4 INTERVISTA AL 12° CORSO

Tre domande:

  1. Un gruppo di nostri amici del 12°, come dicono gli alpini, "è andato avanti" e li ricordiamo con affetto. Noi seguiamo in un treno, speriamo di quelli lenti, con 3 carrozze: "ausiliaria", "riserva", "congedo assoluto".
    Dove ti trovi? Sei ben sistemato in buona compagnia?
  2. Siamo nati come ufficiali nel 1957 in piena "guerra fredda" e abbiamo contribuito con il nostro impegno a mantenere la pace in Europa: hai la consapevolezza dell'importanza del lavoro che, a vari livelli, abbiamo svolto?
  3. Se dovessimo ricominciare la nostra vita daccapo, rifaresti la stessa strada?

Prego inviare risposte a:

Pier Giorgio Franzosi
www.collezioni-f.it
info@collezioni-f.it
Fax 0656309819


RISPOSTE

Lorenzo Audisio

Gen. (Ris.) Lorenzo Audisio

Caro Pier Giorgio

Rispondo con piacere alle tue domande intervista, sperando di portare il mio granello di sabbia alla ricerca dell’anima del 12° corso. Sappi innanzitutto che mi trovo nella carrozza di mezzo cioè nella Riserva, e ne sono contento.
L’Ausiliaria proprio non mi piaceva e mi suonava anche male. Vuoi mettere la Riserva, decisiva in tante battaglie. Pertanto ho deciso: farò parte della riserva fino alla fine dei miei giorni.

La compagnia è buona (riservisti e antichi compagni), ma un po’ scarsa di numero. Del resto non puoi avere tutti gli amici che vorresti avere né tutta la compagnia che ti piacerebbe.
Sto bene anche da solo, condizione ideale per elaborare i tuoi pensieri senza distrazioni.
Cioè sognare e rivedere un po’ anche la tua vita "che non è quella che hai vissuto, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla" (G.G.Marquez).
La prima cosa che ricordo è una caserma di montagna dove ho vissuto la mia guerra fredda. Tu lo sai come stavano le cose. Per noi giovani Ufficiali degli alpini la guerra fredda non è stata un tema di discussione o una strategia da tavolino. E’ stata una guerra fredda davvero, dura e fredda da morire.
Esercitazioni a ripetizione d’inverno e d’estate talvolta "continuative" con notturne manovre di ripiegamento, pernottamenti all’addiaccio o in gelide casere innevate, improponibili contrattacchi sui fianchi e resistenza ad oltranza sulle ultime alture disponibili. Capisaldi, alpini e armi a 360 gradi, imprecazioni per quello che mancava, il mulo dei viveri che si era perso con l’ultimo Sottotenente arrivato.
Un comandante di battaglione in visita notturna, sopravvissuto alla campagna di Russia, ebbe a esclamare: "questi alpini per quello che fanno dovrebbero avere un milione al giorno".
Non per ricordare una decade allora miserevole ma per un obbligo di riconoscenza per un impegno gravoso e senza orario.
Ci sosteneva la certezza di essere utili e la consapevolezza di adempiere ad un dovere sacrosanto. Il Paese contava su di noi . Anche se poi ci arrivavano armi un po’ vecchiotte, automezzi dall’equilibrio incerto ed anche con il contagocce.

Quando l’elicottero già avrebbe potuto raggiungerci in pochi minuti con tutto il necessario, trasportavamo i nostri viveri e le nostre armi più pesanti a dorso di mulo con il risultato, non rado, che questi generosi animali si sfiancavano durante le salite più ripide, e qualcuno di essi vinto dalla fatica, stramazzava al suolo tra le urla e la concitazione dei conducenti e nel disastro generale del carico.
Ma questa dei mezzi superati e della dottrina mai al passo con i tempi è un altro discorso.

Se farei la stessa strada? Penso di si.
Nessuna professione che ora posso immaginare avrebbe potuto darmi di più.
Nessun altro ambiente naturale avrebbe potuto essermi più congeniale.
La vita di montagna era varia e molto entusiasmante.
Costretto alla citta’ e alla pianura da molti anni, mi sembra di aver vissuto quel tempo in un’altra vita.

Si camminava molto. Quando eri fuori con tutto il tuo reparto per arrampicarti da qualche parte, nessuno ti poteva raggiungere e ogni decisione era nelle tue mani.
Ti sentivi molto orgoglioso e fiero di te. Guardavi indietro e vedevi le squadre compatte, curve sotto il peso dello zaino, salire lentamente seguendo il disegno quasi geometrico dei tornanti.
Sulla cima si dissolveva la fatica e potevi ammirare fino all’orizzonte la distesa delle vette incontaminate. E questo può bastare per fare la stessa strada, anche per quello che è stato meno esaltante.
Come gli anni trascorsi " in ufficio". Dieci allo Stato Maggiore dell’Esercito, negli incarichi canonici di badilante, capo sezione e capo ufficio e quattro allo Stato Maggiore della Difesa nel grado di Generale. Una nebulosa dalla quale emergono spezzoni isolati e un po’ confusi.
Si lavorava molto naturalmente, anzi moltissimo, ma il prodotto finale era scarso, "mangiato" da una macchina burocratica lenta e dispersiva.
Scaramucce di corridoio , battaglie cartacee sul nulla o scontri più cruenti sui grandi temi del momento, con nervosi andirivieni e interminabili rifacimenti della stessa nota esplicativa. Che alla fine diventava incomprensibile ai più e soprattutto all’ ultimo destinatario. Gli incarichi all’estero sono stati un premio e un opportunità per le quali non potrò mai dire grazie abbastanza.
Nuovi mondi, nuove esperienze, nuove idee da macinare per produrre qualcosa.

Da alcuni anni tutto questo è finito e il mio treno è andato a spasso zigzagando qua e là.
Quali incontri ho fatto? Non è questo il luogo per raccontarlo. Qra che il grande treno che ci contiene tutti si è rimesso in moto, mi chiedo dove andrà. Tornerà a Modena naturalmente, da dove è partito e per l’occasione sarà incioffettato e imbandierato.
Mi piace immaginare che lì terminerà il suo viaggio, perché troppo usurato dagli anni. I passeggeri lo saluteranno per l’ultima volta, prenderanno il loro trenino a scartamento ridotto e si avvieranno alla loro fattoria. Mi piace anche immaginare che ogni fattoria abbia una grande antenna con la quale, utilizzando la meravigliosa rete di collegamento che tu hai predisposto sarà più facile tenerci in contatto.

Un abbraccio.

Lorenzo




Nicola Catalani

Dott. Nicola Catalini

Caro Pier Giorgio,

innanzitutto complimenti sinceri per il sito che hai ideato e che gestisci con tanta professionalita'; da quando l'ho scoperto lo visito abbastanza regolarmente.

Non nascondo che mi trovo in difficolta' a voler rispondere alle tue domande perche' s'intendono rivolte ad un "pubblico militare" ed io, ormai da svariati anni, ho abbandonato la vita militare ma vorrei ugualmente tentar di spiegare il mio pensiero senza rispondere direttamente alle "tre" domande.

Conservo sempre un bellissimo ricordo dei tempi passati con le stellette e degli amici, anche e maggiormente quelli che "sono andati avanti", con i quali ho passato i frenetici anni di Modena, di Torino e poi quelli al reparto; con alcuni di loro ho cercato di mantenere i contatti anche se, debbo riconoscere, con scarso successo escluso quei pochi raduni a cui ho potuto partecipare.

Rimango fermamente convinto che la formazione ricevuta in Accademia mi abbia notevolmente aiutato ad affrontare e risolvere le difficolta' della vita quando si sono manifestate.

La terza domanda mi lascia perplesso anche perche' non esiste una controprova; per es. nel mio caso non e' stata una decisione improvvisa, quella di lasciare l'Esercito, ma un complesso di svariate circostanze, indipendenti e susseguentesi l'una all'altra, così come posso dire che lo sia stata la decisione che mi ha portato ad impegnarmi, come medico volontario, nell'aiutare le persone derelitte di questo continente che e' diventato una mia seconda casa.
Quando iniziai la mia attivita', di cooperazione in Africa, il mio impegno era solo quello dell'insegnamento ma, stando continuamente a contatto con una realta' che non avevo mai toccato con mano e che, con il passare del tempo, imparavo a conoscere sempre piu' e' stato naturale un mio accresciuto coinvolgimento fino a farmi dimettere volontariamente, anno 1992, dall'Univerita' di Roma per dedicarmi a tempo pieno al nuovo compito che mi ero prefisso.
Il mio desiderio e' quello di continuare ancora questa mia attivita' ma penso che, prima o poi, arrivera' anche per me il momento di salire sul vostro treno, che auguro sia sempre molto lento, in una nuova carrozza agganciata in coda, che spero non rifiuterete, quella dei "pensionati civili del 12°" in modo da chiudere un ideale cerchio iniziato in un lontano ottobre 1955.

Con i miei piu' affettuosi auguri

Nicola Catalini

PS.: ti allego due foto che sono separate da piu' di 40 anni: una ai tempi del Rgt Lagunari (1961) e l'altra di questo periodo (2002); decidi liberamente come e se utilizzarle.

Nicola Catalni


Gen. (ris.) Vincenzo Dobelli


Sul treno ci sono tre rappresentanti di categoria.
Viaggiano nello stesso scompartimento perché sono coetanei ma il loro atteggiamento è differente in quanto sono saliti a stazioni diverse.
Il primo, in bilico sul margine del sedile, sfoglia nervosamente il giornale.
Il secondo, rilassato sui braccioli, guarda fuori dal finestrino. Gli occhi sono fermi sul mondo che scorre, la mente naviga al di là del paesaggio.
Il terzo, sprofondato nella poltrona, dorme tranquillo con un libro aperto tra le mani.
Nello stato attuale di riservista novello, mi trovo nella posizione di mezzo : la migliore per rispondere alle domande che seguono con pacata obiettività.

Se dichiarassi di ritenere che l’ Italia abbia avuto voce limpida o autorevole nella gestione delle vicende indicate nel tema sarei bugiardo.
Al contrario, sono sicuro che, nel periodo in esame, il nostro Paese, per insufficienza di mezzi e difetto di credibilità, sia stato, per restare nella metafora ferroviaria, tra i vagoni di coda al traino della locomotiva statunitense.
Di conseguenza, sono altrettanto convinto che l’ Esercito, il 12° Corso e la mia persona, carichi alla partenza di entusiasmo e desiderio di far bene, abbiano incontrato lungo il cammino, ciascuno al proprio livello, ostacoli generalmente inutili, a volte grotteschi, spesso proibitivi, portatori di progressiva decompressione.

L’Istituzione mi ha offerto molto, soprattutto sul piano dell’educazione morale, della selezione dei valori e della conoscenza umana.
Mi ha insegnato a scoprire gli aspetti positivi del sacrificio ingiustificato e a valorizzare il lato divertente delle situazioni.
Mi ha proposto esperienze eterogenee e impegni flessibili, impensabili in altri settori.
Per esprimere la mia gratitudine, ho risposto scegliendo come compagno di viaggio lo scrupolo di coscienza e porgendo quanto avessi di meglio, anche se orientato a nuotare contro corrente dalla consapevolezza di essere un militare poco militarista.
Dopo quarant’anni di servizio, posso affermare con buona soddisfazione di essere stato giudice senza toga, professore senza cattedra, predicatore senza saio e altro di simile.
La fotografia testimonia i miei trascorsi di capo-cordata senza piccozza.
Per volontà della sorte, ho fatto il comandante senza partecipare a guerre o missioni di pace.
Tirate le somme, mi trovo soddisfatto di aver scalato tante colline ma esposto a soffrire il confronto con chi abbia raggiunto la vetta di una montagna.
In parole povere, mi è mancata l’occasione di “sentirmi qualcuno” davanti allo specchio.
Per questo la mia risposta non può essere affermativa e se, conservando l’esperienza acquisita, potessi tornare al 1955, cercherei un’altra strada.
Domanda insidiosa : “…e se tu fossi arrivato ai vertici della gerarchia ? “
Avrei indossato l’abito del priore continuando a non essere monaco. La negazione permane.
Domanda di salvataggio : “Oggi i tempi sono cambiati e l’Esercito sta diventando oggetto di innovazioni clamorose. Saresti disposto a tornare ventenne per ripartire da questo momento ?”
Il quesito è stimolante ma, prima di rispondere, dovrei restare alla finestra ancora un po’.



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