Al Pisa Book Festival una mostra raccoglie centinaia di quei timbri e cartellini
che vengono stampigliati o incollati su un volume per segnalarne l'appartenenza
Ex libris, marchiare la parola
per dare un'illusione dell'ego
di STEFANO BARTEZZAGHI

ALL'inizio c'è un porcospino tedesco. Il porcospino (Igel) viene raffigurato in un foglietto, anzi in un cartellino. Siamo attorno al 1480, e le diverse copie di questo cartellino sono usate da un signor Igler: ne applica una sul frontespizio di ogni suo libro, contando che vedere il porcospino Igel ricordi il nome del proprietario Igler a chiunque prenda il libro in mano.

Quel cartellino è la testimonianza più antica che abbiamo del processo che, accompagnando la rivoluzione editoriale innescata da Gutenberg e dall'invenzione della stampa a caratteri mobili, ha finito per produrre anche l'ex libris. Qualche anno dopo cartellini analoghi verranno concepiti dal grande incisore Albrecht Dürer: lì incomincerà la parte più nobile della storia dell'ex libris, quella che ha interessato artisti di fama. Non sarà, però, la parte più importante, perché il filone maggiore della produzione di ex libris resterà sempre consegnato all'esecuzione dell'artigiano.

Volendo fare, per quel che si può, una storia completa dei precursori dell'ex libris moderno occorrerebbe risalire perlomeno al secondo secolo avanti Cristo e al faraone Amenofi, o al secolo successivo e alla biblioteca di Ninive di Assurbanipal: lì troviamo papiri e tavolette accompagnati da iscrizioni che ricordano il nome del sovrano, loro detentore.


Nel Medioevo i copisti miniavano lo stemma del proprietario, o aggiungevano una nota scritta con il suo nome: una tradizione che si esprimerà anche con sigilli, timbri e, più tardi, con l'abitudine francese di imprimere il blasone del proprietario sulla legatura del libro, un uso che in italiano prende il bel nome di "legatura alle armi".

All'epoca del signor Porcospino tali tradizioni erano già imitate dai primissimi stampatori: Aldo Manuzio apponeva alle sue produzioni il celebre marchio, dove il delfino legato all'ancora simboleggiava la fretta e la stabilità, come il sublime ossimoro del motto Festina lente ("affrettati lentamente").

Coppie di blasoni incominciavano così a disputarsi i primi fogli dei libri, nel passaggio dalla preistoria alla storia dell'editoria a stampa - dagli "incunaboli" ai libri veri e propri: il marchio dello stampatore e il segno di proprietà del lettore sono i due biglietti da visita che restano sul tavolo di un frontespizio o di un risguardo, a testimonianza dell'avvenuto incontro.

È solo per caso che il primo ex libris che sia rimasto e che noi sappiamo datare sia proprio quello del porcospino: sarebbe bastato che il signor Igler si chiamasse Ochs perché fosse raffigurato un bue (Ochs, appunto, in tedesco) come verso il 1740 capiterà con l'ex libris di un Ochs von Ochsenstein. Ma visto che di un porcospino per l'appunto si tratta, allora andrà registrata quella funzione di barriera simbolica e un po' fragile a cui l'ex libris deve (almeno apparentemente) la sua esistenza: non è proprio quell'irto animale il miglior emblema della difesa delle proprie prerogative? Ecco allora che gli ex libris spesso si compiaceranno di moniti e anche maledizioni per chi ruba i libri: ma la reale efficacia di un simile antifurto non va sopravvalutata.

ex libris


Vignetta o scudo araldico, fregio o concetto arguto, artistico o artigianale, l'ex libris nasconde dietro alla rivendicazione di proprietà ma anche dietro allo status frivolo quasi da soprammobile (è infatti un complemento per l'arredo dell'io bibliofilo) un meccanismo simbolico più delicato, che ha a che fare innanzitutto con il libro medesimo, e poi con l'atto con cui il collezionista lo acquisisce e lo pone fra i suoi scaffali.

Un libro non ha uno status ben definito dal punto di vista della sua esistenza materiale. Può essere considerato come un volume (da chi lo spolvera) o al contrario come un testo (da chi lo scrive o lo legge), un testo la cui massa fisica quasi si annulla al confronto dell'addensamento di informazione che contiene. Fra tali modi opposti di considerare il libro si colloca quello che forse riesce a essere addirittura più irragionevole di entrambi: la considerazione del bibliofilo. Di un testo antico il bibliofilo che non sia anche uno studioso apprezza il prestigio o la curiosità; di un volume considera lo stato di conservazione e la rarità. Il bibliofilo sa nominare con precisione luoghi, caratteristiche, dettagli del libro di cui lo spolveratore, ma anche il lettore, può ignorare persino l'esistenza. Il libro per il bibliofilo è un castello di antiporte, fogli di guardia, gore; un corpo con zazzera, unghie e nervature.

È in uno di questi luoghi, spesso il risguardo, che a ogni acquisizione di un nuovo libro si ripete il cerimoniale. Al proprietario si impone di commettere subito, in forma circoscritta e simbolica, l'atto più temuto, il sacrificio che di lì in poi si riconfermerà incrollabile tabù: la violazione dell'integrità del libro. È ciò che avviene tramite l'incollatura dell'ex libris, che completa il circuito comunicativo del libro: pensato, scritto, stampato, venduto e finalmente pronto per essere letto.

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Meno cruento del marchio a fuoco che segna il bestiame per prevenire l'abigeato, l'atto ha comunque un che di selvaggio nel suo rappresentare uno scongiuro: altero io il libro prezioso perché non sia alterato mai più, mostro il mio diritto di proprietà concedendomi una licenza che non rinnoverò a nessun altro, e neppure a me stesso.

L'ex libris è insomma una vaccinazione simbolica.

Il suo contenuto letterale è una semplice locuzione, che seguita dal nome del proprietario, latinizzato e in genitivo, finisce per indicare: "dai libri di...". Modo elegante per segnalare l'appartenenza dell'esemplare a un soggetto e, simultaneamente, a una serie: la collezione. Il libro non è più uno dei tanti libri, tutti uguali fra loro, usciti dalla stamperia, ma è uno dei tanti libri, tutti diversi fra loro, detenuti dal collezionista.

Nel rapporto tra la vignetta e il motto l'ex libris ripete tutta la vicenda degli stemmi, imprese, emblemi, cartigli, monogrammi in cui si sono celebrate le diverse fasi di quel rapporto sempre tumultuoso che ha legato, lungo i secoli, scrittura e figura. Fra le pretese di eleganza della scrittura e quelle di insegnamento morale della figura, è come se ciascuna delle due abbandonasse il proprio mestiere, per provare a fare quello dell'altra: Ut pictura poesis.

All'inizio, l'ex libris trovava una fonte nell'araldica: lo stemma gentilizio veniva ripetuto anche sui libri, come sul vasellame e sull'argenteria, ad assicurare continuità alle proprietà della stirpe. Con la nascita e la diffusione di una cultura borghese, però, alla grande tradizione dinastica si sostituisce un nuovo individualismo, al "noi" nobiliare subentra l'"io" della ricchezza "self made", ai simboli araldici subentrano i "concetti", in cui l'unione di motto e vignetta, scrittura e figura, allude a una particolarità dell'individuo, ne trasmette una preferenza, ne descrive il carattere, si ispira alla sua professione, al suo nome, a una particolarità fisica.

Il concetto può essere, come nel caso del porcospino di Igler, un gioco legato al nome e si ha allora l'ex libris detto "parlante". Questo pare prevalere in caso il cognome del committente si presti a un'evocazione zoologica: pesci per il signor Fischer, volpi per il signor Fuchs, buoi non solo per il tedesco Ochs ma anche per il francese Bovet e per l'italiano Manzoni. Simili giochi però non sono obbligatori, e anche l'equilibrio fra scrittura e figura può essere alterato. L'"ex libris tipografico", per esempio, si riduce a una scritta e a un fregio, poco più che un biglietto da visita.

I collezionisti - che sono anche i massimi esperti della materia - da sempre si rompono la testa per perfezionare gli ardui principi di classificazione. Una soluzione è la classificazione tematica, e qui andranno notate due categorie di grande rilevanza. Molti ex libris alludono alla lettura medesima, elogiandola con motti antichi o anticati ("Fatica senza fatica") o rappresentandola in scene idilliche, con una fanciulla avvenente e a volte nuda che legge serena in un contesto agreste. Meno liliali le fanciulle impegnate in quel vasto sottogenere che è l'ex libris pornografico, usato per i libri da tenere sottochiave e sovente più esplicito della più esplicita figura di quei libri medesimi: nel segreto non infrangibile di un frontespizio si possono iscrivere le proprie debolezze.

Morbosità e svelamento sembrano essere infine i pilastri del codice genetico dell'ex libris, e non solo di quello pornografico. Il registro più consueto dell'ex libris è quello di un enigma tenue che nasconde un discreto proclama: quantomeno una forma di civetteria. Nell'iconografia minore (ma certo non quantitativamente minoritaria) dei francobolli, delle figurine e delle immaginette, dei rebus e degli ex voto, l'ex libris si caratterizza per la sua relazione con l'io individuale, ed è suggestivo che conosca il suo momento d'oro proprio in pieno Jugendstil: in piena rivalutazione dell'importanza delle arti decorative e minori ma anche nei tempi e nei luoghi in cui operava Sigmund Freud.

(La Repubblica.it 21 ottobre 2007)

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