Generale e Ambasciatore
Amedeo Guillet

Storia militare

Amedeo Guillet

Nato da una nobile famiglia piemontese, frequentò l'Accademia Militare di Modena, da cui uscì con i gradi di Sottotenente di Cavalleria del Regio Esercito Italiano nel 1931. Per il servizio di prima nomina venne assegnato al reggimento "Cavalleggeri di Monferrato", dimostrando ben presto spiccate qualità militari e, soprattutto, di cavaliere. Fu tra i primi Ufficiali della Cavalleria Italiana ad applicare rigorosamente il metodo di equitazione naturale del Capitano Federigo Caprilli e per le sue innate capacità equestri fu incluso tra i quattro cavalieri che avrebbero costituito la squadra italiana di equitazione per le Olimpiadi di Berlino del 1936. Fu inviato, quindi, a Budapest insieme al resto della squadra in una sorta di "ritiro" sportivo; nella capitale ungherese lasciò il segno come militare e sportivo di preclare qualità, ma anche come affascinante tombeur de femmes. Tuttavia, alle Olimpiadi di Berlino non arrivò mai. Era iniziata, infatti, la campagna di Abissinia ed il Tenente Guillet non ebbe minima esitazione nella scelta: il suo primo dovere di militare era di servire la Patria e, quindi, la campagna di guerra aveva priorità sulle Olimpiadi.
Amedeo Guillet Ottenne il trasferimento in Libia presso presso un reparto di Spahis e nell'ottobre 1935 partecipò, come comandante di plotone, alle prime azioni di guerra. Il 24 dicembre dello stesso anno venne ferito gravemente alla mano sinistra durante la battaglia di Selaclaclà. Al termine delle ostilità libiche, il 5 maggio del 1936, venne decorato a Tripoli dal Maresciallo d'Italia Italo Balbo per il suo esemplare e coraggioso comportamento in combattimento. Sempre a Tripoli, nel marzo del 1937, fu nominato organizzatore e responsabile della parte equestre della cerimonia in cui Mussolini si proclamò "difensore dell'Islam". Il mese successivo, sfilò a Roma, in occasione del primo anniversario dell'Impero, alla testa delle unità Spahis. Fidanzato da tempo con la cugina, Beatrice Gandolfo, si rifiutò di sposarla, pur amandola intensamente, per non dare adito ai malevoli di pensare che lo facesse solo per ottenere la promozione al grado di Capitano; infatti, erano da poco entrate in vigore alcune rigide normative che prevedevano per i dipendenti pubblici l'obbligo di essere coniugati per poter essere promossi ad incarichi e mansioni superiori.
Amedeo Guillet Nell'agosto del 1937, accettò la proposta del Generale Frusci di seguirlo nell'avventura della guerra civile spagnola, in cui ebbe la possibilità di distinguersi particolarmente nei combattimenti di Santander e Teruel, dove operò prima al comando di un reparto carri della divisione "Fiamme Nere" e poi alla testa di un tabor di cavalleria marocchina. Dopo un breve periodo di convalescenza in Italia, venne trasferito in Libia al comando del VII squadrone Savari, deluso dalla mancata promozione al grado di Capitano promessagli dal Generale Frusci al rientro dalla campagna di Spagna. Amedeo Guillet Poco prima dell'ingresso dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale, Guillet venne inviato in Eritrea e nominato Comandante del Gruppo Bande Amhara, primo esempio di unità militare multinazionale, forte di 1700 uomini di origine etiope, eritrea e yemenita inquadrati da Ufficiali italiani. L'unità aveva la consistenza di un reggimento e avrebbe dovuto essere comandata da un Colonnello, mentre lui era solo Tenente! Il compito assegnato al Gruppo di Guillet era di operare, in massima autonomia e libertà d'azione, contro il nemico che infestava la regione nord-occidentale dell'Eritrea.
Nel 1939, durante un combattimento contro la guerriglia nella regione di Dougur Dubà, il Tenente Guillet costrinse il nemico ad uno scontro in campo aperto. Durante una delle cariche, il suo cavallo venne colpito ed ucciso. Immediatamente, Guillet ordinò al suo attendente di dargliene un altro. Quando anche il secondo quadrupede fu colpito, trovandosi appiedato, si mise ai comandi di una mitragliatrice e sparò agli ultimi ribelli rimasti sul campo di battaglia. Per questa azione, "alto esempio di eroismo e sprezzo del pericolo", gli venne conferita la Medaglia d'argento al Valor Militare dalle autorità italiane. I suoi soldati indigeni, invece, lo soprannominarono "Comandante Diavolo" convinti che godesse di una sorta di immortalità. Ben presto le gesta belliche di Guillet divennero oggetto di discussione negli esclusivi circoli di occidentali ad Asmara e ad Adua, mentre la fama del Comandante Diavolo si diffondeva rapidamente in tutta l'Africa Orientale. In particolare, si fantasticava sullo stile di comando "democratico" (per l'epoca) del giovane Tenente, che trattava i soldati indigeni con dignità e rispetto, dando loro massima responsabilità e la possibilità di mantenere e curare i rispettivi usi e costumi. Molti colleghi di Guillet, invidiosi dei suoi risultati sul campo, di gran lunga migliori di quelli ottenuti da reparti regolari di italiani, "malignarono" non poco sul tipo di azione di comando adottata. Amedeo Guillet Bisogna, invece, ammettere che l'illuminato stile di comando di Guillet diede i suoi frutti: nella sua unità non si verificò mai un caso di diserzione, né di contrasto tra i soldati indigeni (pur appartenendo essi ad etnie e fedi religiose differenti). Permise, ad esempio, ai suoi uomini di portare sempre al seguito i nuclei familiari (come da tradizione locale) ed egli stesso ebbe una concubina eritrea, Kadija, figlia di un importante capo tribù, che lo seguì durante tutto il suo periodo di servizio in Eritrea (in barba alle disposizioni del Governatore italiano volte ad impedire, pena l'incarcerazione, la nascita di "rapporti duraturi" tra soldati italiani e donne del luogo). Anche nei confronti degli avversari catturati e delle popolazioni locali con cui entrava in contatto durante le attività operative tenne sempre un comportamento rispettoso e leale, da gentiluomo d'altri tempi.
Amedeo Guillet La sera del 20 gennaio 1941, il Tenente Guillet rientrò al forte di Cheru dopo una lunga ed estenuante attività di pattugliamento del territorio, ma gli venne ordinato di ripartire immediatamente per affrontare gli inglesi della Gazelle Force che minacciavano di accerchiare migliaia di soldati italiani in ritirata verso Agordat. L'improbo compito attribuitogli era di ritardare di almeno 24 ore la manovra dell'avversario, costringendolo a fermarsi nella piana tra Aicotà e Barentù. All'alba del 21 gennaio, dopo una furtiva manovra di aggiramento, il Gruppo di Guillet caricò il nemico alle spalle, creando scompiglio tra i ranghi anglo-indiani. Si trattò di uno spettacolo impressionante e, al contempo, incredibile: Guillet e i suoi uomini attaccarono, armati di sole spade, pistole e bombe a mano, le truppe appiedate e le colonne blindate inglesi . Dopo essere passati illesi tra le sbalordite truppe avversarie, il Gruppo tornò sulle posizioni iniziali per caricare nuovamente. Questo diede tempo agli inglesi di riorganizzarsi e di sparare ad alzo zero verso i cavalieri di nuovo all'attacco. In particolare, alcune pattuglie blindate inglesi iniziarono a dirigersi verso il fianco e il tergo lo schieramento di Guillet, minacciando di accerchiare il manipolo di soldati a cavallo. Il Tenente Roberto Togni, Vicecomandante del Gruppo, effettuò allora una mortale "carica di alleggerimento" con il suo plotone di trenta indigeni, per consentire al grosso del Gruppo di sganciarsi indenne. All'ordine di "CARICAT !" il plotone, con il Togni in testa, si gettò su una colonna di carri "Matilda", che aprirono il fuoco falciando mortalmente tutti gli uomini e i cavalli. Quel sacrificio permise, tuttavia, al resto delle truppe di Guillet di sganciarsi conseguendo appieno l'obiettivo: le truppe italiane in ritirata erano al sicuro dentro le fortificazioni di Agordat. Guillet pagò un alto prezzo per questa battaglia: 800 tra morti e feriti e la perdita del suo grande amico Togni. Fu quella l'ultima carica di cavalleria nella storia militare dell'Africa.
Guillet partecipò, alla testa di quello che rimaneva del suo Gruppo ormai appiedato, anche alle battaglie di Cochen e Teclesan, prima della caduta di Asmara avvenuta il 1° aprile 1941.

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