Le "CINQUE FINESTRE" di Vincenzo Dobelli



I FANTASMI SURGELATI

Frontiera orientale, gennaio del 1965.

“Questa sera si esce”, comunica il caporale di giornata alla compagnia, “non per andare a morose ma per l’ addestramento notturno”.
La voce mi giunge dal cortile dove gli uomini sono adunati.
Li vedo dalla finestra. Battono i piedi per terra e si soffiano sulle dita per combattere il freddo che, da qualche settimana, è il loro nemico più agguerrito.
Per la maggior parte provengono dalle calde terre del sud e non sanno di cosa sia capace l’inverno alle nostre latitudini.
Le belle colline friulane sono strette nella morsa di Orione e la “serata tattica” in programma giunge proprio nel giorno in cui il termometro è sceso ai valori più bassi.
Consumata la cena, anticipata per l’occasione all’ora della merenda, ci si prepara ad uscire.
Maglia di lana, pigiama sotto la tuta, scarponi imbevuti di grasso.
Mentre sto completando i controlli all’equipaggiamento, ricomincia a nevicare.
Qualcuno mugugna, altri appaiono spaventati, molti si abbandonano allo stupore o all’euforia.
Alla fine, tutti sono allineati davanti all’ingresso della caserma, pronti a partire.

Il comandante di battaglione mi attende al cancello.
Braccia conserte, espressione protocollare, atteggiamento fiscale.
E’ un individuo dalla personalità complessa, o forse solo complessata, col quale, per opposizione di carattere e divergenza di idee, non riesco ad andare d’accordo.
Ci sopportiamo a vicenda, lui con l’intento di ridurmi alla stregua di un robot fatto per soggiacergli, io deciso a resistere dedicandogli soltanto una fredda, dovuta obbedienza.
A peggioramento della situazione, l’uomo è privo di elasticità e non apprezza quella visione umoristica dei frangenti alla quale, per contro, io mi aggrappo per garantirmi la sopravvivenza interiore.
Quando parla il suo labbro superiore si storta dandogli l’aspetto di un criceto che abbia tra i denti un bruscolo del quale non riesca a liberarsi.
Più sopra, due occhi piccoli e scuri ricordano davvero quelli di un roditore.
Ancora più in alto, un imponente cranio pelato, luccicante come una boccia di cristallo, regge in equilibrio instabile un basco microscopico. Lo zucchetto del papa, a confronto, può vantare l’aderenza di un semovente sull’autostrada.
La sproporzione fra le dimensioni della testa e quelle del corpo, unita a palesi problemi di artropatia, impongono alla sua andatura una barcollante precarietà.
I fanti gli hanno appioppato un soprannome malvagio ma azzeccato : Birillo.
“Le ricordo che questa sera avremo la visita del nuovo comandante di reggimento” mi dice senza preamboli, “cominci subito ad agitarsi per fare le cose nel migliore dei modi. Verrò a controllarla, ci vedremo più tardi”.
Quello di processare intenzioni inesistenti è il suo hobby preferito, così come un’inguaribile soggezione nei riguardi dei superiori mette a nudo il suo tallone di Achille.
Dalla maturata posizione di dissidente subordinato, gli confermo garbatamente di non condividere i suoi timori e torno alle mie occupazioni.

Mentre il crepuscolo tenta invano di stendere un velo scuro sulla campagna imbiancata, ci mettiamo in movimento.
Prati e colline sonnecchiano sotto la coltre di neve che li ricopre e formano con case, siepi, strade e macchie boscose, un bizzarro mosaico di chiaroscuro.
Dal cielo cinereo cadono fiocchi voluminosi che volteggiano nell’aria prima di depositarsi per aumentare lo spessore di un manto immacolato che pare avviato a cancellare ogni cosa.
Le impronte degli scarponi, appena stampate sul terreno, spariscono con sorprendente velocità.
Dopo un’ ora di cammino, percorso nell’ osservanza di un silenzio quasi religioso, giungiamo a destinazione, affascinati dall’ aspetto fiabesco del paesaggio e ancora prigionieri di quelle fantasticherie contemplative che la nevicata stimola e favorisce.
Si lasciano gli zaini, ci si scrolla di dosso la neve rimasta sulle spalle, si asciugano con cura le parti metalliche delle armi.
Concluse queste semplici operazioni, chiamo gli uomini intorno a me, per rifare l’appello e impartire le ultime raccomandazioni.
Ci sono parecchi assenti e i ranghi della compagnia sono ridotti.
Il rigore stagionale ha riempito l’infermeria e molti ragazzi sono impiegati nei servizi di presidio.
So che Birillo mi chiederà un resoconto dettagliato sugli indisponibili e sono pronto a presentarglielo, preciso e completo. Tutti giustificati.
I presenti sono cinquantotto, ripartiti su due plotoni, ciascuno agli ordini di un sottotenente.
Nell’attesa dell’arrivo dei superiori sistemo il reparto sopra un muricciolo ghiacciato, unico elemento solido cui potersi appoggiare.
Gli uomini mi guardano fiduciosi attendendo pazienti che l’esercitazione possa iniziare al più presto, così da potersi anche concludere con altrettanta rapidità.
Quello che interessa a loro è tutto qui.
I fiocchi di neve si stanno diradando e, comunque, non li esaltano più. All’ entusiasmo dei primi minuti sono subentrati il freddo e il fastidio.

Poco distante da noi, è stata eretta una tenda destinata ai visitatori e, per questo, inaccessibile alla truppa. Al suo fianco, robuste badilate hanno ricavato un parcheggio collegato alla strada da un tratto carreggiabile. Per il momento vi sosta soltanto un’ anziana “campagnola” generosamente devoluta dal comando di battaglione ai bisogni logistici della compagnia.
Davanti alla tenda, sotto un’esile tettoia protesa in avanti, c’è un tavolo appoggiato precariamente al terreno ghiacciato. Dai pali che sostengono il telo pendono una lampada a spirito consunta dagli anni e un più moderno riflettore portatile al neon.
Sono le uniche sorgenti di luce a disposizione non di chi dovrà agire sul campo, ovviamente chiamato ad esibirsi nell’oscurità, ma di coloro che verranno a vederci. Non serviranno per illuminare i nostri volti infreddoliti ma le bevande corroboranti che saranno offerte ai nostri giudicatori. Lo testimonia un soldato-barista, assopito in un angolo della tana nell’attesa di trasformarsi in portatore di cornucopia.

Il mio piano di battaglia è già pronto : i due plotoni si alterneranno per compiere, uno dopo l’altro, la stessa manovra di attacco contro un’ ipotetica postazione nemica segnalata sulla cima della classica “collina”.
Questa sera verrà da noi il nuovo comandante del reggimento.
Non lo conosco ancora direttamente.
Da informazioni di corridoio, risulta essere un individuo eccentrico e raffinato, affetto da due “pallini” : cura morbosa dell’uniforme e devozione al noblesse oblige.
Nessuno può permettersi una stelletta annerita, una mostrina storta, cravatte o calzature di origine non controllata.
Nessuno può eguagliarlo nel sollevare una coppa di champagne, baciare la mano a una contessa, sputare il nocciolo di un’oliva, reggere fra le dita una stilografica di marca.
La sua figura è alta e sottile, quasi allampanata. Cammina rigido e impettito, anche se la schiena denuncia l’incrinatura del primitivo aplomb sotto il peso della cinquantina.
Questo l’identikit che sono riuscito a costruire.
La stradicciola che conduce alla tenda è buia e deserta, la neve continua a cadere, con fiocchi più piccoli e pungenti.
I volti dei soldati diventano sempre più pallidi, le orecchie più viola.
Un caporale guarda con rassegnazione il fondo del gavettino da cui ha succhiato le ultime tracce del caffè distribuito prima della partenza.

Due fari, oscillanti per le asperità del percorso, segnalano un vip in avvicinamento e poco dopo il cofano fumante della vettura è fermo al mio fianco : il primo ospite è a destinazione.
E’ Birillo, nervoso più del solito in quanto sa che sta per giungere il compilatore della sua scheda valutativa.
Indossa un pesante maglione, militare per il colore ma non per la foggia, il cui colletto trabocca sopra quello della giacca a vento. Sotto il copricapo porta un paraorecchie felpato ed enormi guanti di lana ricoprono le sue mani rendendone le forme sproporzionate.
Una sciarpa color mattone fa capolino sotto la giubba.
Mi ricorda Amundsen sulla banchisa ma non glielo posso confidare.
“Dove sono i plotoni ?” chiede con voce gutturale, pur vedendo gli uomini schierati a pochi passi di distanza.
Le domande retoriche sono una sua prerogativa.
Gli presento la compagnia e mentre i soldati scattano sull’attenti, il brusco movimento collettivo rende il turbinio della neve più vorticoso.
Mi invita a seguirlo sotto la tenda, con i miei subalterni.
Alla luce del riflettore il suo volto è terreo e i suoi occhi da topo appaiono velati da una patina di umore gelato.
Gli illustro la situazione della forza denunciando la mancanza del terzo plotone.
Annuisce con disinteresse dando prova di essere tormentato da altri fattori di preoccupazione : il freddo e il colonnello.
Il primo gli ha già imposto la sua presenza, anche se i paludamenti sopra descritti fanno quello che possono per alleviargli le sofferenze, il secondo sarà qui tra poco e ci punterà addosso gli strali della sua meticolosità.

Nel frattempo, in armonia con le sue migliori abitudini, il mio intirizzito superiore diretto decide di attaccarmi e trova subito l’espediente per farlo in maniera penetrante.
Gli servirà per ingannare l’attesa, placare il nervosismo, dimenticare le torture climatiche, o forse per non apparire inferiore al boss in arrivo.
Brandito il faro al neon, lo indirizza verso i soldati e li illumina uno dopo l’altro costringendoli a stringere le palpebre per non essere abbagliati. Poi mi apostrofa con grinta pungente : “e lei pensa che questi ragazzi, così equipaggiati, possano mimetizzarsi per bene sul terreno innevato ?”
La “e” sottolineata all’inizio della domanda mi ha già fatto intendere che la sua risposta è tutt’altro che positiva.
Gli comunico che, prima di iniziare l’attacco, provvederemo a completare il mascheramento con fango, arbusti e stracci portati al seguito per frastagliare il profilo del combattente, secondo i dettami di norma.
Sbuffa come una locomotiva in salita e risponde, ancora più seccato : “mi riferisco alle tute. Non ci siamo affatto ! Nel panorama il colore predominante è il bianco, lo vedrebbe anche un cieco. Pertanto i soldati devono essere vestiti di bianco, lo capirebbe anche un somaro”.

Dalla nuova posizione di equino non vedente, controbatto che solo gli alpini dispongono di tute bianche e che detto capo di corredo non è reperibile per i reparti di fanteria, a favore dei quali e a magra consolazione dei miei soldati ormai in via di congelamento, l’inverno ha durata più breve.
Mi interrompe stizzito : “lo so benissimo, così come so altrettanto bene che lei, caro il mio ragazzo, manca di fantasia”.
“Farò una cura di fosforo, signore”.
“La finisca con le battute idiote e si dia da fare per trovare una soluzione. Il tempo stringe e voglio che il comandante trovi la compagnia perfettamente a posto”.
“Cosa posso fare ?” Gli domando con sincera rassegnazione, curioso di apprendere quale espediente potrebbe suggerirmi lui, visto che, in buona fede, non saprei cosa inventare per candeggiare sessanta tute in pochi minuti.
La risposta non si fa attendere e se sul piano dell’etica mi rivolta le viscere, su quello dell’ inventiva mi infligge una sonora sconfitta.
“Faccia distribuire a ciascuno dei suoi soldati un lenzuolo, un asciugatoio da bagno o qualunque altro indumento adatto a rimpiazzare la tuta da neve. Per sua fortuna, il colonnello ha comunicato che tarderà di mezzora e il tempo per sistemarsi non le manca”.
Ciò detto, gira i tacchi e si allontana lasciando un’impronta indelebile sul prato innevato e convinto di lasciarne una più profonda negli annali del battaglione.

Cerco gli occhi dei miei sottotenenti e mi accorgo che i loro stanno cercando i miei.
Sono due ragazzi svegli e mi è sufficiente un cenno del capo per metterli in azione.
So che mentre il primo impugnerà la radio per avvisare il magazziniere di accatastare all’ingresso della caserma sessanta lenzuola illibate, il secondo si precipiterà a prelevarle attribuendo al nostro sconquassato automezzo i connotati della formula uno.

Ventidue minuti più tardi, sessanta ombre spettrali si presentano al mio cospetto.
Le teste, grosse e tondeggianti per l’elmetto sottostante, sono tutte spaventosamente uniformi, le linee dei volti si perdono confuse nell’ombra e gli scarponi, inghiottiti dalla neve, rendono le inquietanti creature prive di piedi.
I miei poveri marmittoni sembrano proprio …fantasmi in carne ed ossa.
Soffocando un sorriso concedo l’ OK e, con la mia benedizione, due schiere di anime bianche, evanescenti e identiche fra loro, si avviano in fila indiana verso il loro destino, sullo sfondo nebbioso di un cielo di piombo.
Dante deve aver visto qualcosa di simile nel vestibolo di Malebolge.
Li guardo svanire all’interno del bosco e qualcosa di pungente si insinua tra le mie cavità gastriche. Cosa mi tocca fare !
E se, invece, il mio eclettico maestro avesse ragione ?
Magari, in un reale episodio di guerra, quelle lenzuola potrebbero risultare provvidenziali per scatenare il panico fra le formazioni nemiche e salvarci la pelle senza fatica.

L’arrivo del comandante di reggimento interrompe le mie meditazioni.
Birillo, abile come un trasformista circense, sfronda il corredo degli optionals più appariscenti e gli corre incontro, livido ma in perfetta ordinanza.
Mentre l’ospite augusto infila i suoi due metri di statura sotto la tenda, noto che la sua uniforme è perfetta, dal fregio sul berretto ai lacci delle scarpe.
Come la penserà sulle lenzuola ?
L’ interrogativo mi preme anche se posso già prevedere che, in caso di risposta affermativa, Birillo offrirà l’ampia fronte alla corona d’alloro e, contrariamente, saprà scaricare ogni responsabilità sulle mie spalle.
Esauriti i convenevoli, il mio machiavellico principale fa servire al capo, sopra un vassoio d’argento, una chicchera di porcellana da cui si sprigiona l’aroma di un pregiato infuso orientale.
Il comandante ammira l’oggetto prezioso reggendolo delicatamente tra le dita inguantate, annusa, sorseggia e restituisce la tazza con gesto elegante.
Il bersaglio è stato centrato.

Il piccolo esercito di spettri è pronto sulla start line, in attesa del razzo che segnali l’inizio del movimento.
Per premere il grilletto mi serve però il “via” da parte dei due superiori che, per il momento, sembrano interessati ad altri argomenti.
Nella zona del fossato, dove gli uomini stanno acquattati, nulla lascia trasparire la loro presenza.
Il mascheramento funziona. Birillo aveva ragione, devo ammetterlo.
I fiocchi di neve hanno ceduto il passo a minuscoli cristalli di ghiaccio.
La temperatura sta ancora scendendo.
Guardo la collina e penso che un nemico arroccato lassù non potrebbe stare meglio di noi. La guerra è proprio il colmo dell’assurdità.
L’itinerario tattico che ho assegnato ai plotoni impone, nella parte iniziale, l’attraversamento di un tratto boscoso dove predominano il rovo e la robinia.
Prevedo quello che sarà lo stato delle lenzuola al rientro e immagino gli improperi che sentiremo dal magazziniere all’atto della riconsegna dei materiali.
Inutile parlare a Birillo di questo problema. Mi direbbe che non lo riguarda, che la logistica è affare dei comandanti di compagnia, che affogo in un bicchier d’acqua e non ha tempo da perdere per simili sciocchezze.

Sotto la tenda la conversazione continua, corroborata da una seconda tazza di tè.
A un tratto sento che il comandante di reggimento invita quello di battaglione a chiamarmi. Non lo fa direttamente perché la gradinata gerarchica non ammette che vengano saltati scalini, né in salita, né in discesa. Nemmeno, e qui sta il difficile, quando gli interessati sono a contatto.
Corro da loro subodorando altri guai.
“Buona sera, capitano. Quanto impiegherà ciascun plotone a compiere l’azione ?” Domanda il colonnello con aria distaccata.
“Circa venti minuti, signore”.
“Allora, per vederli tutti e tre, ci vorrà un’ora”.
Il calcolo non fa una grinza, tuttavia devo opporre che i reparti sono soltanto due e quindi saranno sufficienti quaranta minuti.
Fa un salto, come avesse calpestato una tarantola, e grida : “lei vuole scherzare, giovanotto. Fino a prova contraria una compagnia ha tre plotoni e tanti ce ne devono essere”.
Cerco conforto mostrandogli la tabella della situazione e attendendo il sostegno di Birillo, forte del fatto che abbia già accettato l’assenza della terza unità. Dubito però che il mio volubile datore di lavoro sarà disposto a farmi da avvocato difensore, pur avendo a disposizione prove inconfutabili.
Qualcosa mi dice che presto alla neve si aggiungerà la burrasca e il sospetto non tarda a mutarsi in certezza.
Birillo mi strappa di mano il “rapportino” e, come lo vedesse per la prima volta, esclama : “effettivamente molti di questi assenti potevano essere ricuperati, capitano. Mi sono fidato troppo di lei. Si presenti domattina nel mio ufficio ed esamineremo insieme la situazione. Vedrà che ci potevano benissimo essere tre plotoni schierati questa sera, anche se non a pieno organico”.
Lo sproloquio mi sta disgustando ma incasso senza reagire.
Per rincarare la dose, il grande capo, con aria minacciosa, conclude aggiungendo : “l’esercitazione è rimandata a domani sera, stessa ora, stesse modalità, con la compagnia al completo”.
Poi, senza degnarci di un arrivederci, sale in macchina, sbatte la portiera e se ne va.
Subito dopo, per farmi capire da quale parte lo devo considerare, e forse anche per nascondere la coda di paglia che gli pende sotto i pantaloni, Birillo mi abbandona a sua volta, senza un saluto.
Le mie corde interne si fanno più fredde dei ghiaccioli che mi brillano sul bavero.

Vado a ricuperare i plotoni e, imponendomi una faccia di circostanza, comunico loro che il comandante del reggimento è stato chiamato d’urgenza dal generale e l’esercitazione è rinviata.
L’entusiasmo dei ragazzi, già messo a dura prova dalla lunga attesa, dal gelo e dalla mascherata del travestimento, cola a picco.
Torniamo in caserma ammutoliti, a testa bassa.
Non nevica più.
I nostri passi seguono le tracce fresche della campagnola che ci ha preceduti, carica del violato candore di quegli stravaganti mantelli che lasceranno nel ricordo di ognuno un segno indelebile.

Dopo che gli uomini si sono ritirati nelle camerate e l’ultima luce si è spenta, esco per recarmi al mio alloggio.
Le stelle brillano e una grossa mezzaluna, appesa alla volta del cielo come una lanterna veneziana, diffonde all’intorno una luce soprannaturale.
Lo scenario è suggestivo : in alto la serenata dopo la neve, in basso la quiete dopo la tempesta.
Emanuele Kant diceva che soltanto due cose al mondo possono colmare l’animo umano di infinito stupore : il firmamento sopra di noi e la coscienza dentro di noi.
Con un pensiero deferente per l’illustre filosofo, allungo il passo e vado a dormire.

Vincenzo Dobelli


IL GABINETTO CAMPALE

Appennino emiliano, fine di luglio 1960.

Il campo estivo è all’ epilogo e siamo all’esercitazione conclusiva : gruppo tattico a fuoco.

Il D-day è finalmente arrivato e un sole sgargiante lo illumina di verdi speranze.

Raduno il plotone e do inizio al "make-up" per trasformare i miei pacifici coscritti in tigri della Malesia. Per loro è l’ultima fatica prima del congedo, per me il battesimo professionale davanti a una tribuna gremita di critici illustri.

Con l’entusiasmo delle grandi occasioni ci prepariamo all’appuntamento.

Ma ecco il contrattempo : il comandante della compagnia si avvicina con aria circospetta.

Intuisco di dover alzare la guardia.

"Tenente, ordini superiori mi costringono ad assegnarle, per oggi, un incarico diverso : deve recarsi all’osservatorio per sostituire il capitano addetto ai lavori, improvvisamente indisposto. Affidi i suoi fucilieri al sergente e corra dal direttore dell’esercitazione per ricevere gli ordini. Non se la prenda e non si preoccupi, la sua collaborazione sarà valida anche lassù".

Avvilito e incuriosito, raggiungo il cocuzzolo dove l’attività è in fase cruciale.

Il nuovo datore di lavoro mi acchiappa al volo e, dopo un preambolo teso a convincermi che a volte pala e piccone sono più incisivi delle dottrine tattiche, che vicino al sole ci si riscalda e che anche lui ha iniziato la carriera dalla manovalanza, mi spinge nel vortice.

Dopo due ore di montaggio tende, sistemazione tavoli, esposizione tabelloni e prova collegamenti, quando penso di aver finito, torno da lui per strappargli un tempestivo rimpatrio.

Paglia al vento. Per tutta risposta mi affida un compito supplementare : costruire un gabinetto campale destinato all’uso esclusivo del comandante del corpo d’armata che, a quanto ho capito, deve essere portatore di abitudini delicate e afflitto da disturbi urologici.

"L’opera dovrà risultare funzionale, comoda, sobria, elegante, poco appariscente, di facile accesso, completa, accogliente e garante della privacy". Si ferma per prendere fiato e dare tempo alle mie meningi di assorbire la sequela degli attributi, poi soggiunge con tono confidenziale : "per questa mattina dimentichi i suoi assaltatori, si sfili il pugnale dai denti e approfitti di questo fuori-programma all’Olimpo per mettersi in buona luce di fronte ai visitatori".

La pillola, anche se indorata, non va giù.

Nelle illusioni della vigilia pensavo di dare il via al mio libro di storia citando Giulio Cesare e invece mi tocca partire da Vespasiano. Pazienza, può essere che vada bene anche così.

Il tragico della situazione sta nel fatto che non so proprio da che parte incominciare.

Mentre i soldati attendono disposizioni, il pallore dilaga sul mio volto e mi guardo intorno smarrito, come Aladino nel deserto.

Ma ecco, puntuale, il genio della lampada.

Non è un fantasma cinto di veli moreschi. Per mia buona avventura si tratta di un solido maresciallo in tuta mimetica, dall’aria navigata, abbronzato come un apache.

"Signor tenente, dove dobbiamo montare il gabinetto ?"

Ha detto "dove", non "come", ho sentito bene.

Se il regolamento lo permettesse gli getterei le braccia al collo.

"Mi servono quattro ragazzi e qualche consiglio, signore" prosegue il sottufficiale imperterrito, dando prova di avermi inquadrato nella posizione del novizio di fronte all’abate ma di voler celare il suo sentimento per non mettermi in imbarazzo.

Le guance ritrovano il colorito e, con rinnovata energia, mi butto nella mischia.

Sotto la guida del deus ex machina i marmittoni spostano materiali, scavano, segano e martellano finchè il miracolo esplode davanti ai miei occhi.

Per chi non ne avesse mai visti, il "gabinetto campale per VIP" è un piccolo capolavoro di ingegneria, incastonato in una cornice di artigianato, immerso in una nube di ecologia .

Per porlo in opera bisogna scavare una buca di dimensioni calibrate, non verticale ma inclinata

di quanto basta per evitare all’utente visioni sconvenienti.

Sopra la fossa si colloca un telaio metallico atto ad irrigidire il limite superiore della cavità e a modellarne il profilo con un connubio felice di arte e pragmatismo.

Sul telaio si appoggia la "tazza" , in ceramica di pregio, corredata di sciacquone inossidabile e catenella dorata, con alimentazione garantita da un serbatoio esterno.

Al confine fra lo strumento e il terreno viene stesa una coltre di segatura che i dettami del direttore vogliono asciutta , uniforme, asettica, aromatica, soffice, permeabile e resistente.

Così sistemato, il gioiello idraulico viene racchiuso in un cofano composto di legno e ferro battuto, dotato di porta decorata e serratura di sicurezza.

Il tetto è in lamina traslucida, color smeraldo.

Sui fianchi della costruzione luccicano due finestrelle pudicamente opacizzate.

All’interno, una confezione di deodorante al mughetto effonde il suo effluvio in sintonia con un delicato dispenser, custode di un buon chilometro di carta igienica arricchita dello stesso profumo.

Intorno alla cabina viene snodato un paravento perimetrale, a geometria variabile, di tinta armonizzata al paesaggio.

Per concludere, il grazioso edificio viene ornato con frasche mimetiche che un esperto dovrà rinfrescare a intervalli cadenzati. Lo stesso fiduciario provvederà a ricaricare il serbatoio ogni volta che il livello dell’acqua si sarà avvicinato al limite di guardia.

Tocco finale : la scritta "toilette", scolpita da un pronipote di Benvenuto Cellini.

Dopo che il maresciallo si è allontanato carico dei miei ringraziamenti più sfacciati, mi concedo un attimo di contemplazione.

L’opera che poco fa’ mi pareva utopistica è compiuta e il direttore, riapparso di soppiatto, me ne attribuisce l’immeritata paternità. Poi, dopo avermene caldamente raccomandato la manutenzione e la salvaguardia da profanazioni, mi concede lo zuccherino della lode con un "bravo, questo lavoro sarà la prima pietra del suo grattacielo" e, compiaciuto per la battuta, se ne va.

Seleziono il soldato più affidabile, lo nomino "magistrato delle acque con licenza di uccidere" e mi ritiro a mia volta in attesa degli eventi.

Ed ecco il grande momento.

Gli ospiti sono schierati, la bandiera sventola, il comandante del corpo d’armata è seduto al posto d’onore, la grande manovra ha inizio.

Dal mio appostamento, scelto in un angolo alto della tribuna, posso osservare con un occhio, carico di rimpianti, l’atto tattico in corso e con l’altro, vigile e attento, il prezioso boudoir.

Gli avvenimenti si susseguono nel rispetto cronometrico del copione.

Da una parte l’artiglieria fa tremare le colline, dall’altra il mio proconsole irrora le frasche.

Tutto bene.

A sinistra gli assaltatori sfrecciano verso il nemico con l’ardore di Rambo, a destra il mio emissario sventa un’intrusione con la grinta del pit-bull.

Tutto per il meglio.

Alla fine, dopo i riti conclusivi, scocca il richiamo fatale : l’ ospite d’onore si svincola dalle altre autorità e abbandona il seggio.

Chiudo gli occhi e immagino l’alto ufficiale in estasi davanti alla mia illibata creatura, pronto a convocarne l’autore per conoscerlo di persona ed elogiarlo solennemente.

Quando rialzo le palpebre il generale ha mollato gli ormeggi ed è già in dirittura d’arrivo sul luogo di convergenza fra i miei sogni e i suoi bisogni.

Conto i passi che mancano : tre… due… uno… Ci siamo !

Ma ecco il patatrac : il comandante oltrepassa il gioiello senza guardarlo, raggiunge il limite del bosco e va a fare pipì dietro un cespuglio.

La pietra non ha trovato il posatore.

Il grattacielo può attendere.

Vincenzo Dobelli


UN RICORDO FRA TANTI

Modena, una sera d'inverno, nel 1955.
Aria frizzante, cielo eccezionalmente pulito, ci sono perfino le stelle.
Ho appena lasciato l'unico dancing accessibile ai cadetti dove ho vissuto un pomeriggio domenicale a dir poco sorprendente : sono riuscito non solo a ballare per tre volte con la stessa ragazza ma anche a strapparle un appuntamento per la prossima giornata festiva.
Non ci credo ancora.

Carico di entusiasmo, allungo il passo sia per scaldarmi sia perche' la libera uscita e' agli sgoccioli e mentre intreccio lo slalom fra i passanti infreddoliti che mi ritardano la progressione, la fantasia e' gia' proiettata sui possibili "programmi" da elaborare per quell'incontro.
Sto ancora soppesando la scelta fra il rischio stimolante dell'automobile a noleggio e la felpata tranquillita' della sala cinematografica quando, superata l'ultima curva, la facciata austera del Palazzo mi riporta alla realta'.
Il frontale dello storico fabbricato si erge tenebroso, le ali si protendono ai lati quasi a voler ricordare che "da qui non si scappa" e il portone centrale, arrossato di pallida luce, e' pronto a inghiottirmi.

Mentre imbocco la piazza un suono famigliare mi coglie di sorpresa.
Allungo un orecchio : e' proprio la "ritirata" che, in prepotente disaccordo con la credibilita' del mio orologio, sta gia' diffondendo la parte conclusiva del suo ritornello, tanto armonioso quanto antipatico.
Ricordo che una regola rigida impone di varcare la soglia prima dell'ultima nota, altrimenti scatta la punizione e che un altro precetto, altrettanto severo, prescrive la corsa all'interno delle mura bandendola categoricamente al di fuori di esse.
Logica militare e sadismo lavorano spesso in simbiosi.

Contro di me, le azioni possibili sono innumerevoli e tutte assimilabili al tiro al piccione; basta infatti che un graduato qualunque mi metta a fuoco e sono spacciato.
Da parte mia, soltanto due, una peggiore dell'altra : andare di passo, con la certezza di non giungere in tempo, oppure correre, con il rischio di essere intercettato.
La scelta e' scontata.
Almeno ci fosse la nebbia, potrei giovarmene come Napoleone ad Austerlitz. Invece, i lampioni brillano piu' del solito e, a complicare le cose, e' comparsa anche la luna.
Se l'attivita' concettuale e' stata veloce, quella esecutiva deve essere immediata. Così ingrano la quarta e spicco il volo.
A meta' del percorso una visione agghiacciante mi congela l'apparato circolatorio : al centro dell'androne, tra ghirigori di chiaroscuro evanescenti, si staglia nitida e inconfondibile la silhouette di Arturo Capizzi, capitano d'ispezione. Peggio di così?...
Intuisco che l'unica andatura rimastami e' quella del condannato al patibolo. La assumo per inerzia e procedo a testa bassa affidando alla politica dello struzzo la mia ultima spiaggia.
Quando la tromba beffarda diffonde l'ultima nota, una decina di lunghissimi metri mi separano ancora dall'imbocco fatale e mentre la Rassegnazione mi prende a braccetto, rialzo la fronte per offrirla al nemico.
Ma ecco un'altra sorpresa : il terribile giustiziere e' sparito, la via e' libera, non oso crederci.
Riacquistate le energie, mi affretto a puntare verso la zona meno illuminata e, convinto di aver aggirato lo scoglio, faccio vela verso le scale.
Al terzo gradino, la nota voce metallica, tagliente come una pugnalata, mi trafigge alle spalle, con una sola eloquente parola : "allievo" !
Mi fermo all'istante e , come un robot, ruoto su me stesso di 180 gradi, sbatto violentemente i tacchi l'uno contro l'altro, porto la mano alla visiera, declino le mie generalita' dando fondo alle risorse polmonari piu' profonde e, nella speranza di acchiappare una misera attenuante, rimango rigido come uno stoccafisso impalato.
"Lei e' in ritardo".
"Signorsì".
"Ha una giustificazione" ?
"Signornò".

Una voce interna sussurra che le mie risposte secche e sincere potrebbero mitigare una situazione disperata, ma forse e' solo una vana speranza.
Mi sembra di scorgere, comunque, sotto i baffetti d'acciaio, l'ombra fugace di un sorriso ma e' probabile si tratti soltanto di un riflesso di luce. Infatti, il perentorio "si accomodi" con cui il severo ufficiale dichiara concluso il colloquio sopraggiunge a troncare anche l'illusione piu' pia.
Se nei salotti sottolinea l'invito gentile ad occupare una poltrona di velluto, nelle caserme l'espressione "si accomodi" indica la necessita' di ripetere, in senso contrario, le operazioni di presentazione sopra descritte e di sparire di corsa in attesa della sentenza.
Mi allontano come una folata di vento.
I progetti che avevo tracciato con tanto entusiasmo dovranno subire modifiche radicali e, come non bastasse, dovro' sopportare la paternale dei superiori diretti e le battute ironiche dei compagni.
Dopo una notte sul materasso di spine, il tetro mattino del lunedì mi trova pronto per la mannaia.
Tre soli giorni di consegna saranno sufficienti a farmi trascorrere il week-end nel silenzio innaturale dell'aula di studio divorando un catino di lacrime sopra un cumulo di integrali mentre la ragazza del dancing ballera' con un collega pi? puntuale.
La scuola della vita militare vuole così.
La settimana incipiente riporta il grigiore piu' opaco, le ore scorrono lente, i superiori sono pungenti, e' tornata la nebbia.

La mia speranza, gia' filiforme, si annulla.
Alla fine dell'addestramento del pomeriggio, risalgo i gradini a quattro per volta.
Il chiodo e' ancora libero e il ritardo non promette bene.
Deciso a porre sul buco la classica pietra, entro con un pretesto nell'ufficio del furiere.
"Chiedo scusa, maresciallo, sto aspettando un vaglia da casa e..?."
"Oggi non ne sono arrivati, allievo".
"Ma..? e..? la tabella dei consegnati?.."
"E' molto lunga, la vedra' esposta tra poco, si accomodi".
Per accorciare i minuti vado a lucidare il fucile.
Quando finalmente il rettangolo di cartone tanto atteso e tanto temuto appare nella bacheca, mi ci avvicino con il cardiopalmo.
Il poeta affermava che "saetta prevista viene piu' lenta". Se avesse frequentato l'Accademia gli sarebbe emersa qualche perplessita'.
Leggo e rileggo l'elenco con gli occhiali appannati per l'emozione.
Il mio nome non c'e' .
Da allora credo ai miracoli.

Vincenzo Dobelli


Bergamo, 9 dicembre 1992.

E’ il mio ultimo giorno di servizio e sto aspettando la sera sul terrazzo di casa.
Ho iniziato la carriera nei panni del Caporale, come documentato in una "finestra" precedente.
L’ ho vissuta nel suo tratto più marcato con il grado di Capitano, saltando come un camoscio dalla Tridentina alla Scuola di Fanteria, dalla Folgore alla Legnano.
L’ ho conclusa da Colonnello, immerso nell’austerità della cattedra, all’Accademia della Guardia di Finanza.
L’assioma delle " tre C " ha trovato ampia convalida.
Il pendolo della sorte non mi ha mai proposto lo stimolo di missioni rilevanti.
Mi ha però salvaguardato dalle insidie del deserto dei Tartari, con l’offerta di incarichi sempre soddisfacenti, portatori, alla fine, di un bilancio professionale positivo.
Quando sarà buio, San Lorenzo, con un exploit fuori stagione, accenderà nel mio cielo una stella d’argento.
Sarà troppo fugace per poterla fermare e troppo veloce per volerla fotografare.
Resterò sul balcone per registrarne il passaggio, poi consegnerò il berretto alla naftalina.

Vincenzo Dobelli

Monsummano, primavera del 1993

Apro l’ultima finestra sulla prima fotografia stampata in veste di "pensionato".

Il termine è poco simpatico ma molto realistico e lo preferisco a quelli coniati per conservare, in via illusoria, un legame che, sul piano sostanziale, è nettamente reciso.

L’abbigliamento non desti meraviglia : l’immagine è inquadrata nelle profondità di una grotta termale alle cui tenebre, inquietanti e promettenti, mi sono affidato per lubrificare le articolazioni e rinverdire la materia grigia dopo quattro decenni di vita militare.

Il look è adeguato alle finalità terapeutiche del luogo e consono all’atmosfera ultraterrena che si espande tra rocce gravide di sali medicamentosi e anfratti saturi di vapori sulfurei.

Più che in un centro di "restiling", sembra di vagare nell’anticamera del Purgatorio in attesa del timbro sul passaporto o nel chiarore velato del Limbo alla ricerca di un passatempo per ingannare l’eternità.

Il richiamo dantesco non generi sgomento : la mia presenza nella fornace preistorica sarà limitata alla consumazione di un cocktail di purificazioni fisiche e spirituali, raccomandate dalla casa per cestinare i rimpianti e agevolare la migrazione dalla concretezza del passato all’impalpabilità del futuro.

Concluso il rito, potrò non solo "riveder le stelle" ma anche azzerare più in fretta il contachilometri per decollare verso nuovi orizzonti.

E se il corpo (del sessantenne), lessato dalla sauna e disossato dall’idromassaggio, cercherà le pantofole, sarà l’anima (del 12° Corso), inviolata nell’essere e fresca come una rosa, a indicargli le scarpe da trekking.


data: Fri, 2 May 2003 16:25:04 +0200
Da: "Vincenzo Dobelli" vincenzo.dobelli@libero.it
A: "dodicesimo corso" info@collezioni-f.it
oggetto: L' "anima"

Caro Pier Giorgio,
mi hai chiesto un parere sull' "Anima" e te lo mando in poche parole.
L'idea della banca virtuale e' stata eccellente.
Poter riconoscere e ritrovare i vecchi compagni, studiarne le vicende e le "gesta", valutarne i cambiamenti e sondarne i sentimenti con un semplice colpo di mouse non e' cosa da poco.
Vedo pero' qualche limitazione per coloro che non possiedono un computer o non lo usano volentieri (e penso non siano pochi).
Sono inoltre convinto che una grossa fetta dei nostri "vecchietti" (compreso il sottoscritto) prediliga tuttora il libro "in carne ed ossa" per sfogliarlo con gli amici sul velluto del salotto piuttosto che sotto le radiazioni del monitor.
Per questo, ritengo che parecchi gradirebbero la realizzazione di un volume tradizionale, ricavato da una selezione degli spunti piu' interessanti o significativi raccolti con "finestre" e "interviste".
L'ideale sarebbe che alla stesura partecipassero tutti (bisogna pescare chi non ha ancora aderito al tuo richiamo) e ciascuno potesse avere una propria pagina a disposizione.
Saluti carissimi.
Vincenzo.





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