Le "CINQUE FINESTRE"

di Piero Pignataro

Piero Pignataro



Carissimi,
   Ringrazio l'amico Franzosi per avermi dato la possibilità di partecipare a questa rubrica con una mia prima finestra. Le altre, forse, seguiranno in seguito con la speranza che Dio mi dia la forza e la volontà necessarie. La recente notizia che mille dei nostri alpini dovranno partire per l'Afghanistan in missione di pace e operare fra le montagne di quel lontano paese, mi hanno fatto ritornare alla mente un lontano episodio accadutomi nel 1960. Uno dei tanti fra episodi ed eperienze di cui la mia vita è ricca.

I SIGNORI DELLE CIME
   Era una calda serata di estate. La mia batteria stava eseguendo l'ultima esercitazione a fuoco prevista in quel campo d'arma del 1960. Aveva preso posizione al tramonto del sole ed io, sottocomandante di quella batteria, mi apprestavo ad affrontare una serata molto impegnativa. Anche gli artiglieri che la componevano ne avvertivano l'importanza. Si trattava di effettuare una lunga serie di interventi notturni impiegando sia granate normali che granate illuminanti. Nonostante ciò si era abbastanza sereni e fiduciosi perché gli esercizi previsti erano stati ripetuti molte volte in caserma, sia pur senza impiegare granate vere.

   Occorreva la massima attenzione nel ricavare i dati di tiro in quanto la zona di arrivo dei colpi era a circa dieci chilometri di distanza ed il rischio di mandare i colpi su qualche paese della zona era molto elevato. Per dare un'idea, a quei tempi non esistevano né calcolatrici né computer. Unici attrezzi di cui disponevamo erano: carta, matita, tavoletta grafica e tavole di tiro, oltre alle solite tavole dei logaritmi per accedere ai calcoli più complicati, quali quelli topografici.

   Si trattava del primo campo d'arma a cui partecipavo ed ero sottocomandante di quella batteria ed anche comandante, data la scarsità di capitani in quel reggimento pesante campale di stanza a Piacenza. All'osservatorio era necessaria la presenza di un comandate di batteria che, seguendo il programma previsto, inoltrava di volta in volta alle varie batterie le richieste di intervento.

Timavo Carsico Dalla sinistra alla destra:
Il sottoscritto, sottocomandante della 4^ btr.; Un sottotente di cui non ricordo il nome; Il tenente Vizzini, sottocomandante della 5^ btr.; il capitano Re, capo centro tiro; Il tenente De Canio, sottocomandante della 6^ batteria; Uno specializzato al tiro di cui non ricordo il nome.
E' leggibile la scritta sulle roccie con riportato: "Timavo Carnico". La foto è stata fatta in occasione dei fatti raccontati.
   A questo provvedeva l'unico capitano disponibile che svolgeva anche le mansioni di comandante di gruppo.

   Eravamo felici. Il campo era quasi finito e tutto era andato bene. Io addirittura avevo dovuto pagare una ventina di bottiglie di Tokaj perché avevo sbalordito i miei colleghi per la precisione con cui sparava la mia batteria. Ora, per i miei colleghi non ero più una recluta. Avevo avuto il battesimo del fuoco.

   I pezzi erano schierati in un grande prato sulle montagne del Tirolo ad una quota di quasi 2000 metri. Non c'era uno spicchio di luna. Lunica luce a cui i nostri occhi si erano ormai abituati proveniva solo dalle stelle. Una immensità di stelle! Il cielo era tutto luminoso. A quella quota in quella serata, era uno spettacolo!

   Di luminoso, oltre le stelle, ma di una luce molto tenue, apparivano gli strumenti di puntamento dei pezzi.

   A quei tempi si usava sistemare il posto comando di batteria in una tenda "quattro per quattro" che doveva essere ben schermata alla luce verso l'esterno in quanto dentro si doveva operare a ricavare i dati di tiro per i pezzi. Il collegamento con l'esterno avveniva tramite uno strano apparecchio che funzionava malissimo e che noi chiamavamo Tannoy. Una specie di interfono.

Posto comando di batteria Il posto comando di batteria all'epoca dei fatti. Tramite il congegno posto sul tavolo, fornito di cuffie e microfono, era possibile comunicare con i pezzi.
   Si avvertiva una strana sensazione in quella tenda. Fuori non si vedeva nulla, la presenza dei pezzi in lontananza la si viveva solo virtualmente, però sapevamo che erano là in attesa dei nostri ordini.

   La comunicazione con essi avveniva solo tramite il Tannoy dalle cui cuffie non si percepiva quasi niente. Ci accorgevamo che le nostre direttive erano state eseguite solo dal rumore dei colpi. Si aveva la strana sensazione che essi, invece di andare sul poligono sbattessero con violenza sulle pareti della montagna di fronte.

   Per questa ragione, quando si creavano dei momenti di pausa durante i quali intervenivano le altre batterie, uscivo dalla tenda e, aguzzando la vista, cercavo di vedere a distanza le ombre dei miei pezzi per rassicurarmi della loro presenza.

Un pezzo al momento dello sparo Un pezzo di artiglieria come quelli citati nel racconto. Qui preso al momento dello sparo.
   Fu in uno di questi momenti che all'improvviso mi sembrò di scorgere in lontananza delle strane ombre che si muovevano. Cercai di aguzzare la vista il più possibile rendendomi conto, sbalordito, che quelle ombre venivano direttamente verso di me.

   Mentre mi domandavo che diavolo fossero quelle strane ombre, a mano a mano che si avvicinavano, mi resi conto che alcune erano a quattro zampe e altre avevano una penna sulla testa.

   "Accidenti", mi dissi. "Ma quelli sono alpini, adesso che vogliono da me? E perché sono qui?" Si perché ormai non c'era dubbio. Erano alpini che procedevano in fila con i loro muli.

   Quando la figura che era in testa si rese più distinta mi resi conto che era un capitano degli alpini. Come era di prammatica mi presentai a lui. Per tutta risposta il capitano chiese: "Che ci fate qui?" Rimasi un po' meravigliato perché il posto mi era stato assegnato. Non certo me lo ero scelto io.

   Risposi: "spariamo". Mi resi subito conto che la risposta era ovvia. Era evidente che stavamo sparando e incominciavo a temere che avrei dovuto cedere a loro il posto.

   Il capitano né si scompose e nemmeno si alterò come temevo. Senza il minimo segno di agitazione, mi disse: "senta, questa zona era stata assegnata a noi. Era previsto che in questo posto noi avremmo dovuto trascorrere la notte. Comunque non si preoccupi. Noi ci sistemeremo da una parte e lei continui pure a sparare.".

   Mi sentii sollevato. In pochi minuti gli alpini radunarono i loro muli, stesero a terra i loro sacchi a pelo, e senza fiatare, si misero a dormire.

   Il capitano entrò nel mio posto comando, si guardò in giro e mi chiese se poteva mettersi a dormire in un angolino. Gli feci presente che ci sarebbe stato rumore in quella tenda in quanto i telefoni e le radio funzionavano a stento ed era necessario parlare molto forte, e poi... i pezzi stavano sparando..., ma lui rispose: "non si preoccupi". Gli feci presente che sui camion avevo delle brande e che avrei potuto farne prendere una. Ma lui ripetendo: "non si preoccupi", si sdraiò e immediatamente si addormentò.

   Quella sera l'esercitazione andò avanti molto a lungo. Verso l'una di notte si finì e mi fu dato l'ordine di allestire per la marcia e rientrare all'accampamento.

   Mai fu un allestire per la marcia così silenzioso. Tutti i miei uomini si erano resi conto di essere in presenza di ragazzi che avevano fatto tantissimi chilometri a piedi. Perfino i conduttori cercavano di mantenere i motori al minor regime possibile.

   Comunque tutto venne fatto nel miglior modo possibile e nel massimo silenzio oltre che nel buio più completo. Mi rimaneva il problema del capitano che tranquillamente dormiva nella tenda del mio posto comando, quella tenda che avrei dovuto smontare e portare via. Con un certo rincrescimento, mi feci coraggio e lo svegliai. Gli dissi che avrei lasciato sul posto la tenda e che il giorno dopo avrei provveduto a recuperarla. Per tutta risposta sentii qualcosa che sembrava un grugnito.

   La mattina successiva, dopo che i miei uomini avevano fatto colazione, presi un camion leggero (ACL) e con alcuni ragazzi del mio posto comando andai per recuperare la tenda.

   Quando vi giunsi, vidi che la tenda era ancora lì esattamente come l'avevo lasciata. Degli alpini non c'era assolutamente nessuna traccia.

    "Strano", mi dissi, "vuoi vedere che è stato solo un sogno?" e non potei far a meno di guardare in direzione dei monti che mi circondavano. "Chissà dove saranno ora", mi sono detto, e per un attimo ho immaginato di vedere delle ombre che si muovevano sopra le nuvole lontane, quasi che fossero degli strani cavalieri del cielo.

   Il ricordo di quell' incontro è rimasto indelebile nella mia mente. La loro forza era stata portata all'estremo limite della scanchezza, tanto da riuscire a dormire in mezzo al frastuomo delle cannonate.

   In quel momento mi posi una domanda: il mondo, la gente comune si rendeva conto del valore di questi ragazzi e ciò che facevano? Non era certo il guadagno che li spingeva ad affrontare le impervie strade della mantagna, ma la fede che ardeva dentro di loro e la convinzione di agire in difesa delle loro famiglie, delle loro genti, del loro territorio, in una sola parola: per la Patria.

   Questo è lo stesso spirito che animava me ed i miei uomini in quel lontano periodo del 1960. Non era certo per animosità o per offesa che ci esercitavamo con i nostri pezzi, ma solo la convinzione di essere utili e preparati per la difesa della nostra Patria.

   Quella calda serata di estate fu il mio primo battesimo del fuoco, ma fu anche l'inizio di tante esperienze, emozioni e sentimenti che provai circondato dalla fiducia dei miei uomini.

   Nella mia vita avrei potuto fare l'impiegato o l'assistente edile, ma tutto questo l'avrei avuto?

Piero Pignataro Linea

Home Page

INDIETRO


Copyright © Collezioni-f.