centinaia di Euro dei bassi redditi; ciò, come più volte ho evidenziato, fa somigliare l'Italia ai paesi sottosviluppati, ove le classi dirigenti nuotano nell'oro, mentre gran parte della popolazione sopravvive e muore nella più tragica povertà. Non è una favola e non è né giusto né equo che vi sia, per esempio, la categoria dei cosiddetti manager pubblici (o, anche, dei politici o dei magistrati o di altro) che gode di remunerazioni superiori al milione di Euro l'anno ed ha buonuscite di pari importo anche se produce deficit, come spesso avviene, mentre i più bassi redditi non superano i 500 Euro mensili e la percentuale dei poveri è circa il 30% della popolazione, grazie ad una politica economica inefficace. Non solo; può l'Italia essere definita un paese civile quando sul suo territorio avvengono episodi di questo tipo: un cittadino di età avanzata vive in una casa assegnatagli dal comune, è ricoverato in ospedale, viene dimesso, torna a casa e la trova occupata da altri, resta senza casa e viene sistemato dalle autorità in un ospizio (cfr. Telegiornale Rete 5, ore 20.00 del 28/12/2006). Morale: i politici, nostri governanti, che dovrebbero avere a cuore la protezione di ogni singolo cittadino, specie se anziano e malato, dall'ingiustizia e dalla violenza, almeno quanto hanno a cuore le proprie retribuzioni, i propri privilegi, le case che abitano, non sempre loro spettanti, le barche milionarie, ecc., invece, se ne infischiano dei cittadini indifesi, perfino quando ad essi viene sottratta la casa!
Ha senza dubbio ragione chi dice che all'Italia è mancata una classe dirigente, nel senso più vero del termine, e ciò appare lampante in tutti i settori, dalla politica alla burocrazia, all'economia, alla giustizia, alla scuola, ecc.. L'Italia ha fatto crac e non riesce a riprendersi proprio perché non ha avuto e non ha una classe dirigente che sappia fare il suo mestiere, ma soltanto uomini mediocri, per di più privi di spirito di servizio verso la collettività. In tutti i settori sono mancate idonee e tempestive riforme indispensabili a garantire innovazione ed efficienza. Il più semplice ed eclatante esempio di ciò è la Costituzione, la cui fondamentale caratteristica è stata la debolezza dell'esecutivo, a fronte di un parlamentarismo esasperato, i cui sviluppi negativi sono stati la partitocrazia e il disastro della politica e dell'Italia. Inoltre, la Magna Charta era ed è rimasta incompiuta in più punti in attesa di leggi di attuazione mai predisposte. A fine anni '90 primi 2000, con dibattito sul federalismo in corso e con aspetti politici, finanziari e di coordinamento non chiariti, è arrivata inaspettata la riforma del Titolo V°, tuttora in vigore: un vero obbrobrio, per l'incompiutezza del quadro statuale, per la sovrapposizione di competenze tra Stato e regioni e l'insorgere, per questo, di forte conflittualità, per l'enorme incremento delle spese dovute a diseconomie organizzative con aumento di inutili uffici e di burocrazie e, soprattutto, per il combinato effetto della riduzione del controllo penale, dell'annacquamento delle responsabilità degli amministratori pubblici e dell'abolizione dei controlli di legittimità e di merito sugli atti amministrativi di regioni ed enti locali. In definitiva, l'Italia è un paese dove nessuno controlla nessuno ed il criterio base per l'ascesa ai posti direttivi è la lottizzazione, con tanti saluti alla meritocrazia, da tempo relegata fra i ricordi belli di un'Italia che non c'è più. L'opera di Salvi e Villone è certamente importante e mi auguro che sia stata letta e meditata da molti cittadini, di qualsiasi credo politico. Di rilievo, è la parte finale dedicata ai provvedimenti che servono per riformare la politica e che riporto, di seguito, senza commenti: una legge sui partiti, per attuare la Costituzione; ridurre il numero e le retribuzioni dei politici; leggi elettorali che riducano i costi propri e impropri della politica; rilanciare il referendum; stop alla spartizione e alla moltiplicazione di incarichi, consulenze ed enti inutili; per una sanità non lottizzata; ripensare il federalismo; alla ricerca della responsabilità perduta; trasparenza, trasparenza, trasparenza.
Penso che, nonostante la giustezza e la validità pratica di queste proposte, preso atto di tutti questi anni di malgoverno e della sicura ostilità a queste riforme di gran parte dei privilegiati, Salvi e Villone incontreranno notevoli difficoltà a rompere il fronte della conservazione, che, salvo parole parole parole, si presenta compatto e deciso, da destra a sinistra, nel difendere i propri soldi e i propri privilegi; certamente con qualche ininfluente eccezione. Mi auguro, per il bene dell'Italia e del popolo vero, che essi vincano questa difficile partita, ricorrendo, se necessario, a referendum.
E' meglio, quindi, al momento, non commentare, riservandoci di santificare i due, se riusciranno nell'impresa! Sono però pessimista, perché sono convinto che la questione morale non sia mai stata considerata nel dibattito politico italiano e neanche dalla maggioranza della popolazione, altrimenti non vi sarebbero stati tanti anni di cattocomunismo, i cui influssi nefasti hanno nociuto fortemente all'Italia e, portati poi nel nuovo millennio dai suoi epigoni, hanno tarpato le ali alla cosiddetta seconda repubblica; questa somiglia tanto alla prima, soprattutto per la mancanza del senso dello Stato e dei fondamentali valori etici, che la tanto conclamata morale laica, nei fatti malintesa o inesistente, non riesce a cogliere nella loro completezza, specie se priva di riferimenti, nel loro insieme, umani e spirituali. Personalmente, ritengo che, in realtà, di morale ne esiste una sola, quella cristiana; essa pone al centro dell'interesse sociale l'Uomo, non crea privilegi, predica la solidarietà e, addirittura, l'amore tra gli esseri umani, in quanto fratelli, nonché il rispetto della vita fin dal concepimento; questa è vera morale! Su questi concetti si fonda la Democrazia senza aggettivi, che vince l'egoismo e garantisce la dignità dell'uomo, reso consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri nella società. E' importante, quindi, che il Vangelo, proprio per i concetti rivoluzionari predicati da CRISTO, concetti validi per una moderna Democrazia, centrati sull'uguaglianza di tutti gli uomini e sull'amore verso il prossimo, sia oggetto di studio in tutti i gradi dell'istruzione, fin dalle elementari, affinché questi concetti universali siano acquisiti da tutti i giovani, cui rimarrebbe poi la libera scelta di credere o non credere in Dio ed il Dovere Morale, non dico di amare il prossimo (cosa non facile!), ma, perlomeno, di rispettarlo; si tratta, nella sostanza, degli ideali di Fraternità, Libertà, Eguaglianza, proclamati dalla Rivoluzione Francese e che confermano il substrato cristiano del popolo francese nel periodo rivoluzionario. L'assemblea dell'ONU, nella Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo (10 Dic. 1948), affermò che tutti gli esseri umani sono creati eguali e ne indicò i diritti fondamentali; questi sono diritti inalienabili e universali, che derivano dal diritto naturale e trascendono l'ordine politico; di conseguenza, devono essere semplicemente rispettati e osservati. Ogni volta che si è negato questo presupposto, si sono determinate condizioni drammatiche per l'umanità: la storia ha già evidenziato più volte questo legame di causa ed effetto; le dolorose vicende del XX° secolo, tuttora vive nella nostra memoria, sono esemplari al riguardo. Oggi, in Italia, viviamo una nuova era di inciviltà, di vera barbarie, ove non sono più l'educazione ed il rispetto degli altri le basi del vivere sociale, ma la violenza contro la vita (mi riferisco, in particolare, all'aborto), contro la famiglia, contro ogni regola di civiltà, ecc.: gli ultimi eventi avvenuti, ad esempio, nelle scuole, ne sono prova concreta e confermano lo sfascio ed il fallimento del sistema educativo italiano. Per tutto ciò, dobbiamo ringraziare i governanti di ieri e di oggi e dobbiamo batterci il petto, noi cittadini, per aver consentito alla politica questo scempio della nostra civiltà. In definitiva, alla luce delle esperienze negative subite, è ormai ampiamente condiviso il concetto che la laicità dello Stato moderno, se non è inquinata dall'ideologia, come finora avvenuto in Italia, si realizza nell'autonomia della politica dalla sfera religiosa, ma non dalla Morale.
Nel concludere, voglio con forza affermare che noi che abbiamo abbracciato la carriera militare abbiamo fatto un'ottima scelta; ciò per una serie di fattori, soprattutto di ordine ideale e morale, che ho già indicato in altra occasione e che voglio qui ribadire, seppur per grandi linee, al termine di questo lungo escursus sulle vicende che hanno interessato la nostra amatissima Patria.
. La passione per una professione, o meglio per una missione che continuo a ritenere nobile e degna di ogni Uomo che ponga al primo posto l'amore per la Patria, l'orgoglio di garantirne il prestigio e la sicurezza, l'onestà di intenti.
. La consapevolezza di poter sempre contare su una quasi totalità di colleghi e collaboratoti ricchi di Senso del Dovere, Senso dello Stato, Spirito di Servizio, nonostante i guasti della politica. Sono lieto di aver servito la Patria in una Istituzione in cui i valori di lealtà, di solidarietà, di cameratismo, di amicizia non sono solo vuote parole, ma concrete espressioni dell'impegno collettivo, sempre rivolto al bene dell'Italia, della Collettività Nazionale, delle Forze Armate.
. L' impegno e la gioia di una vita vissuta con i giovani, ricchi di ideali veri e capaci di dare il meglio di sé stessi in ogni circostanza, sempre operando, nella stragrande maggioranza, con entusiasmo, convinzione, disponibilità e capacità. Essi, pur nel sacrificio che la vita militare richiede, specie nei reparti operativi, hanno sempre dimostrato di apprezzare il rapporto di collaborazione con i rispettivi Comandanti, nonché l'esperienza militare, considerata da essi sostanzialmente positiva.
. La costante fiducia ed il consenso della maggioranza degli italiani, del Popolo vero, constatati direttamente, sempre ed ovunque, nelle frequenti occasioni d'incontro, nelle sedi stanziali e nelle attività esterne. E' questa l'opinione pubblica che per noi ha valore.
Quanto sopra in uno con la sempre viva speranza di un cambiamento, in senso razionale ed aderente all'interesse dell'Italia, dei modi e delle regole della politica nazionale, tenendo conto dei gravi errori dei governi avvicendatisi dagli anni '60 a tutto oggi e impostando l'azione politica senza trascurare, come fatto finora, le esigenze etiche del vivere civile. In definitiva, occorre garantire all'Italia una vera democrazia, sostanziata da concreti e alti profili di reale giustizia, sicurezza, eguaglianza ed equità sociale. L'impresa presenta enormi difficoltà e, comunque, occorreranno diverse generazioni per recuperare le virtù civiche disperse in tutti questi anni di malgoverno dei partiti del sedicente arco costituzionale e dei cosiddetti poli.
Infine, tengo a chiudere questo mio lavoro con un pensiero di S.S. Giovanni Paolo II°, sul servizio da noi espletato a difesa della Patria e della Pace:
La condizione militare ha il suo fondamento morale nell'esigenza di difendere i beni spirituali e materiali della comunità nazionale, della Patria. Questa difesa, garante del bene comune di un popolo, è un presupposto della pace e della concordia tra le nazioni La difesa è prudenza, è diritto, è dovere che impegna gli uomini ad una continua vigilanza, interiore ed esterna, per prevenire lo scatenarsi dell'odio e della guerra Siate dunque convinti di compiere un compito di pace .
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