Il libro di Willy Ley Engineers' Dreams popolarizzò nel 1954 un concetto già vecchio di decenni: abbassare il livello del Mediterraneo, per sfruttare il dislivello rispetto agli oceani e produrre elettricità; l'idea era venuta nel 1927 all'ingegnere tedesco Herman Sörgel. Sbarrando lo stretto di Gibilterra con una diga lunga 35 km e larga 550 metri, il Mediterraneo avrebbe finito per discendere di 100 metri, al ritmo di un metro e mezzo l'anno. Il progetto fu chiamato Atlantropa o Paneuropa. Ulteriori dighe avrebbero dovuto essere costruite fra Tunisia, Sicilia e Italia, che già sarebbero rimaste quasi unite dalle terre emerse, e nei Dardanelli. Sardegna e Corsica si sarebbero unite del tutto. Ciò avrebbe separato il Mediterraneo occidentale da quello orientale, che sarebbe stato fatto calare di altri 100 metri. L'intera impresa avrebbe lasciato all'asciutto 660.000 chilometri quadrati di nuova terra da abitare e coltivare, pari a oltre il doppio dell'Italia. In compenso, nel resto del mondo gli oceani si sarebbero innalzati "solo" di un metro. Le cascate fra Atlantico e Mediterraneo, e fra l'ovest e l'est del Mediterraneo, avrebbero prodotto energia idroelettrica pari al 30% dell'attuale consumo di tutto il continente europeo. Il concetto di Sörgel ebbe vasta risonanza e fu appoggiato all'epoca da intellettuali e architetti. Inoltre, un concetto simile si sarebbe potuto applicare anche al Mar Rosso. Un'altra idea dello stesso autore fu quella di sbarrare con dighe il fiume Congo, per creare un Lago Congo di 350.000 miglia quadrate, collegarlo al preesistente Lago Ciad, trasformare quest'ultimo in un Mare del Ciad di 700.000 miglia quadrate, e unire il nuovo mare al Mediterraneo con un "secondo Nilo" per irrigare il Sahara.

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Architetto Hermann Sörgel 1885-1952












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IL GENERALE LUIGI FERDINANDO MARSILI
filosofo del mare

Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730) fu dal 1682 al 1704, in qualità di militare, al servizio dell'Imperatore Leopoldo I d'Asburgo: raggiunse i vertici della carriera militare, rivestendo, inoltre, incarichi diplomatici di primaria importanza (quale quello di plenipotenziario di parte imperiale per la delimitazione dei confini stabiliti nella pace di Karlowitz, dal 1699 al 1701). Anche nel suo periodo "imperiale" Marsili non cessò di compiere rilevamenti ed osservazioni a carattere scientifico, in larga parte confluiti poi nella stesura di due delle sue più grandi opere: il Danubius Pannonico-Mysicus e lo Stato militare dell'Imperio Ottomano, pubblicate entrambe in Olanda, rispettivamente nel 1726 e nel 1732. Destituito dal suo grado militare, in seguito all'accusa di non aver convenientemente difeso la fortezza di Brisach durante la guerra di secessione spagnola, Marsili tornò nel 1704 a Bologna e da quel momento alternerà la permanenza nella sua città a viaggi in Italia e in Europa che lo metteranno in contatto con i più importanti scienziati e con le più rilevanti istituzioni scientifiche del tempo, come la Royal Society, di cui, presentato da Newton, divenne membro nel 1722. Sono di questo periodo gli studi che lo portano alla composzione di un'altra sua famosa opera, anch'essa pubblicata in Olanda, nel 1725: l'Histoire physique de la mer . A Bologna Marsili fonda l'Istituto (poi Accademia) delle Scienze, al quale egli volle donare tutto il materiale scientifico ed erudito, le ricche collezioni e i capitali scientifici in suo possesso.


Immagine ripresa da satellite
Lo stretto di Gibilterra separa il continente europeo da quello africano.
Attraverso lo stretto le acque leggere (per minor salinita') dell'Atlantico entrano nel Mediterraneo in correnti superficiali, mentre quelle piu' pesanti del Mediterraneo scorrono nella direzione opposta in profondita'.


LUIGI FERDINANDO MARSILI FILOSOFO DEL MARE
Meglio noto per le sue ricerche scientifiche,
fu però anche tra i progenitori della professionalità nel mestiere delle armi


di Alessandro Ferioli
Luigi Ferdinando Marsili, filosofo del mare, in "Rivista Marittima", A. CXXXIX, n. 8/9 (2006), pp. 107-116.


Non si potrebbe forse immaginare momento più triste e disperato, per un generale brillante e capace, che quello della degradazione pubblica, in seguito alla condanna da parte di un tribunale di guerra manovrato dal suo stesso comandante in capo. In quel brutto giorno del 18 febbraio 1704, al quarantacinquenne generale Luigi Ferdinando Marsili (1) dovettero passare davanti agli occhi, in rapida successione e come in un sogno allucinato, le tappe della sua vita passata. Appartenevano oramai alla giovinezza gli studi di matematica, filosofia e scienze, le lezioni di Marcello Malpighi, i viaggi per le più belle città d’Italia che soltanto i rampolli delle famiglie nobili, quale egli era, potevano permettersi di visitare; e poi il viaggio a Costantinopoli, al seguito dell’ambasciatore della Repubblica Veneta, durante il quale aveva osservato attentamente l’esercito turco, dedicando ad esso il saggio Stato militare dell’impero ottomano, e aveva compiuto approfondite ricerche sulla morfologia dei bacini e delle coste di quei territori, studiandone anche la biologia marina, e raccogliendone i frutti nelle Osservazioni intorno al Bosforo Tracio o vero canale di Costantinopoli.

Uno studioso… in mare

In quel lavoro il Marsili analizzò le diverse velocità e le correnti (cercando di individuarne le cause), i venti, la corrente a varie profondità, la diversità della salsedine. Abituato a fondare le proprie ricerche sulla raccolta dei dati e la loro osservazione, per misurare le velocità costruì una specie di mulinello, e realizzò altresì un rudimentale apparecchio atto a prelevare campioni d’acqua a elevate profondità. Nel 1682 il ventiquattrenne Marsili intraprese la carriera militare al servizio dell’imperatore austriaco Leopoldo I. Svolse il proprio apprendistato quale soldato semplice, poi da caporale e da sergente, sino a ritrovarsi capitano nel mezzo dell’assedio di Vienna, dove fu ferito e catturato dai turchi: liberatosi dell’uniforme e della patente di comando, si fece passare per il servitore di un mercante veneziano, evitando così la condanna a morte che toccava ai militari. Medicato alla meglio con sterco di bue e sale, finì schiavo nel campo turco alle porte di Vienna, con l’incarico di aiutante in una bottega di caffè, a macinare i chicchi e a venderli ai compratori. Due bosniaci di passaggio, dopo avere udito la sua falsa storia, assieme al caffè acquistarono pure lui, nella speranza di ricavarne una cospicua ricompensa (che puntualmente non giunse) dal fantomatico mercante. Duecento zecchini, attraverso vie tortuose, furono invece sborsati dai parenti e da alcuni concittadini bolognesi, che gli fecero così riavere la libertà. Appena fatto ritorno, il capitano Marsili si recò dall’imperatore per presentare rapporto sui luoghi che aveva veduto e sull’organizzazione dell’esercito turco. Dopo un breve periodo come presidente della fonderia dei cannoni presso la fabbrica dell’artiglieria a Vienna, e dopo avere realizzato le fortificazioni di Strigonia e Vicegrado (compiti che assolse ottimamente, immergendosi negli studi fino al collo), il tenente colonnello Marsili ritornava finalmente in zona di operazioni, prendendo parte agli assedi di Neuhausel e Buda.
Quest’ultima impresa fu una gloria tutta di Marsili, che aveva disegnato la pianta della città, ideato l’assedio, diretto i lavori con attenzione maniacale anche per le minuzie (sino a selezionare personalmente gli attrezzi da lavoro dei genieri e i materiali da costruzione).

La guerra e lo studio

L’interesse per gli studi e la ricerca scientifica, che il Marsili aveva appreso da giovane, non lo abbandonava un solo momento, cosicché durante le sue peregrinazioni al seguito dell’esercito austriaco, pur fra le tante occupazioni non trascurava di procurarsi antichità od oggetti caratteristici di quei luoghi, che raccoglieva con avidità di collezionista, spinto da un vivo desiderio di conoscenza e di comprensione delle culture diverse. E fu in questo periodo che, studiando il corso del Danubio alla ricerca di materiale che poi avrebbe utilizzato per il suo poderoso saggio, scoprì le tracce di un ponte fatto costruire da Traiano, nonché molti altri reperti di età romana. Anche dopo la ripresa della guerra contro i turchi, a partire dal 1690, nei pochi momenti di riposo si dedicò all’osservazione del moto delle acque (e il loro rapporto con i fondi marini e i venti), allo studio delle specie di pesci, degli uccelli acquatici, dei minerali della regione nonché dei coralli. Tale documentazione, raccolta in forma di appunti e riprodotta su tavole, confluì poi per lo più nei saggi che dopo la degradazione si mise a compilare. Commissionava inoltre mappe fertiche, tavole corografiche, carte di ogni genere con l’indicazione di tutte le informazioni possibili sui territori visitati.
Secondo Marsili, difatti, esiste una stretta interdipendenza tra il mestiere delle armi e l’attività scientifico-culturale: la guerra richiede competenze dottrinali e pratiche complesse e precise; costringe insomma il comandante a ripensare e riorganizzare scientificamente il proprio lavoro per far fronte a urgenze di impiego efficace delle unità, e che coinvolgono anche l’architettura, la tecnica, la medicina, la politica, la diplomazia e l’economia.
Non v’era opinione più odiata dal Marsili che quella secondo cui la professione militare sarebbe la negazione della cultura e del sapere, così da concepire la milizia soltanto come extrema ratio per occupare i figli meno dotati: Corre fra gl’idiotti — scrive il Marsili in una lettera — l’oppinione che li soldati siino distruttori delle belle arti, disturbatori della litteratura et infine che sii una gente che professi una cosa tottalmente barbara, considerando solo che s’abbrucia, che si depreda, che s’uccide, senza distinguere che arte, che studio li vole per portare profitevolmente quest’uttilità e che uttile la Republica umana ne cavi. (…). All’impostura di barbaro s’agiunge quella dell’ignorante, quasi che sii un capitale necessario per essere bon soldato quello dell’ignoranza, mentre molti, avendo figlio o fratello disaplicato da’ studii, dicono: Lo manderemo alla guerra. Questo è un torto che si fa alla nobiltà della guerra che, come piena di precetti, esige studio e che, per tratarla, bisogna sappere tante altre arti che la debbano servire (2).
Proprio in quanto assertore della necessità di avere ufficiali ben preparati professionalmente, il conte Marsili divenne noto per gli eccessi di collera verso gli ufficiali incompetenti (gli fossero anche superiori di grado), ben sapendo gli effetti deleteri del pressappochismo e dell’improvvisazione nell’arte militare. La sua severità gli alienava simpatie all’interno del reparto, per la precisione e il tempismo che esigeva dai suoi uomini nell’esecuzione degli ordini, per il rigore che imponeva nell’addestramento, e per i provvedimenti disciplinari che applicava agli ufficiali che disponevano del denaro reggimentale con troppa facilità.



Prospetto ottocentesco del Palazzo dell'Archiginnasio (sulla destra), sede dello studio bolognese (acquarello di C. Tomaselli e F. Zanotti, 1849)


Il Marsili in un disegno ottoentesco del Canuti
(Archivio di Stato, Bologna)



Palazzo Marsili
 
(Via D'Azeglio ang. Via Marsili, Bologna)


Marsili alle trattative di pace
 di Carlowitz
(Musei Universitari, Bologna)

La sua perfetta conoscenza dei territori sui quali aveva combattuto lo resero un elemento indispensabile in occasione della pace di Carlowitz tra la Lega santa e l’Impero ottomano (gennaio 1699), alla quale partecipò come consigliere assistente a tutti i congressi e trattati, con compiti importanti anche sotto il profilo diplomatico. Impegnato nella delimitazione dei confini della Croazia e della Transilvania, riprese a percorrere la regione in lungo e in largo, a disegnare mappe, a verificare posizioni. Nei tempi morti, mentre i diplomatici andavano a tenere rapporto nella capitale, portava avanti le sue osservazioni naturalistiche, rimanendo colpito dalla quantità e varietà di funghi del territorio: ordinava allora ai suoi guastatori di raccogliere campioni di ciascuna specie, faceva riprodurre i funghi, insieme al loro substrato, dai disegnatori che aveva con sé, e con il materiale messo assieme preparò il volume Raccolta de’ fonghi crescenti ne’ Regni di Croazia e d’Ungheria. Non trascurò neppure gli studi sulla dinamica e la biologia delle acque, indagando problemi di idrografia, geografia, etnografia, astronomia e litologia.
In quella stessa circostanza le rudimentali competenze mediche del Marsili, per quanto impensabili nella formazione di un alto ufficiale, furono invece provvidenziali per la tutela della salute dei 4.000 uomini posti al suo comando. Avuta notizia dello scoppio di un’epidemia nel campo turco, contiguo al suo, fece trasferire la truppa in un luogo più adeguato a consentire il controllo degli ingressi e delle uscite dal campo, su una collina con un fiume a fare a confine naturale, protetto da una siepe artificiale, e instaurò norme sanitarie rigorosissime, curando celermente gli infetti con impiastri (3).

Caduta in disgrazia e ritorno agli studi

Al rientro a Vienna, non ebbe neppure il tempo di godersi la promozione a General Wachtmeister che si trovò immischiato in una nuova guerra: quella di successione spagnola. La prima azione del Marsili fu l’assedio di Landau. Constatata la lentezza del modo di procedere del maresciallo Baden, suo superiore, il generale bolognese fece giungere le sue opinioni in merito direttamente all’arciduca Giuseppe, il quale si recò al campo per un’ispezione e decise di lasciare carta bianca al Marsili. Quest’ultimo aveva promesso di prendere la piazza in sei giorni; gliene bastarono quattro, e fu l’apoteosi dell’intera sua carriera. Egli era oramai considerato l’ufficiale più esperto in fortificazioni, sia nel metterle d’assedio che nel difenderle, e l’eccellenza del suo metodo consisteva non soltanto nella perfetta conoscenza della dottrina delle scuole italiana, tedesca, olandese e francese, ma anche nella capacità di adattare la teoria a uno studio geofisico del terreno quale nessun altro sapeva condurre.
Scavalcato e mortificato, il Baden non si lasciò sfuggire l’occasione per fargliela pagare. Era il dicembre 1702, quando i francesi cominciavano ad avvicinarsi alla piazza di Alt-Brisach tenuta dagli austriaci, e il luogotenente generale Baden, comandante dell’armata sul Reno, ordinò a Marsili di portarsi in quella fortezza per aiutare il maresciallo Filippo d’Arco a sostenere l’assedio, con l’ambiguo incarico di Sostituto Comandante nel caso in cui il D’Arco fosse caduto malato. Il presidio era indifendibile: Brisach aveva meno di 3.500 uomini (ma il Marsili ne aveva contati 2.500, metà dei quali appartenenti al suo reggimento) contro i 24.000 assedianti, aveva poco più di quaranta cannoni male equipaggiati, mancava di cannonieri genieri e minatori, e la fossa era secca. Nella seconda metà d’agosto il duca di Borgogna già assediava la città, peraltro con l’aiuto del maresciallo Vauban che l’aveva fortificata quando era stata in mani francesi. In un consiglio di guerra indetto dal maresciallo D’Arco gli ufficiali, constatata l’impossibilità di proseguire a oltranza e l’inutilità di sperare nel soccorso, si espressero all’unanimità per la resa, che avvenne l’8 settembre 1703.
Nonostante tutte le buone ragioni degli assediati, tuttavia, il Tribunale aulico di guerra il 15 febbraio pronunciò sentenza di condanna: decapitazione per il D’Arco, perdita del grado e dell’onore militare (con rottura della sciabola) e requisizione dell’equipage per il Marsili, perdita del grado per gli altri ufficiali. Tre giorni dopo la sentenza ebbe esecuzione pubblica nella piazza di Bergentz, e dopo l’uccisione del D’Arco e l’umiliazione del Marsili il compimento di tutte le altre sentenze venne differito, forse perché lo spirito di vendetta dei colleghi aveva già trovato sufficiente sfogo.
Dopo la pubblica onta il Marsili fece ritorno a Bologna. Il suo onore era perduto per sempre presso la corte di Vienna, ma non nelle altre capitali europee, dalle quali gli giunsero presto offerte di prestigiosi comandi negli eserciti francese e olandese. Nonostante tali attestazioni di stima, egli non accettò però alcun incarico: fatto, questo, che in un’epoca di disinvolti cambi di uniforme sembra prefigurare il principio di fedeltà assoluta all’istituzione d’appartenenza, quand’anche questa si sia dimostrata ingrata. Non cessò mai d’altra parte di perorare la propria causa presso l’imperatore d’Austria, compilando memorie difensive per dimostrare la propria onorabilità di uomo d’armi e per chiedere invano la revisione del procedimento disciplinare (4).
E tuttavia questa sventura personale, che gli costò moltissimo sul piano personale, fu però provvidenziale, giacché fece sì che egli impiegasse le sue straordinarie capacità organizzative in favore non più della guerra combattuta al servizio di un esercito straniero, ma bensì della ricerca scientifica e per la gloria del suo Paese. Per lo più, l’uomo più odiato dall’Austria si dedicò difatti ai suoi amati studi di scienze naturali. Trasferitosi a Montpellier prima, e a Cassis successivamente, riprese in mano il materiale che sarebbe poi confluito nella Histoire physique de la mer (pubblicata nel 1725), andando in barca a osservare personalmente le coste del mare, a studiarne i fondi, la vegetazione, finanche la materia che i pescatori raccoglievano nelle reti assieme ai pesci, e servendosi di strumenti di misurazione da lui stesso pensati e costruiti. L’anno successivo usciva il primo dei sei volumi del Danubius Pannonico-Mysicus, dedicato al grande fiume europeo. Si occupava inoltre dei coralli, che già aveva studiato, maturando il convincimento che la loro natura fosse vegetale, a causa di una certa fioritura di corolle bianche.
Tornato a Bologna, riempì la casa di via D’Azeglio con le chincaglierie raccolte durante i viaggi, con gli strumenti di fisica e d’astronomia, nonché con i libri che andava ordinando meticolosamente per discipline di studio, avendo già evidentemente in animo di farne una biblioteca di pubblica utilità. Accoglieva nel suo palazzo anche due precarie istituzioni culturali, l’Accademia degli Inquieti e quella dei Pittori, alle quali destinava stabilmente alcune sale della propria casa, in un’ottica di servizio pubblico volta a mettere la propria persona e i propri beni a disposizione degli altri.

L’Istituto delle Scienze

Quella del Marsili non era già più una comune abitazione, ma bensì una vera e propria istituzione, un punto di riferimento oramai imprescindibile nella cultura bolognese almeno quasi quanto l’Università. E il paragone con lo Studio bolognese non è vago, dal momento che il Marsili intendeva sviluppare la propria istituzione proprio in funzione polemicamente antagonistica rispetto all’Ateneo, che egli accusava di condurre ricerche aride, poco legate alle esigenze pratiche della vita moderna, e per di più realizzate per mezzo di una didattica antiquata. V’erano inoltre discipline scientifiche alle quali la cultura ufficiale attribuiva dignità inferiore rispetto a quelle umanistiche: la botanica, l’algebra, l’astronomia, l’architettura civile e militare, la fisica e la chimica, materie queste che — se opportunamente valorizzate in un sistema integrato ai fini di un insegnamento attuato più per gli occhi che per le orecchie (come soleva dire) — avrebbero guadagnato ai nostri studiosi una maggiore considerazione in sede europea, e agli studenti una preparazione più qualificata.
È ben comprensibile che i docenti universitari non accettassero di buon grado le critiche di un focoso signore che di mestiere aveva sempre fatto il militare, ed estraneo alla carriera accademica; ma da ciò il generale non ricavò mai un senso di inferiorità: anzi, secondo lui i suoi trascorsi costituivano la migliore garanzia di competenza in certe discipline, come per esempio la geografia, che egli non aveva appreso dai libri ma direttamente sui campi di battaglia di mezza Europa, così come i geografi dell’antichità, che realizzavano le loro carte per scopi militari: Li miei nobilissimi viaggi per la Turchia in Europa, di Vienna, di Venezia e Costantinopoli, — scriveva – li miei impieghi militari in servitio di Cesare Leopoldo con quelli eserciti, che hanno depresso l’ottomano orgoglio, scorrendo per ogni paese dell’Ungaria, Transilvania, Valachia, Servia, parte di Bulgaria, Albania, intera Schiavonia e Croatia, mi hanno fatto la base di questa mia Geografia, toccante tali parti, che ho misurato, suddivise per le marchie degli eserciti non solo, ma per incorporarle con difesa militare all’Impero di Cesare. E tali viaggi non erano per lui svago di turista, ma bensì una delle tante espressioni — assieme alle teorie di Cartesio e di Galileo — di un mondo in perpetuo movimento, di una cultura e un pensiero non statici, ma in continua evoluzione.
L’opera maggiore del Marsili consisté, a questo punto, nel progetto di organizzare la sua raccolta e le sue idee in una grande istituzione pubblica, che divenisse luogo di studio e di ricerca scientifica. Le stesse capacità che aveva messo nella milizia le impiegò quindi nell’impresa più grande della sua vita, che vide il coronamento l’11 gennaio 1712, allorquando donò l’intera collezione di capitali scientifici e librari alla città di Bologna, rifiutando al contempo qualsivoglia forma di pubblico riconoscimento nei confronti della sua persona, e stabilendo anzi che mai in alcun luogo dell’Istituto si potesse in alcuna maniera far memoria di lui.
In breve tempo non ebbe più un solo momento di riposo, il generale, indaffarato a raccogliere denaro per la nuova sede di palazzo Poggi (ora sede del Rettorato) e a stabilire relazioni con altre importanti istituzioni straniere, facendo conoscere ed apprezzare il suo Istituto mediante la notorietà della sua persona e dei suoi saggi, e divenendone una sorta di uomo-immagine. Nel ’22 era a Londra, dove Isaac Newton lo fece accogliere come membro nella Royal Society; qualche tempo dopo in Olanda, per incontrare Boerhaave, il quale lo definì filosofo non nel museo, ma nel mare. Ogni viaggio, ogni mano che stringeva si tramutavano in altrettante occasioni per scambiare idee, per contattare editori (proprio ad Amsterdam venne edita l’Histoire physique de la mer), per acquistare libri e oggetti caratteristici.
Tra i materiali si segnala una prestigiosa collezione di grandi e sontuosi modelli di navi realizzati tra Sette e Ottocento. I progressi nel campo delle scienze matematiche e fisiche, oltre che delle costruzioni, trovavano a quei tempi la più spettacolare applicazione nell’architettura navale. La collezione di navi nei decenni a seguire servì particolarmente agli allievi della Camera di Geografia e fertica, che attraverso esercitazioni pratiche condotte sulle riproduzioni di galere, galeoni e vascelli (come i francesi Royal Louis e Le Bien Aimé) apprendevano il lessico e le manovre marinaresche, e ne studiavano i particolari costruttivi (5).

Conclusioni

Gli ultimi anni di vita del Marsili furono rattristati anch’essi dalle critiche e dalle insinuazioni di coloro che sostenevano che egli contribuisse a dilapidare denaro pubblico in una istituzione perfettamente inutile per la città che poteva già vantare l’università più antica del mondo. Non era certamente nuovo, il generale, alla calunnia e agli intrighi degli invidiosi; ma pure l’età era quella che era, e perciò decise di andarsene dalla sua città natale, disgustato dalla incomprensione pubblica.
Si trasferì di nuovo nell’amata Provenza, per poi ritornare a Bologna negli ultimi mesi di vita, dopo un colpo apoplettico, probabilmente per rifinire — già presago della morte imminente — gli ultimi aspetti organizzativi dell’Istituto, che oramai aveva già preso vita e poteva funzionare anche senza di lui. Un nuovo colpo lo tolse alla vita il 1° novembre 1730, a 72 anni, senza neppure la soddisfazione di vedersi restituito pubblicamente il suo onore militare.

NOTE

(1) Luigi Ferdinando Marsili nacque il 20 luglio 1658 a Bologna, nel palazzo di via D’Azeglio 46, e a Bologna morì il 1° novembre 1730. Per una bibliografia essenziale cf.: AA.VV., Celebrazione di L. F. M. nel secondo centenario della morte, Zanichelli, Bologna, 1931; AA.VV., Memorie intorno a L. F. M. nel secondo centenario dalla morte, Zanichelli, Bologna, 1930; Franco Farinelli, «L. F. M.», in: Storia illustrata di Bologna, vol. VI, Nuova Editoriale AIEP, Milano, 1989; Giuseppe Bruzzo, L. F. M.: Nuovi studi sulla sua vita e sulle opere minori edite ed inedite, Zanichelli, Bologna, 1921; Giancarlo Bernabei (cur.), Dizionario dei bolognesi, Santarini, Bologna, 1989-90, s.v.; Giovanni Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, rist. an. Forni, Bologna, 1965; Amelio Fara , Il sistema e la città: Architettura fortificata dell’Europa moderna dai trattati alle realizzazioni (1464-1794), SAGEP, Genova, 1989; Raffaella Gherardi, Potere e costituzione a Vienna fra Sei e Settecento, Il Mulino, Bologna, 1980; Id., Scienza e politica nella proposta di organizzazione disciplinare di L. F. M., Istituto per la storia di Bologna, Bologna, 1990; Gilberto Govi, L. F. M. micologo bolognese, CLUEB, Bologna, 1984; Mario Longhena, L. F. M. sulle rive romagnolo-marchigiane dell’Adriatico, «L’Archiginnasio», nn. 53-54 (1958-59); Luigi Ferdinando Marsili, Autobiografia di L. F. M., Zanichelli, Bologna, 1930; Id., Histoire physique de la mer, Linosprint, Bologna, 1999; Id., Ragguaglio sulla schiavitù, Salerno, Roma, 1996; Id., Scritti inediti di L. F. M. raccolti e pubblicati nel 2. centenario della morte, Zanichelli, Bologna, 1930; Lucia Minelli, M. scienziato, tesi di laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Bologna, a.a. 1997-’98; Ladislao Münster, «L. F. M. e le scienze mediche», Il Comune di Bologna, n. 3/1933; Antonio Neviani, L. F. M. e le sue collezioni mineralogiche, in “Atti della Pontificia Accademia delle Scienze Nuovi Lincei”, Roma, 1931; Paolo Silvani, «Il generale Luigi Ferdinando Marsili e la nazione ungherese», in Il Comune di Bologna, n. 12/1930; Athos Vianelli, Profili di bolognesi illustri, Tamari, Bologna, 1967. Per la concessione di realizzare alcune fotografie all’interno dei Musei di Palazzo Poggi ringrazio la dott.ssa Viviana Lanzarini dell’Università degli Studi di Bologna.
(2) Biblioteca Universitaria di Bologna, mss. Marsili, n. 54, «Lettera al Sig. …(sic).. in difesa delli soldati stimati barbari dal volgo”, cc. 399r-400v.
(3) Biblioteca Universitaria di Bologna, mss. Marsili, N. 81, l. 1, «La natura della peste in Turchia».
(4) Riprese le armi soltanto due volte, chiamato dal papa Clemente XI alla testa dell’esercito pontificio, per combattere prima contro l’Austria e poi contro i turchi in difesa della cristianità. La sua riabilitazione, per la storia, sarebbe giunta soltanto nel 1930 allorquando, nel bicentenario dalla morte, il tenente colonnello Renzo Reggiani pubblicò in un volume miscellaneo un contributo dedicato proprio alla disamina documentaria dei fatti di Brisach, concludendo per l’assoluta estraneità del generale alle accuse mossegli. A tale saggio fece seguito la donazione simbolica all’Istituto delle Scienze di una sciabola d’onore da parte del generale Zoppi, Comandante del Presidio di Bologna.
(5) I modelli, complessivamente dieci, sono esposti nel rinnovato Museo delle Navi, in Via Zamboni 33 a Bologna. Cf.: Giovanni Natali, La Camera di Geografia e fertica presso l’Istituto delle Scienze in Bologna (1724-1802), Stab. Poligr. Riuniti, Bologna, 1922; Giuseppe Carlo Speziale, «Le belle navi di un tempo», Nuova Antologia, 16 maggio 1929; Pietro Frabetti e Amedeo Rizzi, La collezione delle antiche carte geografiche. Il museo delle navi, Tip. Compositori, Bologna, 1959; Attilio Menconi Orsini, «Le”navi” dell’Università», Il Carrobbio, n. 1/1975; Marco Bortolotti e Viviana Lanzarini, «I musei storici dell’Università», in: Storia illustrata di Bologna, vol. VII, Nuova Editoriale AIEP, Milano.

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