Le "CINQUE FINESTRE"

di Lorenzo Audisio

Lorenzo Audisio

PRIMA FINESTRA.
(Una libera uscita finita male.)

Allievo Audisio     Immaginate un allievo del 12° corso già anziano, vestito di tutto punto con uniforme storica e spadino, che passeggia (siamo nella primavera del 1957) per i portici di Modena. Lo immaginate solo naturalmente o al massimo con qualche collega in libera uscita con lui. E invece no. Quell'allievo, che ero io, cammina fieramente al fianco di una fanciulla modenese. Fortunosa coincidenza o incauto appuntamento?. La memoria non mi aiuta di più.

Erano trascorsi pochi minuti dal nostro incontro, e camminavamo spediti (forse verso qualche cinema della città, quando silenziosa come un'ombra mi si parò mezza di fronte e mezza di fianco la figura inespressiva di un allievo del primo anno. Dandomi del "lei", per quel senso di religioso rispetto che i cappelloni nutrivano nei confronti degli anziani ormai in dirittura di arrivo (e anche perché la circostanza lo richiedeva), mi fece capire che un ufficiale voleva parlarmi. In effetti, discretamente defilato dietro una colonna dei portici, un giovane ufficiale di inquadramento, con una faccia di servizio che di più non si può, dopo essersi accertato che la fanciulla non fosse a me apparentata (una sorella andava bene), mi intimò di rientrare a Palazzo e di presentarmi all'Ufficiale di picchetto. Lo sviluppo della pratica mi portò in dono sette giorni di "CPR", con la seguente motivazione. "si accompagnava a giovane donna non legata a lui da vincoli di parentela".

Ora che le fanciulle vivono persino a Palazzo, equiparate in tutto e per tutto agli allievi maschi, c'è da sorridere, ma i sette giorni di rigore dimostrano quanto allora i tempi fossero duri per noi e anche molto bigotti. Devo dire tuttavia che passato il primo scoramento, mi convinsi che la "motivazione" era più che nobile per un cadetto di belle speranze - Come potevamo tutti definirci a poca distanza dalla conclusione degli studi, costretti tra l'altro da circa due anni ad una vita quasi monastica. E qualche giorno più tardi l'episodio incominciò ad assumere una fisionomia del tutto diversa. Un innocua passeggiata acquistò, poco a poco, il sapore di una piccola avventura.

Lorenzo Audisio.


SECONDA FINESTRA.
La tragedia del Vajont

Se sei Comandante di reparto e ti cercano alle 11 di sera, qualcosa di grave è successo. Il centralinista del Comando di Battaglione parlava con voce concitata, e l’unica cosa che ricordo è una frase che non ho mai potuto dimenticare: "è saltata la diga del Vajont". Bisognava andare a Longarone, una piccola cittadina nella valle del Piave a mezza strada tra la mia sede di servizio, Pieve di Cadore, e la sede del comando di Reggimento, Belluno. Poiché ero in zona da più di tre anni conoscevo bene sia il tragitto che il paese. Subito mi si affacciò alla mente, come guardando una foto di archivio, quello che avevo visto tante volte dalla circonvallazione quando scendevo a Belluno. Altissima, stretta e grigia sulla sinistra appoggiata ai due lati della montagna, la diga del Vajont. Proprio di fronte sulla destra del fiume, appena sopraelevato sui primi contrafforti della valle, l’abitato di Longarone. Mi precipitai in caserma ( un cortile e un unico fabbricato per duecento uomini scarsi), a poche decine di metri dalla mia abitazione.

La tragedia del Vajont

Tutto era già in movimento. Gli alpini raggiungevano in silenzio il loro posto di adunata, lo stesso in cui avevamo fatto le nostre esercitazioni di allarme alla luce di due modesti fari di fortuna.

Questa volta era una emergenza vera ed operammo senza imprecazioni e senza affanno. Arrivarono gli automezzi e ci avviammo verso Longarone. La valle ci parve più cupa che mai. Qualcuno dei nostri ci aspettava e ci guidò in fila indiana sul luogo del disastro. Non riuscivo ad orientarmi, né a trovare i punti di riferimento di un luogo che conoscevo bene. Mi resi conto che Longarone non esisteva più. Dove c’era l’abitato con le sue luci fioche, con i suoi bar e le sue stradine a saliscendi vi era solo una distesa buia di macerie compatte. Qualche pozzanghera qua e là evidenziava il passaggio dell’acqua. Avevo una lampada portatile che a malapena rompeva l’oscurità. Mentre il reparto aspettava che ci si capisse qualcosa, percorsi più volte con altri volenterosi l’area che poteva essere controllata. Ma non si udivano grida né lamenti. Là dove l’onda di piena si era fermata nel tentativo di risalire la valle, furono trovati alcuni corpi. Tra cui quello intatto di una giovane donna , come se fosse stato adagiato senza violenza sulla nuova riva appena raggiunta dalle acque e subito abbandonata. Poi più nulla mentre la luce dell’alba invadeva lentamente l’area del disastro. A poco a poco emerse la diga intatta e lontana. Per un attimo tutto sembrò inspiegabile. Fino a quando non fu chiaro che al posto delle acque prima sigillate dalla diga vi era una montagna, una nuova montagna. La diga dunque non era " saltata", come il centralinista aveva cercato di spiegare nella concitazione della prima ora. Era stata invece " scavalcata " da un’onda gigantesca, provocata da una frana altrettanto gigantesca — la nuova montagna — che aveva occupato quasi per intero il grande invaso artificiale. Un onda tanto violenta che in pochi secondi aveva attraversato la valle, era piombata su Longarone ignara nella tranquillità della sera (moltissimi stavano seguendo alla televisione un’importante partita di calcio), e tutto aveva distrutto, trascinato, sepolto. La luce del giorno evidenziò alla fine l’entità del disastro. Il Piave era tornato a scorrere innocuo nel suo letto di sabbia e di sassi, ma tutto intorno non vi era segno di vita. Né alberi né case né strade ma solo una distesa grigia di detriti che accompagnava il fiume fino all’orizzonte.

Nel corso della giornata fui sostituito con tutto il mio reparto da un’altra compagnia del mio stesso battaglione, più organizzata per l’esigenza. Tornai a Longarone due settimane più tardi per rimanervi quaranta giorni. Fui sistemato con tutti i miei alpini in una minuscola frazione di Longarone chiamata Codissago (nome che mai dimenticherò), che si trovava appena a monte della diga, dalla stessa parte della valle. La sua posizione sopraelevata e in angolo morto l’aveva salvata da una distruzione totale. Le case più esposte erano state inghiottite a metà e le famiglie che le occupavano avevano perso parte dei loro cari a seconda della stanza in cui si trovavano.

La tragedia del Vajont

Fu durante questa seconda permanenza che incontrai l’amico e compagno di corso Muscas. Con i suoi genieri montava un ponte Bailey sul fiume Piave, in corrispondenza del vecchio ponte ormai pericolante che attraversavo ogni giorno. Ricordo che fummo entrambi particolarmente felici di rivederci dopo tanto tempo. Lo spirito di corso ci faceva sentire meno soli in un mare di tristezza. Per alcuni giorni ci incontrammo mentre passavo con la mia "campagnola". Poi il ponte fu ultimato e lui scomparve. Da allora non ricordo di averlo visto più.

Continuammo a dare il nostro aiuto ed il conforto possibile ai superstiti. Ascoltavamo i lamenti e le loro storie tristi . Alcuni avevano visto i loro cari ghermiti dalle acque, lì davanti, e non potevano cancellare dai loro occhi quell’attimo dal dolore indimenticabile. Tutti gli alpini furono meravigliosi. Ripulirono e risistemarono i viottoli, svuotarono le cantine dalla fanghiglia, ripristinarono gli infissi divelti, mentre altre squadre scavavano nel greto del fiume alla ricerca dei corpi sepolti. Ma soprattutto con la loro presenza dettero una speranza. Per i superstiti la vita doveva continuare. Un grande esempio di solidarietà e di fratellanza verso una comunità così duramente colpita, fatta non di atti doverosi ma di autentico amore.

La bandiera del Reggimento fu decorata di Medaglia d’Oro al valor civile.

Lorenzo Audisio.


TERZA FINESTRA: LA STRADA DEGLI ALPINI

La "Strada degli alpini" non è una strada, come qualcuno potrebbe pensare, ma un sentiero alpinistico di alta montagna. Collega un rifugio famoso "il Comici" ad un passo altrettanto famoso: il Passo della Sentinella. Il quale non è un passo ma un passaggio impervio d’alta quota. Fu "costruita" dagli Alpini durante la Prima Guerra mondiale per collegare alcune posizioni del fronte delle Dolomiti. Buona parte del tragitto era esposto al tiro dei cecchini austriaci che occupavano le posizioni circostanti. Per sottrarsi all’ incombente pericolo alcuni tratti erano stati letteralmente scavati nella roccia. Reparti del mio battaglione vi avevano combattuto, ed erano stati protagonisti di episodi di guerra divenuti leggendari. Per queste ragioni, cioè per il legame storico e per il fascino alpinistico della traversata, quasi ogni anno veniva messa in programma per il campo mobile estivo da una delle compagnie più preparate.


La 75° Compagnia del Btg. "Pieve di Cadore" sulla Strada degli Alpini (luglio 1965)

Le ricognizioni incominciavano presto. Innanzitutto bisognava verificare lo stato dell’innevamento. Se per la fine di giugno la neve era ancora eccessiva, tanto da coprire interamente le cosiddette "cengie" e alcuni passaggi particolarmente sensibili, la traversata veniva annullata, perché il rischio era troppo alto. Se invece la traversata veniva giudicata possibile si portavano avanti gli aspetti organizzativi campo durante.

Il primo e più importante accorgimento era quello di inviare, qualche giorno prima della data prevista, un ufficiale della compagnia con due — tre alpini particolarmente capaci (alpinisticamente parlando) dall’altra parte del tragitto. La quale squadra, da una base opportunamente scelta ( che era poi un altro rifugio alpino che si trovava alla base del Passo della Sentinella, l’Olivo Sala al Popera), aveva il compito di attaccare l’itinerario in senso inverso, di "pulirlo" nei passaggi più delicati, e di integrare l’attrezzatura che già esisteva, qualora ve ne fosse bisogno.

Ho percorso due volte la "Strada degli Alpini". La prima nel 1965 con la 75° compagnia del battaglione "Pieve di Cadore", che comandavo. Fu una traversata memorabile. Quell’anno la compagnia era particolarmente allenata, con alcuni uomini di sicura vocazione e abilità alpinistica. Alle quattro del mattino eravamo già all"attacco" della via legati in cordate di squadra e alle otto e trenta avevamo raggiunto il Passo della Sentinella. Nessun intoppo, nessun ritardo imprevisto. Tutti gli uomini furono entusiasti di quello che avevano fatto e di quello che avevano visto. E quando iniziammo la discesa verso la nostra base una grande euforia ci aveva preso tutti. Tagliavamo l’immenso ghiaione a zig-zag a passo spedito, scivolando sulle lingue di neve che ancora lo costellavano. Improvvisamente, come un’ombra irreale, apparve il nostro Comandante di battaglione che arrancava in salita. Ci rimase male naturalmente, perché non era riuscito a precederci sulla cima del Passo, che era il punto di arrivo della traversata alpinistica ( anche se non la fine del nostro tragitto). La cosa non mi dispiaque particolarmente, perché quella soggezione psicologica nella quale improvvisamente, e imprevedibilmente, si era venuto a trovare a causa (o in virtù) della nostra bravura, mi ripagava di alcune trascorse sue osservazioni che avevo giudicato ingiustificate. La 75° compagnia, detta "La Camoscio", perché forte nella marcia e agile nelle ascensioni alpinistiche, confermò la sua fama. Sono sempre stato orgoglioso di averla comandata per tre anni (1963-1966) nella sede di Pieve di Cadore.


La 75° Compagnia del Btg. "Pieve di Cadore" sulla Strada degli Alpini (luglio 1965)

La seconda volta ero Vicecomandante di Brigata, e fu una traversata avventurosa e "incompiuta". Avevo raggiunto la sera precedente una compagnia del mio vecchio battaglione per ripetere l’impareggiabile tragitto che avevo effettuato molti anni prima, in elicottero dalla sede di Belluno. Nella zona dell’obiettivo le condizioni meteo non erano del tutto favorevoli. L’elicottero fu costretto a cercarsi la strada "arrampicandosi" tra nuvole in movimento e pareti rocciose (onore a quel pilota). Sull’altopiano si vedeva poco a causa di banchi di nebbia, e non si vedeva affatto il rifugio che dovevo raggiungere. Per non rischiare oltre il pilota (copilota Comandante di Brigata) mi mise a terra nel primo "buco" che potè servire alla bisogna, e raggiunsi il rifugio dopo mezz’ora di marcia. Al mattino seguente tutto si svolse come previsto e la compagnia (se non ricordo male la 67° del Btg. "Pieve di Cadore) si presentò all’"attacco" che erano circa le sette. Tutto procedeva per il meglio, ed eravamo circa a mezza strada (o forse un po’ più avanti) quando un altro elicottero incominciò a volteggiare sopra di noi La mia presenza era richiesta con urgenza nientemeno che a Verona. Proprio nei pressi del punto raggiunto in quel momento esiste una via di fuga verso il basso.Dopo un paio d’ore di marcia raggiunsi il fondo valle dove l’elicottero mi attendeva per portarmi a Belluno. Proseguii su strada per Verona (l’elicottero non era più disponibile), dove il giorno seguente dovevo accompagnare come interprete il Gen. Dozier (si proprio quello che più tardi fu rapito dalle brigate rosse) in una visita al IV Corpo d’Armata. Così ebbe fine la mia seconda traversata. Per essere sincero, non ho mai capito quel prelevamento precipitoso per una ordinaria attività linguistica richiesta dal Comandante del Corpo d’Armata (tre palle nere ?) mentre ero già duramente impegnato. E rimane tuttora uno dei piccoli misteri irrisolti della mia vita militare.



La 67° Compagnia del Btg. "Pieve di Cadore" sulla Strada degli Alpini (luglio 1982)



Il Passo della Sentinella, punto di arrivo della Strada degli Alpini


QUARTA FINESTRA: GIORNI DIFFICILI IN CASERMA

Non era la prima volta che in un breve volgere di tempo, l’autovettura di un Sottufficiale tra quelle parcheggiate in caserma veniva trovata al mattino con le gomme bucate. Proprio bucate, non come se un chiodo, ma come se un coltello vi fosse penetrato cercando uno squarcio ancora più grande. I Sottufficiali, che generalmente non digeriscono affatto simili affronti, incominciarono a discutere tra loro e quindi vennero da me, che ero il loro Comandante di Battaglione (1976-1978). Quello che non si capiva era se lo sfregio fosse diretto al sottufficiale specifico da qualche alpino risentito, oppure se fosse un atto di deliberata e generica ostilità nei confronti della caserma, del Battaglione e quindi dell’Esercito e delle istituzioni in generale. Eravamo in pieni "anni di piombo", e tutto poteva essere possibile. Comunque i Sottufficiali decisero di effettuare degli appostamenti notturni. Dopo qualche tentativo andato a vuoto, l’incauto danneggiatore venne colto sul fatto, con l’arma del delitto in mano. Al caffè delle 7.30 non si parlava d’altro e la soddisfazione fu generale. Non venne mai chiaramente alla luce se si trattasse di uno sconsiderato accanimento individuale, o di qualcosa di più. Certo i tempi erano difficili, e anche nelle caserme c’era molto fermento. Il Battaglione Alpini "L’Aquila", di stanza nella caserma Rossi dell’Aquila non ne era esente. Rifiuti rancio, scritte sui muri, qualche danneggiamento erano abbastanza frequenti. E all’ora della libera uscita, sul viale che conduceva in centro c’era sempre qualcuno che distribuiva volantini antimilitaristi.


Escursioni estive 1977

La mia stessa autovettura fu oggetto di attenzioni. Una domenica pomeriggio mentre scendevo a Roma per passare un paio d’ore con la famiglia, incominciai a sentire rumori strani, che divennero ben presto "rumor di ferraglia". Deciso a non rimanere per strada proseguii con grande cautela, favorito dalla strada generalmente in discesa, arrivando a destinazione a macchina praticamente ferma. Un ispezione effettuata nei giorni seguenti accertò una manomissione. Del resto anch’io parcheggiavo la mia autovettura in caserma, e non doveva essere tanto difficile trovare il modo e il momento di intervenire.


Abruzzo: Monte Sirente

Tuttavia non ci lasciammo mai intimidire e tenemmo con mano ferma la disciplina dei reparti . Il Comandante del IV Corpo d’Armata, Gen. Bruno Gallarotti, sopravissuto alla campagna di Russia con tutto il suo reparto (esempio probabilmente unico nella storia di quella terribile campagna), era in visita al Battaglione, cui si sentiva particolarmente legato proprio in virtù di quelle vicende di guerra. A Campo Imperatore visitammo un reparto accampato sotto l’albergo dove era stato tenuto prigioniero Mussolini. Dopo una delle sue sfuriate, cui talvolta si abbandonava quando vedeva qualcosa che non lo convinceva, disse candidamente: se qualcuno di voi pensa di rifiutare il rancio, non mi sento affatto preoccupato. Vi dirò anzi che durante queste escursioni —a fini di esercitazione- neutralizzerò le cucine dei reparti fino a 48 ore. Tenetevi pronti. In attesa della neutralizzazione delle cucine (che non venne), nessuno rifiutò il rancio.


Giuramento a Sulmona

Quando fu rapito Aldo Moro il clima divenne ancora più incandescente. La guardia agli ingressi, già da tempo rigidamente chiusi, venne rafforzata, le altane vennero occupate da sentinelle fisse notturne, con pattuglie mobili lungo il perimetro interno. Una sentinella di profondità armata e in postazione protetta controllava —arma alla mano — l’ingresso principale. Durante il periodo della prigionia si verificò l’episodio del Lago della Duchessa (aprile 1978). Un comunicato delle BR faceva intendere che il corpo dello statista si trovasse sui fondali del lago. Il battaglione partecipò alle ricerche nelle zone limitrofe sottostanti ( giacche il lago era ghiacciato, e fu subito chiaro che colà nulla poteva essere avvenuto ). L’esito delle ricerche fu naturalmente infruttuoso. Il terribile epilogo si ebbe solo molti giorni dopo, ma il clima difficile nelle caserme durò ancora a lungo. Alcuni aspetti che testimoniavano l’atmosfera aperta e distesa pre- terrorismo tra le caserme e le popolazioni civili, nel quale eravamo cresciuti nei primi anni della nostra carriera, come gli ingressi aperti, le sentinelle in garitta e l’assenza di altane non tornarono più. Qualcosa era definitivamente cambiato. Audisio


Compagnia in marcia

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