Longarone, 11 ottobre 1998

Mi chiamo Arnaldo Olivier e all’epoca della tragedia avevo diciassette anni. Abitavo nella Frazione di Codissago in Comune di Castellavazzo paese in cui vivo tuttora ubicato di fronte Longarone parzialmente distrutto dalla catastrofe del Vajont. Come tutti i giovani appassionati di sport la sera del 9 ottobre 1963 ero al bar assieme agli amici per assistere alla partita di calcio di Coppa Campioni Ranger Glasglow-Real Madrid. Sono rincasato prima che questa terminasse è stata l’ultima volta che ho visto la Longarone vecchia, non ho fatto nemmeno il tempo di infilarmi nel letto che un gran boato ha scosso l’intera casa ed immediatamente è scomparsa l’illuminazione. Mia mamma dalla camera accanto gridando al terremoto di fretta e furia imboccava le scale che portavano al piano terra, mentre l’acqua irrompeva e la trascinava via e io con lei che, sentendola gridare la seguivo a breve distanza. Nel breve tempo rimasto sott’acqua non ho mai perso i sensi, pensavo alla situazione in cui mi trovavo e, dal modo in cui venivo colpito da oggetti sconosciuti, a cosa mi sarebbe successo quando fossi riemerso. Credevo che quello che stava succedendo dipendesse da qualche evento piovuto dall’alto, non mi sfiorava l’idea della diga del Vajont. Mentre l’acqua defluiva mi sono sentito sbattere violentemente contro una parete fermandomi così da non essere trasportato all’esterno dell’edificio. In quel momento sempre sott’acqua, qualcosa veniva contro di me e mi accorsi che era mia mamma, l’ho trattenuta prima che questa ritirandosi potesse trascinarla chissà dove. Quando tutto si è placato, rimanemmo incastrati dai detriti e dal fango depositato. Mio papà, che era solito portare in camera una candela per le eventuali interruzioni d'energia elettrica, illuminava la tromba delle scale quel tanto da facilitare il suo accedere al piano terra per localizzarci. Il suo grido di chiamata sembrava venisse da molto lontano, invece era ad un paio di metri da noi e, tendendo le mani mi aiutava a portare mia mamma inerme, al piano superiore. Rivestito con indumenti trovati a fatica dopo essere rimasti denudati dall’acqua, portai sulle spalle ad uno ad uno con gran difficoltà e fatica, tra alcune spaccature non ostruite dai detriti, i miei genitori da una famiglia vicina, aspettando l’arrivo dei primi soccorritori, che sono intervenuti nel più breve tempo possibile. Ad accertare le nostre condizioni è stato un Tenete medico degli Alpini che ci assicurava che potevamo aspettare l’alba per essere trasportati in Ospedale perché prima c’era la priorità di soccorrere quelle persone più gravi e meno fortunate di noi.

Dopo molti anni di silenzio, trovo in quest’occasione la forza e il coraggio di sbloccarmi e di raccontarmi. Da quel tragico e luttuoso evento, capisco e comincio ad apprezzare il valore e l’importanza che ricopre la figura del soccorritore, qualunque sia il settore in cui opera; a lui una lode di stima e ringraziamento per l’alto contributo umanitario e di solidarietà portato in quei tristi momenti. Pongo l'accento sulla sua figura e sull’opera svolta perché pochi anni dopo la tragedia, mentre prestavo servizio militare nel IV° Battaglione Carabinieri di Padova, mi sono trovato anch’io in quelle vesti offrendo il mio modesto contributo alle popolazioni del Veneziano e del Polesine colpite dall’alluvione del novembre 1966, calamità questa non certo paragonabile al disastro del Vajont, ma pur sempre di una certa entità. Sono trascorsi 35 anni da quella triste data, non potendo dimenticare il loro operato, e qua credo di interpretare il pensiero di tutti i superstiti che hanno vissuto quella tragica esperienza. Perciò a tutti coloro che hanno partecipato alle operazioni di soccorso alle popolazioni colpite dal disastro del Vajont del 9 ottobre 1963, ma anche a coloro che continuano ad operare a seguito di calamità, mettendo a repentaglio la propria incolumità rischiando a volte la vita pur di salvare quella di un suo simile un sincero e doveroso ringraziamento.

Arnaldo

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