La conquista regia
La campagna del 1859

Il 29 aprile 1859 il generale austriaco Gyulay passa il Ticino con centomila soldati, avanzando senza incontrare resistenza verso Vercelli: la Lomellina è stata con patriottica abnegazione inondata; l'esercito piemontese, forte di settantamila uomini, evita lo scontro.

Il 12 maggio Napoleone sbarca a Genova, fra deliranti acclamazioni di popolo; le prime colonne dell'esercito francese sono già calate dalle alpi ed entrate a Torino. Da ambo i lati le forze si pareggiano. L'imperatore Napoleone assume il comando dell'esercito italiano, umiliando l'orgoglio d'Italia.

A Montebello la cavalleria piemontese, sostenendo bravamente un forte assalto del generale Urban, da tempo al generale francese Forey di accorrere con la propria divisione e di respingerlo. Mentre il generalissimo austriaco si concentra ostinatamente sul Po e sul Ticino, l'esercito francese, coperto dalle truppe piemontesi, gira inosservato il fianco destro del nemico: il generale Cialdini con quattro divisioni italiane, sostenute da un reggimento di zuavi, sloggia da Palestro il presidio tedesco.

Gli alleati, concentrati a Novara, costringono il nemico a ritirarsi sulla riva del Ticino: la battaglia, ripresa presso il villaggio di Magenta, si risolve in maggiore sconfitta per gli austriaci. Tutta la Lombardia è conquistata: gli austriaci sgombrano simultaneamente da Milano, dai ducati, dalle legazioni.

Cavour comprendeva fin troppo bene la necessità di avere una truppa rivoluzionaria per italianizzare la guerra franco sarda, ma di tenerla subalterna per non perdere nel sentimento delle masse il prestigio delle future vittorie. Nulla meno la piccola truppa riuscì mirabile. Vi erano volontari di ogni grado, di ogni classe, di ogni merito: veterani del Quarantotto, come medici e Cosenz, giovani come Bronzetti e de Cristoforis, che dovevani improvvisarsi eroi, milionari ed artisti, intere famiglie di fratelli, come i Cairoli, politici ignorati che poi divennero ministri, popolani fieramente poveri, aristocratici squisitamente liberali, gente di mare e di terra, di un coraggio intrattabile come Bixio, o di una mitezza poetica come Gradenigo.

Tutta la politica dei volontari garibaldini si riassumeva nell'amore di Patria; non discutevano di bandiera, sopportavano ogni ingiustizia senza lamenti, non chiedevano gradi, non aspiravano ad onori. Una democrazia incredibile regnava nel loro campo, l'entusiasmo vi teneva luogo di disciplina, l'amicizia e la fede vi rendevano gli ordini indiscussi. La gloria del generale Garibaldi era la superbia di tutti: nobili e prodi come i paladini delle antiche leggende, ignoravano di iniziarne un'altra: cavalieri di una democrazia, reclutata fra tutte le classi sociali, anelavano con la più moderna delle contraddizioni alla guerra senza risentirne le malvagie passioni; e così creavano col più generoso degli eroismi la più bella originalità della rivoluzione italiana.

Gli austriaci, chiusi nel formidabile quadrilatero, avrebbero potuto resistere con molto vantaggio e ristabilire le sorti della guerra; invece riprendendo improvvisamente l'offensiva, occupano le alture di Solferino e di San Marino. La battagli vi scoppia quindi il 24 giugno sopra cinque leghe di estensione impegnando tutte le forze di ambo le parti; l'accanimento più feroce vi moltiplica la strage, cinquantamila fra morti e feriti ingombrano il terreno, ma la vittoria rimane agli alleati; gli austriaci, ricacciati da tutti i poggi, debbono ripassare il Mincio.

Mentre la vittoria di Solferino raddoppiava le speranze d'Italia, la guerra si arrestò bruscamente. La sera del 7 luglio il generale Fleury avevaportato al campo austriaco di Verona una proposta di armistizio: tre giorni dopo i due imperatori segnarono a Villafranca i preliminari di pace. Vittorio Emanuele, re ed alleato, non era stato nemmeno avvisato. Fu uno schianto: si urlò al tradimento.

La politica cavouriana aveva concluso al peggiore dei disastri, malgrado un incontestabile abilità. Fatalmente falsa nei principi e nei mezzi, giacché mirava ad una rivoluzione rinnegandone l'idea, per giungere ad un impossibile conquista regia, aveva dovuto combattere i mazziniani ed accodarsi quasi inutilmente alla fortuna dell'impero napoleonico. La politica di Cavour, concentrata nello sforzo di espellere l'Austria dall'Italia, si dimostrò una catastrofe perché l'Austria restava formidabile nel quadrilatero minacciando la Lombardia.

Le ammirabili illustrazioni sopra riportate, pubblicate dall'editore C. Perrin, sono opera di C. Bossoli. Il testo è di Alfredo Oriani, tratto da "La lotta politica in Italia".


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