I TRE DIARI DEI RAID
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IL VIAGGIO DELL'ITALA DA PARIGI A PECHINO
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IL MIO VIAGGIO IN INDIA CON LE FERRARI
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IL VIAGGIO DELL'ITALA IN ITALIA 2007
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La partenza da Pechino il 10 giugno 1907. Il principe aveva ispezionato a cavallo i primi 500 km di percorso! Lo scopo, la misurazione con una canna di bambu' (tagliato della larghezza dell'auto) dei valichi e sentieri di montagna da percorrere. La prima parte del percorso subito difficilissima consisteva nel superare le montagne cinesi su sentieri impervi dove l'auto fu letteralmente trainata con funi da decine di uomini e animali.
Dopo aver attraversato i monti Urali e altre vicissitudini l'equipaggio raggiunge finalmente dopo Nishnii-Nowgorod la "buona" strada. Raggiungono Mosca il 27 luglio, Berlino il 5 agosto e finalmente Parigi il 10 Agosto! Si concludeva cosi' l'epica corsa attraverso paesi sterminati, 60 giorni di viaggio, 16.000 km percorsi dei quali 12.000 su strade non asfaltate e impossibili o appena tracciate, un viaggio lungo quanto "la metà del mondo".
GIANNI CARNEVALE
Vive a Bra.
Ufficiale del Genio Militare e poi del Corpo Tecnico dellEsercito (ora Corpo degli Ingegneri).
Professionalmente ha seguito la progettazione, la sperimentazione e il collaudo dei veicoli militari. Negli ultimi anni responsabile della qualità dei veicoli militari presso lo stabilimento Iveco di Bolzano (dove sono stati costruiti i camion 330-30 di Overland).
Ha partecipato a numerosi rally-raid sia come concorrente che come organizzatore. Due volte alla Parigi Dakar come equipaggio militare (dopo una partecipazione alla Mille Miglia è stata questa lunica partecipazione di equipaggi militari a gare automobilistiche). Nella seconda volta si è classificato primo tra i camion 6x6.
Ha partecipato a tutte le 6 spedizioni di Overland, dalla 3 come responsabile tecnico dei mezzi per carico dellIveco.
LA PARTENZA
Parigi, 20 luglio, la nostra avventura, l'avventura dell'Itala di ripercorrere lo storico raid del 1907 ha inizio. Siamo arrivati a Parigi il 13 luglio dopo una festa augurale in IVECO, sponsor del viaggio, la sera dell'11, con giornalisti, corrispondenti della stampa estera e l'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne. Una novità tenuta rigorosamente segreta fino all'ultimo. Abbiamo con noi una Fiat 500, l'ultima nata di casa Fiat. Accompagnerà l'Itala fino a Pechino, quasi un passaggio di testimone tra la signora di un secolo fa e la bambina di oggi, la tecnologia italiana di un secolo fa e la tecnologia italiana di oggi.
Siamo partiti da Torino verso Parigi passando per il valico del Piccolo San Bernardo. Di li passò Borghese rientrando in Italia dopo la conclusione del raid. Ripetendo il suo percorso ci sembra logico ripeterlo anche nel tragitto di rientro in Italia. Sosta per la notte a Moutiers, siamo nel cuore dei grandi complessi sciistici della Francia. Ripartiamo osservando il paesaggio intorno a noi. Grandi campagne, allevamenti e fattorie. Ci colpiscono le autostrade, più gradevoli di aspetto, meno impattanti nell'ambiente, meno barriere e meno cementificate che da noi. Si adagiano nel paesaggio, una piccola barriera al centro tra le due carreggiate e basta, nulla ai lati se non il verde della campagna circostante. Noi abbiamo inventato la VIA ottenendo in compenso un risultato disastroso.
A Parigi ci fermiamo in un sobborgo. L'ingombro dei nostri mezzi non ci consente di andare in un albergo in centro. Sarà così per tutto il viaggio, dovremo sempre fermarci nelle periferie delle città. Diamo una definitiva sistemata ai mezzi. E' sempre così quando si parte, c'è sempre bisogno di sistemare ancora qualcosa, e poi verso Londra dove ci aspetta il Reale Automobil Club. Passiamo la Manica sul traghetto, il tunnel sarà moderno e veloce ma la visione delle "bianche scogliere di Dover" è sempre affascinante. A Londra l'Itala viene esposta nel salone del RAC. Questo Automobil Club è una sorpresa per noi. E' un vero club, con sale di ritrovo, bar, ristorante, alle pareti quadri e foto della storia dell'automobilismo britannico e mondiale. Vetrine con coppe, targhe e sul tappeto del salone centrale, dove ora è l'Itala è sempre esposta una vettura di prestigio, storica o attuale. Completamente diverso dal nostro ACI che è invece solamente una struttura burocratica. Naturalmente nel club si entra solo in giacca e cravatta, una eccezione per noi nella nostra divisa con la maglietta Overland. Dopo la conferenza stampa ed il rinfresco ci concediamo un giro turistico per Londra. Per curiosità andiamo anche a vedere il ponte "dei frati neri" uno dei misteri della recente storia italiana. Al mattino dopo ancora una sveglia presto per poter andare in centro, nel quale si entra solo fino alle 8, per riprendere la nostra Itala e ripartire per Parigi.Anche qui siamo attesi dall'Automobil Club di Francia. E' in uno storico palazzo in Place de la Concorde a fianco alla sede della FIA la Federazione Internazionale dell'Automobile. Il pensiero corre all'inchiesta che qui si svolgerà tra pochi giorni per la storia dello spionaggio industriale a danno della Ferrari.Anche questo club ha l'aspetto di quello inglese, sale di ritrovo, ingresso solo con giacca e cravatta, alcune sale rigidamente riservate ai soli soci. L'Itala è esposta davanti all'ingresso e vi rimarrà fino alla partenza del mattino dopo. Purtroppo qui ci aspetta una sgradita sorpresa. Al mattino entriamo per la conferenza stampa ed il rinfresco, ma alla sera per la cena, avendo solo la maglietta di Overland non ci viene permesso di entrare. Entra solo Beppe Tenti che riesce a recuperare una giacca ed una cravatta. In anni di viaggi con Overland non ci era mai successo una cosa come questa.
Tra di noi i commenti malevoli sui francesi naturalmente si sprecano.
Lasciamo Parigi diretti verso il Belgio su strade normali. La velocità di crociera dell'Itala, 50-60 all'ora ci sconsiglia di seguire le autostrade. Inizia la campagna, leggermente ondulata, bella curata con linde casette degli agricoltori. Passiamo sui campi di battaglia della 1° guerra mondiale, della Somma, della Marna, dello Chemin de Dame. Tanti cippi a ricordo di spaventosi massacri; vediamo anche il cippo a ricordo dell'armistizio del 1918. Poi i forti della Linea Maginot, ora utilizzati per la coltivazione dei funghi. Almeno ora servono a qualcosa. L'aspetto delle strade è sempre gradevole, adagiate sul terreno, non impattanti. Notiamo che le statali sono decisamente più ampie e veloci che da noi, tanto che la nostra media non differisce molto dalla velocità di crociera dell'Itala. Naturalmente a favore gioca la conformazione del terreno, più pianeggiante che da noi, costretti a lottare con montagne e dirupi. All'ingresso in Belgio ci viene incontro una carovana di vetture storiche, solo italiane, del Reale Automobil Club del Belgio, il RACB. In molte rotonde, all'ingresso dei paesi, un simbolo dell'attività locale, a Chimay una vasca di fermentazione della birra, altrove il carrellino di una miniera o la statua di una mucca. Ripenso a Bra, perché non mettere nella rotonda di Bandito una macchina dei conciapelle? Il paesaggio non cambia molto da quello francese, boschi e campi, mucche al pascolo casette unifamiliari in mattoni a vista o in pietra, tetti molto spioventi ricoperti con lastre di ardesia. C'è uniformità nell'architettura nella campagne e l'aspetto è gradevole. Sostiamo prima a Liegi poi a Brusseles sempre accompagnati dalle vetture storiche italiane. E' commovente l'ospitalità che ci viene offerta dai nostri connazionali che risiedono in Belgio. Sono tantissimi, l'italiano è la lingua straniera più parlata, ovunque si incontra qualcuno che parla italiano. non c'è locale pubblico ove non si parli italiano. A Brusseles la festa per il nostro arrivo è nella piazza davanti al monumento celebrativo dell'indipendenza, tra il museo dell'automobile, il museo dell'aviazione e quello storico. Ad accoglierci, con i rappresentanti del RACB anche l'ambasciatore italiano, il console italiano e tanti nostri connazionali. In tutti i discorsi affiora il valore del contributo italiano allo sviluppo del paese.
In Francia e Belgio siamo in tempo di vacanze e di feste nazionali, il 14 luglio in Francia,il 22 luglio in Belgio. C'è molto traffico turistico. In questo traffico notiamo una differenza con l'Italia, ci sono tante roulotte in circolazione ma pochi camper, l'esatto opposto che da noi. Sarà la maggiore disponibilità di campeggi e di vetture più grandi che possono meglio trainare una roulotte.
Brussel (o Brusselles secondo la lingua) ci appare stranamente deserta. Sono iniziate le ferie estive ed è come da noi a Ferragosto. Molti negozi ed esercizi commerciali sono chiusi. Ancora auto storiche, questa volte tutte Lancia, ci accompagnano verso l'Olanda. Passiamo per la piazza intitolata al Maresciallo Montgomery, con il relativo monumento e ci avviamo per la campagna. Siamo nella parte fiamminga del Belgio le scritte non sono più in francese ma in fiammingo. Non c'è bilinguismo, in tutta serenità le scritte sono nella lingua prevalente del posto. Attraversiamo i primi canali con i classici ponti apribili per permettere il transito delle barche. Il paesaggio non cambia, linde casette con tanti fiori, tutte unifamiliari, i condomini esistono solo nelle grandi città, nei boschi che attraversiamo ci aspettiamo di vedere da un momento all'altro uscire dei folletti. Sembra proprio il paese delle fate. Senza più frontiera entriamo in Olanda, solo un evidente cambiamento, ai lati delle strade le piste ciclabili per le quali l'Olanda è celebre nel mondo. La nostra destinazione è Raamsdonksweer al museo nazionale dell'automobile dove siamo accolti dal locale Automobil Club. Anche a Brussel eravamo stati accolti nel locale museo dell'auto, l'Autoword. Possiamo fare un confronto tra i due musei. A Brussel la provincia ha ristrutturato uno dei complessi della monumento celebrativo del cinquantenario dell'indipendenza e lo ha posto a disposizione del museo nel quale collezionisti privati possono esporre le loro vetture. A Raamsdonksweer l'edificio invece è privato ma le vetture sono sempre di proprietà di collezionisti privati. Questo secondo museo è stupefacente, con pezzi veramente pregiati splendidamente conservati. Tutta la storia dell'automobilismo, dalle prime vetture del 1885 - 86 ai giorni nostri. Nei due musei vi sono curiosità incredibili, uno dei primi camper, siamo nel 1911 su telaio Ford, una delle prime 4x4 una Spyker del 1903, la trazione integrale è più vecchia di quanto possiamo generalmente pensare, un ufficio mobile del 1932, una roulotte del 1937, le prime Ferrari del 1949, le Maserati e le Alfa da corsa, compresa la vettura di Nuvolari, vetture che hanno corso a Le Mans e ad Indianapolis, vetture appartenute a personaggi celebri, come Churchill e Presley e la famosa Aston Martin di James Bond. Il museo di Raamsdonksweer, per un appassionato di auto merita un viaggio.
Ad oggi, 24 luglio, da Parigi abbiamo percorso 725 chilometri e l'Itala si comporta splendidamente, come si addice ad una nobile signora.
IL CENTRO EUROPA
L'Olanda ci saluta con un cielo coperto ed un tempo uggioso, il classico tempo del nord. Una veloce autostrada ci porta fino al confine tedesco che attraversiamo solo sulla carta grazie a quella meravigliosa invenzione che è l'Europa Unita. In Olanda le autostrade sono gratuite. Dal confine tedesco seguiamo invece le strade normali per poter osservare meglio il paesaggio e la natura circostante. Questo non ci penalizza nella media perché le strade tedesche, in questa regione sono molto belle e scorrevoli. Intorno a noi boschi e campi con mucche al pascolo e pecore, tante, più di quante ci aspettassimo. Scavalchiamo canali sui quali navigano chiatte che trasportano di tutto, ma in prevalenza minerali e carbone.
Una conferma che il trasporto fluviale è molto sviluppato nel Nord Europa. Le chiatte nella parte posteriore hanno l'abitazione del padrone e della sua famiglia e sul tetto l'auto per quando scende a terra. Da tempo osserviamo le biciclette locali, come in Olanda anche in Germania le bici sono diverse dalle nostre, il manubrio è molto più alto, la persona sta in sella con il busto più eretto. Inoltre vi sono manubri con due posizioni, una più alta ed una più bassa. Corriamo sempre tra boschi e campi, siamo nella grande pianura del nord. Vediamo anche dei pozzi di petrolio, con le caratteristiche pompe a giraffa. Le strade nel bosco sono stupende, quasi sempre a lato una pista ciclabile. Sempre più numerose ci appaiono all'orizzonte le torri delle centrali eoliche. Il vento che spira costantemente nella grande pianura ha fatto sviluppare lo sfruttamento di questa forma di energia rinnovabile ed assolutamente gratuita. Vi passiamo vicino ma non sentiamo il rumore che alcuni sostengono queste centrali emettano. Sono assolutamente silenziose. Seguiamo la strada n° 1 che attraversa praticamente tutta la Germania da Ovest ad Est.
Usiamo l'autostrada solo per aggirare le città più grandi, Baumschweig e Magdeburg e nell'ultimo tratto per arrivare a Berlino. Scavalchiamo l'Elba uno dei grandi fiumi della Germania. Qui nel 1945 si incontrarono Americani e Russi e divenne il confine tra le linee di demarcazione dei territori di occupazione della Germania da parte degli Alleati. Poi segnò il confine tra le due Germanie fino alla riunificazione del 1990. L'area della ex DDR ha ancora un aspetto diverso, che i tedeschi cercano di cancellare, di uniformare agli altri territori. Le fattorie hanno una estensione maggiore, l'estensione che deriva dalle fattorie collettive di ispirazione sovietica, in pratica una nuova forma di latifondo, si vedono meno case unifamiliari, quelle che ci sono, sono di costruzione recente dopo il 1990, in compenso più condomini, architettonicamente discutibili, nel classico stile dell'Est. La temperatura sale e fa di nuovo caldo. Arriviamo a Berlino, guardiamo l'orologio e ci rifacciamo alla cronaca del viaggio dell'Itala del 1907, raccontata da Barzini. Dopo cento anni, tra semafori, traffico ed altro abbiamo impiegato nel tratto Hannover Berlino più tempo di Borghese. Berlino entusiasma ogni volta il visitatore, non solo per le sue bellezze ma per la trasformazione evidente di interi quartieri a distanza di pochi anni, a volte di pochi mesi. L'Itala compie il suo giro per la città, Dall'Opera per viale Bismark e viale 17 giugno, a ricordo della prima rivolta degli operai tedeschi contro il regime comunista, attraverso il Tiergarden, la riserva di caccia reale, alla Porta di Brandeburgo, la vecchia porta di accesso alla città. Poi la Unter Den Linden, il viale delle passeggiate dei berlinesi, il Reichstag, ora Bundestag, sede del parlamento, ed il famoso muro, del quale esistono ora solo pochi metri ma del quale è rimasta la traccia sulle strade di tutto il suo sviluppo. C'è ancora il Check Point Charlie, il famoso punto di transito tra i due settori della città, attore in tante storie e film di spionaggio. Sorprende il monumento al soldato sovietico, eretto incomprensibilmente nell'ex settore occidentale ed la folla che affolla il monumento a ricordo delle vittime dell'olocausto. Ma quello che più sorprende è l'Alexander Platz, con i suoi splendidi edifici eretti dai migliori architetti, e la trasformazione architettonica di tutta la parte est della città, segno tangibile del desiderio di una totale rottura con un triste passato. Desiderio che traspare anche dalle parole dei berlinesi, sopratutto dei più giovani, per loro la DDR è come se non fosse mai esistita, cancellata. Non esiste neanche più la cancelleria ed il famoso buncher di Hitler, demoliti e cancellati. Aria di festa sul fiume Spree con i battelli carichi di turisti e berlinesi. Incontriamo molti turisti italiani in giro per Berlino, ci riconoscono come "Quelli di Overland" ed è sempre una grande festa. I tedeschi sono invece più interessati all'Itala. La parte ufficiale della nostra sosta a Berlino è al Meilenwerk, un misto tra museo, officina, garage e centro di scambi. Vi sono vetture d'epoca e moderne, di privati che qui le tengono tra una manifestazione ed un'altra, vetture esposte per la vendita e vetture storiche esposte al pubblico. Un'officina per le riparazioni e la messa a punto delle vetture. Un bel complesso ricavato in una vecchia fabbrica modernamente ristrutturata. Non manca il bar ed il ristorante. Alla conferenza stampa la presenza dell'Ambasciatore d'Italia che ci saluta e ci augura "Buon viaggio".
Lasciamo la Germania sotto un cielo plumbeo che dopo poco si trasforma in una pioggia incessante che ci accompagnerà fino a Poznan. Perdiamo molto tempo per acquistare il biglietto del pagamento del pedaggio autostradale per i nostri due camion l'Eurocargo ed il Trakker dell'Iveco.Il sistema di pagamento del pedaggio autostradale per i camion in Germania è laborioso e seccante. In questo il nostro sistema dei caselli è molto più semplice. Chi percorre frequentemente tratte tedesche installa a bordo un "Gobox" una specie di Telepass che viene caricato come una scheda prepagata. Lungo il percorso sono installati dei sensori che scaricano dal Gobox l'importo della tratta percorsa. Se invece l'uso delle autostrade è saltuario, come nel nostro caso, non è conveniente acquistare il Gobox, che è vincolato alla targa del veicolo, bisogna acquistare nelle stazioni di servizio da macchinette tipo "bancomat" il biglietto per la tratta che si vuol percorrere. E qui cominciano i guai. il nome delle stazioni spesso non coincide con quello segnato sulla carta, la classe del veicolo è incomprensibile, l'apparecchio spesso non legge la carta di credito, è molto lento nelle operazioni, se si cambia percorso bisogna modificare il biglietto. Il sistema ricorda molto quello primitivo della Torino - Milano. E' vero che è impensabile costruire oggi caselli a tutte le uscite delle autostrade, ma da una nazione tecnicamente all'avanguardia ci saremmo aspettati un sistema più semplice. Come conseguenza in alcuni tratti abbiamo viaggiato da irregolari. La dogana tra Germania e Polonia è velocissima, la strada corre continuamente tra boschi e prati. Noi viaggiamo sui 60 chilometri all'ora, condizionati dalla velocità della Itala. Così siamo continuamente sorpassati da camion di tutte le nazionalità, che sfrecciano a velocità più sostenuta. Certamente Borghese non avrà avuto di questi problemi. Continua a piovere e Luciano e Rocco che guidano la Itala sono completamente bagnati. In Polonia si pagano le autostrade con un sistema strano, i camion devono comprare il biglietto, da apporre sul parabrezza in entrata e per i giorni di permanenza, le vetture pagano invece alle barriere lungo le autostrade, Non riusciamo a comprendere il motivo di questa differenza. Dopo una sosta a Poznan proseguiamo per Varsavia. Il tempo migliora la temperatura risale. Il paesaggio non cambia, campi coltivati e boschi. A Konin lasciamo l'autostrada e prendiamo la statale per godere di più del paesaggio e della vita intorno a noi. L'impressione che ricaviamo è di una nazione che sta cercando di raggiungere un più elevato tenore di vita dando più importanza alle attività produttive che al benessere dei singoli. Molti lavori sulle strade, nuovi tratti di autostrade, fabbriche moderne accanto ad abitazioni ancora modeste. Raggiungiamo Varsavia dove ci aspetta l'Ambasciatore d'Italia e la Fiat..
LA POLONIA
A Varsavia l'Ambasciatore d'Italia, la Sig.ra Anna Blefari Melazzi ha organizzato un ricevimento in nostro onore. Presenti autorità, giornalisti, imprenditori locali tra i quali alcuni italiani che hanno realizzato aziende in Polonia. Dopo il ricevimento un giro perla città, il palazzo reale, la città vecchia; eludendo ma con circospezione il divieto di transito, facciamo fare all'Itala ed alla 500 il giro della storica piazza. Poi il Palazzo della cultura, in puro stile sovietico, regalato negli anni '50 dalla Russia a tutti le nazioni del Patto di Varsavia. Infine la Vistola, il fiume di Varsavia, il monumento a Jan Kiliuski, l'eroe della storia polacca ed il monumento commemorativo della battaglia di Montecassino, a ricordo dello sfondamento della linea Gustav ad opera dei polacchi nella campagna d'Italia. A vedere oggi Varsavia sembra impossibile che tra il '39 ed il '44 più dell'84% della città sia stata distrutta. Lasciamo Varsavia. La periferia da ancora una idea dello spirito di progresso che anima i polacchi. Palazzi moderni, aziende nuovissime, strade in costruzione ovunque. Le nuove strade hanno fatto anche cambiare la numerazione delle vecchie strade, così a volte siamo in difficoltà con le nostre carte. Il paesaggio non cambia, sempre pianura, con campi e boschi, le betulle si fanno sempre più numerose. Ancora case in legno, si comincia a vedere qualche strada bianca, e cicogne con i loro caratteristici nidi sui camini o sui pali della luce.
Ai lati della strada persone che vendono funghi e mirtilli. Ne facciamo scorta e ci concediamo una spaghettata preparata da Enzo e Valter, che oggi 31 luglio festeggia il suo compleanno, riccamente condita di funghi. Attraversiamo la regione dei grandi parchi, il Bialowieski, a cavallo tra Polonia e Bielorussia, il Nadbuzanski, il Narwianski, il Biebrzanski, il Wigierski realizzati nel territorio delle tre grandi puszca della Polonia orientale. Bialystok è il centro di questa regione, che verrà attraversata dal nuovo asse europeo da Praga ad Helsinki. Nel parco Bialowieski, ma non riusciamo a vederli, vivono e sono protetti i rari esemplari di bisonte europeo. Anche se è estate, cielo coperto e temperatura bassa, tanto da farci accendere il riscaldamento nei nostri mezzi. Ogni tanto un po' di pioggia bagna il terreno e fa crescere il rigoglioso foraggio per le mandrie di mucche che vediamo sui campi, negli intervalli tra i tratti di bosco e con vicino le tipiche case in legno del nord dell'Europa. Pensiamo ai nostri cari che in Italia stanno soffrendo il caldo.
Per il viaggio abbiamo adottato una formazione che tiene conto delle varie esigenze. L'Itala è sempre preceduta da un altro mezzo per lasciarle lo spazio necessario per le frenate e le manovre. Con i soli freni sull'asse posteriore ha degli spazi di frenata piuttosto lunghi. Segue la 500, "la bambina" l'ultima nata di casa Fiat, è il modello con motore diesel dalle prestazioni insuperabili per ripresa e consumi, seguono i due Massif la nuova vettura fuoristrada dell'Iveco, cinque posti, un motore di 3 litri erogante 145 Hp, 6 marce con riduttore e trazione anteriore inseribile. Il tutto in 4,70 metri di lunghezza. Dietro, ancora non commercializzato, il nuovo Daily 4x4, cassonato con i ricambi ed i rifornimenti per l'Itala. Si differenzia dall'ultimo modello di Daily per la presenza del riduttore a due rapporti di riduzione, la trazione integrale permanente ed il motore da 180 Hp. Può arrivare ad un peso a terra di 5,5 Ton. Le apparecchiature per le riprese televisive sono trasportate su un 40.10W di derivazione militare, già usato nei precedenti viaggi di Overland. Un veicolo lungo 4,70 metri, con trazione anteriore inseribile, con un motore da 120 Hp, semplice ed affidabile, praticamente indistruttibile. Completano il parco mezzi dell'Iveco al seguito di Itala, un Eurocargo 140E24W sempre a trazione integrale permanente, differenziali bloccabili, con motore da 240 Hp ed un peso di 14 Ton attrezzato ad officina e cucina di emergenza ed un Trakker 380T50 un 6x4 con un poderoso motore Cursor da 500 Hp, cambio automatico, con un box per il trasporto di tutto il materiale necessario al viaggio. Rispetto ai precedenti viaggi di Overland anche una moto, una Ducati, il modello Multistrada, lanciato nel 2004, un bicilindrico di 620 cc ed una velocità di circa 200 km/ora. Utile per le riprese televisive e per i fotografi, è una moto stabile, totalmente affidabile.
Incontriamo molto traffico di camion che vengono e vanno dal confine con la Lituania, incrociamo linee ferroviarie, ma su queste non vediamo molto traffico. Il trasporto su gomma la fa da padrone.
Lasciamo la Polonia con un bel ricordo di questo paese, il suo verde, i suoi boschi, la volontà di crescere dei suoi abitanti, il cibo. Tra tutti i paesi attraversati la Polonia è stato quello nel quale abbiamo mangiato meglio. Entriamo in Lituania. Alla frontiera i poliziotti polacchi ci salutano calorosamente ma frettolosamente, in pratica la nostra sosta è solo per cambiare la valuta, gli sloti in luti. Alla frontiera lituana poche chiacchiere di Beppe Tenti con le guardie che non guardano neppure i nostri passaporti e siamo in marcia verso Vilnius, la capitale. Che meraviglia l'Europa. Come sembrano lontani i tempi in cui anche solo per andare in Francia erano necessarie ore ed ore alla frontiera. Riusciranno i nostri nipoti a vedere in Europa una sola unica grande nazione?
LE REPUBBLICHE BALTICHE
Da Varsavia puntiamo verso nord sempre seguendo a ritroso il percorso dell'Itala del 1907. Ovunque è tanta la curiosità della gente nel vedere la nostra vettura. sulle strade molti ci sorpassano, poi si fermano per fotografarci. quando siamo fermi, la sera davanti all'albergo o per un boccone o per fare il pieno c'è sempre calca intorno alla nostra vecchia signora. Molti, increduli, non credono che possa ancora marciare regolarmente. Quando riparte restano sorpresi ed ammirati. Il paesaggio intorno a noi non cambia, siamo sempre nelle grandi pianure del nord, con tanti boschi, campi e prati. Lasciamo la Polonia e senza accorgercene entriamo in Lituania. Ormai le frontiere in Europa sono solo un vago ricordo, una sola espressione geografica. Stiamo seguendo quella che fu definita "La via dell'ambra", quella tracciata da viaggiatori e carovane che portavano verso il centro dell'Europa questo materiale prezioso. Il traffico è intenso ma scorrevole, tanti camion che trasportano merci tra i vari paesi. Intorno a noi il paesaggio scorre sempre dolce, da un senso di quiete, laghetti, mandrie al pascolo, case in legno, si vedono le prime casette per la sauna. A Vilnius ci accoglie l'Ambasciatore d'Italia in una splendida villa di stile palladiano perfettamente restaurata. Intorno un quartiere residenziale con tante belle case in legno, curate e ben tenute. In centro, tra i tanti palazzi storici, i molti negozi che vendono oggetti d'ambra ricordano ancora che siamo sulla "via dell'ambra". Man mano che procediamo verso nord diminuiscono i campi coltivati e crescono, negli spazi liberi dai boschi, i prati. Il clima sempre più rigido impedisce la coltivazione di ortaggi, vi sono solo campi di patate. Non più grano ma avena e segala, i centri abitati sono sempre più piccoli mentre si vedono tante case isolate. Riga, la capitale della Lettonia coi stupisce con la sua bellezza. Il centro storico, perfettamente conservato è chiuso, materialmente, con barriere fisiche al traffico motorizzato, possono entrare solo i residenti con la tessera che permette di aprire le sbarre. Un lato di una via della città, chiamata proprio via dell'ambra è tutto un susseguirsi di negozi di ambra, in genere collane e bracciali. Ne approfittiamo per pensare ad un ricordo per chi ci aspetta a casa. Anche a Riga, incontriamo l'Ambasciatore d'Italia. In serata riusciamo a fare un giro nel centro storico con l'Itala. E' venerdì e la città è affollata di giovani e turisti. Abbiamo acceso i vecchi fari a carburo dell'Itala, tutti interrompono il passeggio o il parlare per dedicarle uno sguardo o una foto, scattano lampi, si vedono telefonini in mano a tutti.
Siamo ammirati da questi posti. Cosa ci ha colpito di più? Certamente, per noi maschietti, le ragazze. Bellissime, a giudizio di quanti di noi hanno visto molti paesi, tra le più belle del mondo. Nasce tra noi una espressione: Qui la più brutta è arrivata seconda al concorso di Miss Mondo! La cultura, si può tranquillamente parlare in inglese con chiunque o in francese o tedesco. L'amore per il mare e per il sole, tante barche nei porti e quando c'è un po' di sole tutti nei parchi o nei giardini a godersi il sole. Rare le persiane o le imposte, che entri pure il sole sempre! Il collegamento Internet, anche senza cavi, è disponibile ovunque ed è gratuito in tutti gli alberghi. La loro storia ed il ricordo di tempi bui. Le repubbliche baltiche sono state nei secoli in lotta, considerate terra di conquista, con polacchi, svedesi, tedeschi, russi. Oggi i baltici, pur provenendo da ceppi diversi e con lingue diverse, sono fieri della loro indipendenza ed anche il periodo nel quale facevano parte dell'URSS è considerato "di occupazione sovietica". Qualcosa di negativo? Forse la sera scorre un troppa birra e la pubblicità dei locali notturni occupa quasi la metà delle guide delle città.
LA RUSSIA
Dalla Lettonia attraversiamo venti chilometri di Estonia e siamo al confine con la Russia. Negli ultimo chilometri il paesaggio non è cambiato, è solo diminuita la presenza umana. Poche case, quasi sempre in legno, scarsi servizi lungo la strada, si nota che ci si sta avvicinando ad una frontiera difficile. Una lunga fila di autocarri in attesa aumenta la nostra preoccupazione. Un breve, formale controllo alla frontiera estone e ci presentiamo alla dogana russa. Abbiamo superato, come altre volte senza suscitare violente reazioni, la lunga colonna di camion in attesa sperando nel fatto che abbiamo solo due camion che accodiamo alle vetture ed all'Itala, questa la mettiamo in testa, sperando nella comprensione degli agenti russi. La frontiera questa volta è fisica, reticolato, filo spinato, un vero cancello può essere chiuso per sbarrare la strada. La zona è desolata, non un bar, non un cambiavalute, solo una modesta sala di attesa. Dei semafori regolano il flusso delle rare vetture e dei camion fermi nella chilometrica fila. Il ricordo dei due giorni passati tre anni fa da Enzo a questa dogana, ci fa temere il peggio. Ma dopo un poco ci accorgiamo che qualcosa, nel frattempo è cambiato, l'Itala passa, passa la Ducati, le pratiche vanno avanti. La carta verde non vale, si deve stipulare una assicurazione locale, ci viene dato con essa anche il modulo per la constatazione amichevole dell'incidente, simile al nostro ma regolarmente in cirillico. Si compilano moduli su moduli, alcuni con domande assurde: trasportate armi o esplosivi, siete venuti per compiere atti illeciti? Mi ricorda il simile modulo alla frontiera degli States. Bisogna proprio azzerare la propria intelligenza per accettare la burocrazia russa, fatta di moduli, timbri e firme dei quali non si riesce a comprendere l'utilità. In frontiera i funzionari vogliono vistare e timbrare i dischi del cronotachigrafo. ma noi abbiamo i nuovi digitali, Enzo ed Angelo fanno stampare la strisca che viene osservata con evidente perplessità e con aria interrogativa, poi non sapendo che pesci prendere la timbrano con indifferenza. Infine quello che consideriamo un miracolo. Sono passate solo 5 ore e siamo sulla strada per Pskov, la nostra tappa. Certo le scritte sui nostri mezzi, la pazienza di Beppe, qualche maglietta hanno aiutato a superare le difficoltà. Dinanzi a noi si apre questo paese sconfinato, compreso in ben undici fusi orari. A Mits Smidta, poco prima dello stretto di Bering, ricordiamo di aver visto il cippo che segna la posizione del 180° meridiano, l'opposto di Londra.
Lungo la strada i cartelli sono in cirillico ed in caratteri latini. Anche questo dimostra che qualcosa è cambiato, che i tempi della contrapposizione dei blocchi sono definitivamente tramontati. Certamente occorreranno altri anni perché la mentalità acquisita in quel periodo scompaia per far posto ad una più aperta e meno sospettosa, ma la via è aperta. Facciamo tappa a Pskov, cinta dalle sue mura del 1200, con le sue cupole scintillanti sotto il sole del tramonto. Le cupole dorate delle chiese russe, uno spettacolo che ci affascinerà per tutto il periodo che trascorreremo in Russia. La sera cerchiamo di familiarizzare con gli abitanti in un locale lungo la Velikaja, il fiume che bagna Pskov. E' facile, pur con un vocabolario estremamente ridotto, riusciamo a scambiare alcune espressioni. Non c'è chiusura nei nostri confronti, anzi molta disponibilità. Ma il nostro pensiero è rivolto a San Pietroburgo dove andremo domani.
San Pietroburgo. La strada corre diritta nel bosco per chilometri, Sempre tanto verde, i villaggi sono fatti da case in legno disposte lungo la strada, alcune abitate, ben tenute, altre abbandonate ed in rovina. Il fenomeno dell'inurbamento, della corsa verso la grande città, è evidente anche qui. Il traffico, inizialmente scarso, aumenta man mano che ci si avvicina alle città. Il traffico pesante crea dei solchi sulle strade che provocano sbandamenti laterali delle vetture, in alcuni tratti sono molto evidenti. I chilometri passano e dobbiamo fare rifornimento. Noi siamo abituati a fare il pieno e poi pagare, in Russia è diverso, si va alla cassa, si paga il carburante che si vuole avere ed il gestore abilita la pompa per l'importo o i litri chiesti. Per noi, abituati a fare sempre il pieno è un problema. Naturalmente sarà necessario stimare sempre per difetto e quindi saremo costretti a fare più soste.
Man mano che ci avviciniamo a San Pietroburgo diminuiscono i boschi, aumentano i campi ed il traffico. E si vedono anche monumenti che ricordano la guerra sostenuta nel secondo conflitto mondiale. La Russia in questo conflitto ha pagato un tributo enorme, anche se non esente dalla colpa di averlo scatenato, ed è naturale che voglia ricordare i sacrifici sofferti. Ci fermiamo in albergo e siamo letteralmente circondati, tante inflessioni dialettali ma tutte italiane. San Pietroburgo è invasa dagli italiani, dobbiamo letteralmente difendere l'Itala e Beppe Tenti dalla curiosità dei nostri connazionali.
In serata, presente il nostro console, conferenza stampa di presentazione del nostro viaggio ai giornalisti ed alla televisione russa, che trasmetterà poi un bel servizio su di noi.
Il giorno dopo è tutto nostro per fare i turisti.
Un solo giorno può dare solo una pallida idea di cosa è San Pietroburgo. Un dato solamente. Per visitare l'Hermirage dedicando un minuto ad ogni opera esposta sarebbero necessari undici anni. Il Palazzo dell'Ammiragliato, la Cattedrale di Sant'Isacco, le statue dei grandi Zar, Pietro il grande, Alessandro Secondo, Nicola Primo, la Porta di Narva, celebrativa della vittoria su Napoleone, la Piazza dei Decentristi, teatro dei primi moti rivoluzionari, i canali che la fanno tanto somigliare ad Amsterdam, le cupole dorate delle tante chiese, la prospettiva Nevskiy centro della vita mondana e serale ed il grande monumento celebrativo della resistenza ai tedeschi durante i 900 giorni di assedio. E' quasi triste lasciare una così bella città, ci consola il fatto che ci aspetta Mosca, forse non bella architettonicamente come San Pietroburgo, ma certamente tanto interessante.
La strada per Mosca.
Le nostre tappe sono di 300-400 chilometri al giorno, cercando di ripetere oltre al percorso anche le stesse tappe che fece Borghese nel 1907 ma siamo anche condizionati dalla disponibilità di alberghi. Così per arrivare a Mosca ci fermiamo a Novgorod ed a Tver che invece Borghese saltò. La prima una graziosa città, con il suo Cremlino cinto da mura, tante chiese di ogni epoca e la spiaggia sul fiume Volkhov affollata di bagnanti.
La strada corre tra boschi di betulle ed abeti, a volte il percorso diventa quasi noioso per la sua uniformità. sappiamo che verso Est sarà sempre più monotono nella taiga siberiana, Ci fermiamo ogni tanto per il rifornimento, sempre pagando in anticipo, e siamo colpiti dalla stato delle stazioni di sevizio. Servizi igienici mancanti o inservibili ed il gestore che con la massima naturalezza ti invita ad andare nel prato. Va bene per i maschietti, ma per le signore? A Tver ci riserviamo una cena con la nostra pasta condita con funghi comprati nei banchetti lungo la strada e raccolti da Michele, Davide e Giancarlo durante la sosta in una radura per lo spuntino di mezzogiorno. Per inciso, quelli che vendono funghi e mirtilli lungo la strada non sono poveri contadini, hanno l'auto con la quale sono arrivati sul posto parcheggiata a fianco.
La strada non è tutta uguale, a volte larga a doppia carreggiata a volte stretta dal fondo sconnesso. Alcuni semafori nei centri abitati creano lunghe colonne. Stanno lavorando e tra qualche tempo sarà tutta larga e scorrevole. Incontriamo molti posti di controllo fissi della polizia, residuo dei drastici controlli sui movimenti di merci e persone dei tempi andati, oggi solo controllo del traffico con tante pistole laser per colpire gli indisciplinati. Viene fermato anche il Torpedo di Carlo con Paolo, l'operatore, in rincorsa per raggiungerci, ma se la cavano con una romanzina, naturalmente in russo, incomprensibile nelle parole ma inequivocabile nel significato.
Al visitatore che arriva per strada Mosca si presenta con due aspetti distinti: il ricordo dell'ultima guerra, due grandi monumenti, uno eretto proprio nel posto ove furono fermate le truppe tedesche, e grandi centri commerciali di stile e marca occidentale, Ikea, Auchan ed altri, immagine del consumismo ormai imperante.
Imbocchiamo il più esterno dei 4 anelli o ring di Mosca, 5 corsie per lato e 160 chilometri di lunghezza. Nonostante le sue corsie, intasato dal traffico come le nostre tangenziali. Il traffico di Mosca. Sono perse nella notte dei tempi le strade deserte dove sfrecciavano solo le Volga della nomenclatura del partito. Oggi vetture di tutti i tipi, costose auto occidentali, auto giapponesi e coreane, Lada (la nostra Fiat 124 prodotta a Togliattigrad) e Volga quasi come utilitarie. Tutte le auto più prestigiose hanno i vetri oscurati, moda o ricordo della riservatezza dei vecchi funzionari? Si nota un diffuso benessere, dopo la fame dei tempi andati per usare una espressione semplice ma efficace, oggi finalmente i russi hanno la pancia piena.
Non è ancora sparita la vecchia burocrazia, alcuni episodi sono addirittura sconcertanti.
A Novgorod Gianni, Beppe, Paolo vanno dal barbiere. Salone per uomo e donna. Sala di attesa al centro, stanza per uomini a sinistra per donne a destra. Da noi maschietti lavora solo una ragazza, un'altra legge un libro seduta su una delle due poltrone per clienti. Quando la ragazza ha finito di tagliare i capelli l'altra smette di leggere, compila la ricevuta, a mano, madre e figlia ed incassa il denaro, poi torna al suo libro. Un minuto di lavoro ogni mezz'ora. Ancora. Nell'albergo dove siamo alloggiati se qualcuno va per qualsivoglia motivo alla reception, si sente chiedere il passaporto, che naturalmente non ha perché viene da loro ritirato. Sono alla reception, dopo aver risposto che il mio passaporto lo hanno loro, chiedo quello che mi serve (la chiave della camera non funzionava). Mi allontano ma dopo pochi passi ritorno al banco per un altro motivo e la ragazza con l'aria più serafica di questo mondo mi chiede ancora il passaporto. Proviamo a ragionare. Sono venuto da te, mi hai chiesto il passaporto, ti ho detto che lo hai tu, ho smesso di parlare con te da trenta secondi, mi sono allontanato di pochi passi e prima di rispondere alla mia nuova domanda mi chiedi di nuovo il passaporto? Ma, ragazza hai innestato la spina?
Mosca. Monumentale ma non bella. Sono poche le cose che ti colpiscono. Dopo la Piazza Rossa, il Cremlino, la cattedrale di San Basilio non c'è molto che ti entusiasmi. Il palazzo dell'università, simile a tutti gli altri degli ex paesi satelliti, le grandi arterie di scorrimento, la Moscova, la collina dalla quale Napoleone vide Mosca bruciare. Il brutto, come in tutte le città della Russia è nei quartieri periferici. Squallidi condomini, veri cubi di cemento, orrendi a vedersi. Sembra impossibile che un popolo che ha espresso tanti scrittori, musicisti, artisti in ogni campo possa aver realizzato brutture simili. Nei centri storici molti palazzi sono stati restaurati perfettamente, come quello dell'Ambasciata d'Italia, un gioiello dei secoli scorsi. Guardandosi in giro con attenzione però nell'architettura si nota un qualcosa, è una linea di confine, un prima ed un dopo, un prima del '90 ed un dopo il '90. Sono stili, materiali, completamente diversi.
Una curiosità. Quasi dell'incredibile. Nella guida di Mosca che negli alberghi viene distribuita ai turisti, tra le date importanti della città, dalla fondazione in poi, sono riportate anche il 1987 quando Matias Rust atterrò con il suo piccolo aereo sulla Piazza Rossa ed il 1990, quando fu aperto il primo Mac Donald's. Molta acqua è passata sotto i ponti sulla Moscova!
DA MOSCA VERSO LA SIBERIA
Da Parigi a Mosca abbiamo percorso esattamente 4.617 chilometri. Contrariamente a quello che molti credono l'Itala ha percorso questi chilometri tutti sulle sue centenarie ruote, grazie alla cura religiosa ed amorevole che le dedicano Rocco e Luciano, i nostri due amici della Fiat Auto che hanno revisionato la macchina prima della partenza a Mirafiori nell'officina della sperimentazione veicoli.
Lasciamo Mosca solo nel pomeriggio per un problema avuto in mattinata. Mentre aspettavamo Beppe, ad Irene hanno rubato il borsello con denaro, alcuni documenti e le chiavi della moto. Un furto da professionisti, rivedendo le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza, solo al rallentatore si riesce a vedere il gesto dei due ladri, un uomo ed una donna. Così Paolo per cambiare il blocchetto della moto e rimappare la centralina presso il servizio Ducati di Mosca, Irene per le lunghe pratiche della denuncia del furto devono fermarsi a Mosca. Ci raggiungeranno in moto appena avranno sistemato tutto.
Il giorno prima eravamo stati accolti da un locale Club di vetture storiche, ed un corteo di vetture storiche tutte italiane ci aveva scortato fino al Parco di esposizione dell'aviazione con aerei, e razzi compresa la riproduzione del primo vettore dello Sputnik. Lasciamo l'Itala e le vetture storiche all'ammirazione dei moscoviti fino al pomeriggio quando andiamo all'Ambasciata d'Italia, in uno splendido palazzo acquistato da una antica famiglia russa. Splendida sede, credo che nessuna ambasciata di altre nazioni possa competere con quelle italiane, espressione del nostro gusto e della nostra arte. Parlando di vetture storiche abbiamo notato in questo viaggio quanto sia diffuso il collezionismo di vetture antiche, molto più di quanto si possa immaginare anche perché le vetture storiche escono raramente da dove sono custodite e quindi sulle strade non se ne vedono normalmente.
Mosca con il suo traffico ha nulla da invidiare alle altre capitali occidentali. In un'ora riusciamo a percorrere solo 8 chilometri. Per fortuna poi oltre il ring il traffico inizia a scorrere sempre più velocemente. Da Mosca ci fermiamo a Vladimir, l'antica capitale con la sorpresa di trovare un albergo in un parco che sembra un villaggio di montagna, tanti chalet tutti in legno. La città conserva solo una delle sue quattro porte, la Porta d'Oro, unico esempio ancora rimasto di architettura militare russa del 1100 e la coeva Cattedrale dell'Assunzione. Fa caldo, un caldo umido fastidioso, oltre i 30 gradi. Il paesaggio è sempre lo stesso, la strada molto bella, una superstrada, sembra tagliata nel bosco. Da Vladimir a Novgorod, sperando di rintracciare il posto dove Borghese si impantanò per l'ultima volta ma il terreno è totalmente cambiato ed è impossibile. Riusciamo però a capire il perché dei frequenti impantanamenti dell'Itala allora, il terreno è molto paludoso, in larghi tratti affiora l'acqua coperta di piante acquatiche. A Novgorod troviamo un albergo vecchio stile, con ancora la cameriera al piano che conserva le chiavi ed annota scrupolosamente l'ora di entrata ed uscita di ogni ospite. Residuo dei controlli sistematici del passato regime.
Ci fermiamo un giorno per ammirare questa città alla confluenza tra l'Oca ed il Volga, con una stazione marittima dalla quale partono i regolari servizi dei battelli sul Volga. Uno dei Massif ha una perdita dall'impianto dell'idroguida ed abbiamo la possibilità di verificare la efficienza dell'assistenza Iveco. Il Concessionario locale, la Poly Truck Sevice, ci accoglie con gentilezza e rapidamente ci sistema il veicolo, riparando anche un pezzo dell'Itala. Anche qui un monumento a ricordo dell'ultima guerra, anche se andando verso l'interno i ricordi della guerra sembrano diminuire. A sera ceniamo in un ristorantino lungo l'Oca, si balla e ci sorprende vedere tante donne che ballano da sole, anche donne in compagnia che lasciano la compagnia al tavolo, vanno a ballare e poi ritornano al tavolo. Familiarizziamo anche grazie ad Enzo che come sempre in queste occasioni si esibisce in uno dei numeri del suo repertorio.
Al mattino ci raggiungono con la Ducati Irene e Paolo e di nuovo insieme partiamo per Ceboksary seguendo il corso del Volga. Il paesaggio cambia, diventa collinoso e riappaiono campi coltivati. Il Volga con le sue acque mitiga la rigidità del clima e crea un clima più favorevole all'agricoltura. Ci fermiamo sul fiume Sura che Borghese attraversò su una chiatta. Naturalmente della chiatta oggi non c'è più traccia ma un moderno ponte ci fa passare sull'altra riva. Lungo il percorso guardiamo con curiosità i camion che incrociamo o ci superano. Molti hanno scritte di ditte occidentali ma le targhe sono tutte russe, certamente comprati in occidente. Non viaggiano camion stranieri in Russia, forse per la distanza dai paesi occidentali ma crediamo anche per difficoltà burocratiche. Tutti i trasporti, anche dei turisti, sono fatti con camion ed autobus russi.
Telefonare a casa non è un problema, a parte il costo. La copertura con la rete dei telefoni mobili è totale, meno comodo usare la rete fissa, i telefoni sono scarsi e le schede quasi introvabili. La diffusione dei telefonini è al nostro livello. Un giorno ci fermiamo vicino ad un villaggio, poche case il legno. Si avvicinano tre ragazzi, il più grande avrà avuto undici, dodici anni, gli altri due uno, due anni in meno. Immediatamente prendono i loro telefonini e ci ritraggono. Restiamo veramente sorpresi, ma in tutte le città vediamo persone a spasso parlando al telefono o col telefono in mano ed i ragazzi tutti con le cuffiette a sentire musica. E pensare che solo venti, trenta anni fa era quasi impossibile parlare con l'estero.
Ancora con piacere constatiamo l'interesse che suscita la nostra carovana. Ad ogni sosta è un accorrere di gente per fotografarci o anche solo per vederci. E lungo le strade sono molte le vetture che ci superano per poi fermarsi a fotografarci.
Facciamo tappa a Ceboksary solo per la notte e proseguiamo per Kazan. C'è qualcosa di diverso in questa città, capitale del Tatarstan. Si vedono i primi minareti con la mezzaluna e le cupole delle moschee. I lineamenti degli abitanti sono già orientali, gli occhi già affinati, donne con il vestito lungo ed un fazzoletto in testa, ma quasi tutte le ragazze con la minigonna. Pranziamo in due ristoranti di italiani che hanno qui la loro attività. Siamo accolti dall'Istituto di Cultura Italiano e naturalmente ci fa molto piacere vedere l'interesse, in questo lontano paese, per la nostra cultura. Da Kazan ad Izevsk, la città nota per la sua fabbrica di Kalasnikov, su una strada diversa da quella fatta da Borghese cento anni fa. La strada di allora praticamente non esiste più e la nuova strada segue un percorso diverso. Ricominciano i boschi, il terreno è ondulato con continui saliscendi che rendono meno monotono il nostro andare.
Per andare da Izevsk vi sono due strade, una nuova che prima di Perm attraversa il Kama su un ponte e la strada seguita da Borghese, leggermente più a sud che invece attraversa ancora il Kama su un traghetto. Scegliamo questa anche per rivivere l'emozione di allora. Naturalmente il traghetto è più moderno ma il Kama è sempre enorme.
Sono enormi i fiumi russi, scorrono lenti, maestosi e con la loro massa d'acqua riescono a mitigare il clima delle regioni attraversate. Con la ferrovia transiberiana sono le grandi vie di comunicazione della Russia europea e della Siberia. Vi viaggiano regolari servizi di battelli per le persone e grandi chiatte per le merci. E dove non esistono ponti i traghetti fanno la spola tra una sponda e l'altra. Un mondo diverso del quale anche il nostro Po non riesce a dare un'idea. Si avvicinano gli Urali, i monti dei quali tanto abbiamo sentito parlare a scuola. Siamo ansiosi di attraversarli, di superare quella barriera fisica che separa l'Europa dall'Asia. In realtà gli Urali sono quasi delle colline, lungo il nostro tragitto non hanno l'aspetto di montagne, sono rilievi coperti di foreste. L'arrivo al monumento che indica, di qui l'Europa, di qui l'Asia è una delusione, al lato di una strada con tanto traffico, a pochi chilometri da Jekaterinburg, con spartitraffico al centro, è rischioso anche raggiungerlo. Comunque siamo usciti dall'Europa, siamo in Asia, qui inizia la Siberia, anche se come amministrazione la Siberia inizia più tardi, al confine tra la regione di Jekaterinburg e quella di Tjumen.
Muoversi in Russia non è facile. Le nuove città sono enormi, senza un vero centro, costruite a zone più che a quartieri e mancano delle grandi direttrici di traffico, dei grandi viali per entrare od uscire dalla città. Il percorso è un vero labirinto, reso più problematico dalle scritte in cirillico e dalla scarsità di cartelli indicatori. Jekaterinburg è una città che fa parte della storia della Russia. Qui si è chiuso il periodo zarista con la morte dello Zar Nicola Secondo e della sua famiglia. Oggi sul luogo della sua morte è sorta una grande chiesa in memoria e nel luogo ove fu sepolto è sorto un monastero. Ci sorprende però il fatto che mentre lo Zar è stato riabilitato restano contemporaneamente in piedi i monumenti a Lenin che lo ha fatto eliminare.
A Jekaterinburg altro incontro con la burocrazia russa. In albergo al mattino ci fanno aspettare per quattro ore perché debbono fotocopiare i nostri passaporti, la pagina del visto, la pagina del rinnovo, il foglio che ci hanno dato all'ingresso, registrare tutti i dati, archiviare le fotocopie e poi portare passaporti ed una seconda fotocopia alla polizia per una nuova registrazione. Ma tutto questo serve a qualcosa? Non lo sapremo mai e forse non lo sanno neppure loro. E' pur vero che anche in Italia si registrano i clienti degli alberghi e si comunicano i dati alla polizia, ma è altrettanto vero che anche in Italia la burocrazia regna sovrana, rispettando il vecchio assioma: "ove tutto il facile è reso difficile attraverso l'inutile".
LA SIBERIA
Superati gli Urali siamo in Siberia. Una parte della Russia enorme, con aspetti diversi del clima, del paesaggio, della vegetazione, delle persone. Dopo Tjumen inizia la steppa, una distesa sconfinata, che si perde all'orizzonte, ma umida, con stagni, paludi e con gruppi di betulle che rompono la monotonia del paesaggio. Si avanza per chilometri in un paesaggio sempre uguale. Ove il clima è mitigato dalla presenza di fiumi campi di cereali nel quale avanzano mietitrebbia affiancate per il raccolto. La stagione del raccolto è in ritardo rispetto a noi ed la mietitura è in corso. Non appena il sole è coperto dalle nubi la temperatura scende per poi risalire con il sereno. Strada e ferrovia, le due linee di penetrazione verso l'est. Tanti cantieri aperti per migliorare lo stato delle strade, il cui stato è molto vario, in alcuni tratti larghe, lisce, scorrevoli, in altri strette, con il fondo dissestato. la vecchia strada che toccava i vari paesi è stata in gran parte abbandonata e rifatta toccando solo i centri più grandi. Lungo la strada piccoli bar e ristoranti d'altri tempi e nuove stazioni di servizio. Ovunque però il rifornimento è " prima paghi, poi prendi la benzina". Dopo un po' scopriamo però che possiamo fare il pieno tranquillamente a tutti i mezzi stimando in eccesso, perché se non si prende tutto il carburante pagato viene restituita la differenza. Lungo la strada, più o meno vicina corre la Transiberiana. Una linea mitica che attraversa tutta la Siberia da ovest ad est. Un tempo serviva merci e persone, oggi il traffico passeggeri è molto diminuito per la concorrenza dell'aereo e sulla linea corrono quasi solo interminabili treni merci carichi di legname, carbone, minerali, materie prime verso i centri di consumo dell'ovest, tornando con macchinari, prodotti alimentari, generi di consumo per le città della Siberia. Le città sono sorte in funzione della ferrovia, man mano allargandosi intorno alle stazioni. Nelle stazioni ci sono ancora, anche se pochissimi li usano, i dormitori per i passeggeri che dovevano fermarsi per un qualsiasi motivo.
Da Tjumen ad Iscim la strada è tutta nuova, scarta i paesi ed avanza sempre uguale. Le stazioni di servizio sono nuove, con ristorante self-service, bar, supermercato. Ai lati filari di alberi per proteggere la strada dalla neve portata dal vento. Sono belli, più delle vecchie barriere di legno. da Iscim ad Omsk, il paesaggio non cambia, ma facciamo conoscenza con la viscida terra nera siberiana, impossibile sotto la pioggia, che tanto fece tribolare Borghese. Una fermata sul bordo e si scivola subito nella cunetta. Ad Omsk fuori della città un aeroporto nuovo,in costruzione ed abbandonato. Ci ritornano in mente anche analoghe cose di casa nostra. Entrare ed uscire dalla città, ma da tutte le città siberiane, è un rebus, sono veri labirinti con totale assenza di segnali. Mancano le grandi direttrici di traffico delle nostre città e delle città della Russia europea. Una sosta a Kujbisev e poi a Novosibirsk, il centro della Siberia, il nodo della transiberiana. Per noi di Overland è irriconoscibile. Palazzi moderni in costruzione ovunque, pub, birrerie, negozi alla moda. E i ragazzi in tutto uguali ai nostri. E le ragazze russe, alte, bionde, slanciate, bellissime. Ma come faceva zio Adolf a parlare di razza inferiore? Le avrà mai viste? Seguiamo sempre la M53, la grande strada siberiana. Prima di Kemerovo pranziamo in un ristorantino sulla strada. Ci servono una zuppa deliziosa, come solo qui riescono a farne. O sarà l'appetito? Dopo Kemerovo inizia una vegetazione più fitta, a fianco alle betulle pini ed abeti, inizia la taiga, la grande foresta del nord dell'emisfero settentrionale. Prima di Krasnojarsk, ad Acinsk una enorme montagna di detriti e tante ciminiere ci fanno pensare che il rispetto per l'ambiente sia ancora di la da venire. E' una grande miniera e fonderia di alluminio. Lunghi treni portano il metallo verso i centri di utilizzo mentre le ciminiere eruttano un fumo che si sparge sulla città. Raggiungiamo lo Enisej che ci riporta ai tempi della scuola, alle lezioni di geografia. Verso Kransk la taiga diventa sempre più fitta e la strada mostra ancora i danni dell'inverno. Il gelo è implacabile ed il tempo a disposizione per riparare i danni è scarso, così le buche restano anche da una stagione all'altra. Anche a Kransk un albergo degli anni passati, rimodernato ma sempre con locali angusti e problemi di efficienza. E' il problema di sempre del pubblico e del privato, si nota subito se l'albergo è di una compagnia privata o ancora statale.
A Kransk tre di noi prendono la Transiberiana per conoscere dal vivo e documentare questo mito. Ala stazione vengono fermati però dalla polizia. Mentre filmavano in sala d'aspetto una anziana signora va ad avvertire la polizia che interviene per controllare documenti e l,e scene girate. E' incredibile, oggi quando satelliti spia vedono tutto, che ci siano ancora atteggiamenti del genere. Resiste ancora la convinzione che lo straniero sia una spia dalla quale difendersi. Consolante però il fatto che i giovani presenti erano indifferenti, anzi divertiti. Dovrà passare ancora almeno una generazione perché ci sia un atteggiamento più aperto.
Qui la strada tocca ancora i vari villaggi, che sono a trenta chilometri l'uno dall'altro. Alla mente si affacciano i ricordi delle deportazioni. I villaggi sono sorti nei posti tappa giornalieri dei deportati. Come sulla via Emilia da noi, ma li sono stati i campi delle legioni romane a creare le città.
Dopo Niznevdinst la taiga lascia il posto ad estesi campi di cereali, un terreno ampio, aperto, un altopiano agricolo che ci accompagna fino ad Irkutsk, sulle sponde del lago Bajkal. E' difficile riconoscere in questo paesaggio la taiga opprimente descritta da Barzini. Ad Irkutsk ritroviamo i turisti che erano scomparsi dopo Kazan. Negozi di souvenir, cartoline, connessione Internet.
Il Bajkal, che Borghese attraversò con un battello, è una delle più grandi riserve di acqua dolce, ma la fitta vegetazione sulle sponde ci impedisce quasi di fotografarlo.
Il clima è cambiato, più continentale, freddo la sera ed al mattino, mite di giorno, abbiamo anche solo 8 gradi al mattino e 20-25 di giorno.
A Ulan-Ude la transiberiana si divide, un ramo punta ad Est verso Vladivostok, la storica stazione terminale, un ramo scende a Sud verso la Mongolia e Pechino. Anche noi puntiamo a Sud e ci dirigiamo a Kjahta verso il confine con la Mongolia. Il paesaggio cambia di nuovo, prima campi coltivati, poi solo più prati e macchie di bosco. Ogni tanto Kolcoz abbandonati dopo la fine della collettivizzazione forzata. Notiamo che in questa terra lontana resistono ancora i vecchi simboli del regime, la stella rossa, la falce ed il martello, scomparsi invece in tutta la Russia. Ma forse non sono stati abbattuti solo per indifferenza perché anche qui le chiese ortodosse sono aperte al culto, ripristinate o ricostruite come lo sono in tutta la Russia. Una grande caserma con tanti carri e cannoni ci avverte che siamo arrivati a Kjahta, che è infatti proprio sul confine. A Kjahta, se non fosse per le caserme, sembrerebbe di essere ancora al 1907. Case il legno, strade in terra battuta, solo la principale asfaltata, rari negozi, un solo alberghetto ed un solo ristorante. I giovani però sono vestiti alla moda, bevono birra e fumano come tutti i giovani del mondo. Ci impressiona il confine, realmente materializzato sul terreno da una doppia fila di reticolato con terreno scoperto in mezzo che si perde all'orizzonte e torrette sui crinali. Il varco è un cancello che lascia passare una sola macchina alla volta.
Troviamo doganieri disponibili, ma la burocrazia non lascia spazio. Quattro ore per uscire dalla Russia ed entrare in Mongolia. Sappiamo poco di questo paese e ci aspettiamo una lunga attesa, invece il miracolo, impieghiamo due ore per riprendere la strada, ma solo perché la dogana russa ha fatto uscire i nostri mezzi a distanza di tempo l'uno dall'altro.
Siamo in Mongolia, tra pochi giorni la Cina e poi finalmente l'Itala ritornerà a Pechino dopo un secolo da quando la lasciò nel 1907.
La Siberia è ormai alle nostre spalle.
Tornando indietro con il ricordo vediamo una Siberia diversa da quella che ci aspettavamo dopo aver letto il libro di Barzini. Una Siberia allora incombente sul viaggiatore, da temere, da odiare.
La Siberia che abbiamo visto al di fuori delle città industriali e minerarie è un deserto che conquista, con i piccoli villaggi di case di legno, quasi oasi nel deserto.
Addio Siberia, avremmo dovuto dedicarti più tempo. Qualche anno fa ci hai ammaliato con il tuo deserto bianco, oggi ci hai affascinato con il tuo deserto verde. Non ti dimenticheremo.
LA MONGOLIA
In pochi chilometri, appena il tempo di varcare il confine, il paesaggio cambia completamente. Una steppa verde, pochi alberi, terreno sabbioso, grandi pianori circondati da colline. Greggi di pecore, mandrie di mucche e cavalli al pascolo, e le tende mongole, le caratteristiche tende circolari, di feltro, con una sola apertura sempre verso Sud, ed il tubo della stufa che esce al centro della cupola. Il paesaggio è stupendo, il sole illumina le creste delle colline e fa sembrare ancora più verde l'erba dei pianori. Non c'è agricoltura, i mongoli sono sempre stati un popolo di nomadi, le loro case solo le tende, non si sono mai dedicati all'agricoltura. Scendiamo verso Sud in direzione della capitale, Ulaanbaatar, nella quale vive la metà della popolazione, un milione e mezzo su tre milioni. Ci sorprende subito la cordialità dei mongoli, tutti ci salutano al nostro passaggio, sopratutto i bambini. E' una riprova del tradizionale senso di ospitalità dei mongoli. Ci fermiamo in un campo tendato, sono un po' come i nostri campeggi, tende per i turisti ed un fabbricato per il ristorante ed i servizi. Le tende, le gher nel linguaggio locale, sono dotate di ogni confort, in alcuni campi hanno addirittura l'aria condizionata. Visitiamo il monastero di Amarbayasgalant, uno dei più antichi della regione, ora in fase di restauro per riparare i danni inflitti durante il periodo staliniano, quando la Mongolia, pur formalmente indipendente, era uno stato vassallo dell'Unione Sovietica. Vicino al monastero un famiglia ci accoglie nella sua tenda e cerchiamo di comprendere, pur nella difficoltà del linguaggio, la loro vita. Ma qualcosa è cambiato rispetto al passato, pur nella tradizionale vita nomade. Fuori della tenda c'è il fuoristrada, una moto, un generatore di corrente, un pannello solare e la parabola per la televisione. Le mandrie e le greggi pascolano allo stato brado, vengono raccolte per la tosatura, per la mungitura o per il trasferimento in altri pascoli. Le capre hanno corna molto lunghe, sembrano quasi degli stambecchi. Incontriamo un gruppo di francesi che con 2Cv ed altre vetture è diretto in Russia di ritorno da Pechino. Tanta cordialità e tanto entusiasmo per la nostra Itala. Fino ad Ulaanbaatar il paesaggio non cambia, sempre un susseguirsi di pianori circondati da colline. Viaggiamo accanto alla ferrovia che staccatasi dalla Transiberiana attraversa tutta la Mongolia e va fino a Pechino. E' comunemente chiamata la "Transmongolica".
Nella capitale ci aspetta una festa in nostro onore, con musiche caratteristiche, attori e cantanti nei costumi locali. Siamo ricevuti dal Sindaco, felice per questa rievocazione di un evento di cento anni fa. Una breve visita alla città che ha un traffico caotico, nulla di meno delle nostre città. Un traffico incredibile, veramente quasi un totale ingorgo, una delle cose che più ci ha colpito. Ci dirigiamo verso l'antica capitale, Karakorun per visitare le sue rovine ed il famoso monastero di Erdene Zuu. I monasteri sono tutti buddisti, la religione della quasi totalità della popolazione. L'asfalto finisce presto, la strada è in costruzione e viaggiamo su piste parallele al cantiere, che a noi ricordano, quelle percorse in Afganistan, accanto alla strada rovinata da anni di incuria.
Ci fermiamo nel Parco Nazionale del Khustai, celebre per i cavalli selvatici di razza Prjewalsky Taki. Ritornati ad Ulaanbaatar ci dirigiamo verso Sud, verso la Cina, attraversando il deserto del Gobi. Viaggiamo su piste, le strade nel Sud del paese praticamente non esistono, solo piste verso molte città e villaggi. Ci sorprende questa mancanza di strade, incredibile per noi Europei. Il paesaggio cambia, non più pianori e colline ma un terreno piatto, con sabbia e piccoli cespugli. Non ci sono alberi, la Mongolia deve importare tutto il legname di cui ha bisogno e sulla ferrovia vediamo lunghi convogli di treni con vagoni carichi di legname provenienti dalla Siberia. Poi la sorpresa, la sabbia nasconde un terreno argilloso, ha piovuto e ci imbattiamo in pantani viscidi dai quali è difficile uscire.
Ne soffre più di tutto Paolo con la sua Ducati Multistrada, una moto splendida su strada ma non adatta al fuoristrada. Su questo terreno ci sembra di essere tornati in Kenia, durante Overland 3, quando le piogge ci resero difficile la vita. Chi ha visto i nostri documentari ricorderà certamente quelle immagini.
Vicino a Dalanzgabad, in un lodge assistiamo ad uno spettacolo che ricorda la passione dei mongoli per la lotta e per le corse dei cavalli. Sono bambini e ragazzi che lottano e corrono a pelo sui cavalli. Meravigliati vediamo addirittura una bambina di soli tre anni arrivare al traguardo della corsa dei cavalli. Invero lei aveva la sella ed era legata alla sella ed alle staffe ma ha sorpreso tutti per la sua partecipazione. Vicino al nostro campo anche un sito con resti di dinosauri che milioni di anni fa abitavano in questa regione.
Da Dalanzgabat ci spostiamo verso est per raggiungere di nuovo la strada che dalla capitale va verso la Cina. E' il Gobi dell'Est. Il paesaggio cambia ancora. Terreno più sabbioso, scarsa vegetazione, scarsa presenza umana. I pastori che incontriamo in 600 chilometri non sono più di una decina, non c'è pascolo per le greggi e questo giustifica la scarsa presenza di pastori. Vi sono solo villaggi sorti vicino alle miniere. Ne incontriamo quattro, sono villaggi vivi, con bambini che ci salutano festosi e si avvicinano curiosi. Questi villaggi non sono collegati da strade ma solo da piste, però il telefono cellulare funziona sempre perfettamente. Tutte le città ed i villaggi sono collegati con il telefono cellulare. In alcuni vi sono anche generatori eolici per la produzione di corrente elettrica. La pista segue i pali della luce, e questo nostro andare ci fa tornare in mente il viaggio dell'Itala del 1907 quando tutta la Mongolia fu attraversata seguendo la linea del telegrafo. In questo Gobi dell'Est non vi sono strutture ricettive, non c'è turismo ed a metà percorso, vicino al villaggio di Manlay pernottiamo nelle nostre tende, qualcuno sui camion. Non ci dispiace questa serata nel deserto, il cielo stellato è uno spettacolo indescrivibile, come oggi in città è impossibile avere, ed qualche sorso di grappa ci fa sentire tutti più amici, più uniti.
A Sajnshan raggiungiamo la ferrovia transmongolica e crediamo di proseguire verso Sud su una vera strada. Ma la strada verso la Cina è ancora in costruzione ed esiste solo una pista che segue la linea ferroviari e la linea elettrica. Perdiamo del tempo perché l'Itala su questa pista rompe una balestra. Rocco e Luciano provvedono ad una riparazione provvisoria poi nel villaggio di Erdene uno di quegli artigiani che da noi sono spariti, cancellati dalla civiltà dei consumi, salda la lama rotta usando una saldatrice che da noi nessuno oserebbe non solo usare ma neanche pensare che possa funzionare. Ma la balestra tiene e sosterrà l'Itala fino a Pechino.
Da Sajnshan a Zamiin-Uud, la città di confine con la Cina, è sempre deserto, solo vicino ai villaggi si vede qualche piccolo campo coltivato, quasi inesistenti i pastori, rarissime le loro gher. Dormiamo per l'ultima volta in un campo turistico di gher e questo pensiero ci rattrista, tutti pensiamo che difficilmente potremo ripetere una così bella esperienza che ci ha portato a vivere la vita nomade dei mongoli.
A Zamiin-Uud una grande stazione ferroviaria ove ai vagoni merci e passeggeri vengono cambiati i carrelli per poter proseguire verso la Cina o verso la Mongolia. Qui cambia lo scartamento dei binari, finisce lo scartamento russo ed inizia lo scartamento standard europeo che anche la Cina adotta.
Lasciamo la Mongolia, un paese che ancora pochi conoscono, che nei secoli passati ha creato un grande impero giungendo fino alle porte dell'Europa, che ha costretto i cinesi ad erigere a protezione la grande muraglia. In realtà visitando oggi la Mongolia, un paese con un terreno arido, un popolo in gran parte di pastori, con scarse industrie, è difficile immaginare questa grande potenza del passato.
Il paese si sta aprendo oggi al turismo, sta creando delle ottime strutture ricettive, accoglie l'ospite con una cordialità sconosciuta altrove, ed affascina con il suo deserto solo in piccola parte di sabbia e rocce. Non vi sono le grandi dune ed i pinnacoli del Sahara, ma il verde dei suoi pianori, delle sue colline, i suoi orizzonti sterminati conquistano il visitatore. La lasciamo veramente con rimpianto, ne siamo rimasti tutti affascinati. Auguri Mongolia e grazie per quanto ci hai dato.
LA CINA
Un adagio cinese recita: La Cina non è Pechino, ma Pechino è la Cina, per indicare il valore che Pechino rappresenta per tutta la Cina. Entrati in Cina dalla Mongolia, noi che abbiamo già visto la Cina anni addietro, ci accorgiamo che qualcosa anzi molto è cambiato, ed è cambiato con una rapidità stupefacente. Il traguardo delle Olimpiadi del 2008 è fondamentale per la Cina che vuole presentarsi come una nazione moderna al pari di altre nazioni. La Cina vuole stupire lo spettatore dei giochi e dopo quello che abbiamo visto siamo certi che ci riuscirà. I controlli doganali, pur nella ancora complessa burocrazia cinese sono molto allentati, negli alberghi l'ospite è accolto con cortesia e rapidità. Alla frontiera ci aspetta un gruppo di auto storiche che scorterà la nostra Itala fino a Pechino. Tornando indietro agli anni della "rivoluzione culturale" anche solo da questo si vede la grande rivoluzione che la Cina sta vivendo. Un fatto che colpisce è la dimensione delle centrali elettriche e la interminabile fila di camion carichi di carbone per alimentarle. La Cina ha fame di energia e si vede. Dalla frontiera per circa 300 chilometri il paesaggio è ancora desertico, non c'è vegetazione, rari ciuffi d'erba ingiallita dall'autunno incipiente e scarsa è la presenza umana. Poi lentamente compaiono i primi campi coltivati ed ai lati della strada si cominciano a vedere i villaggi eredi delle "comuni agricole" di vecchia memoria. Resta ancora la struttura con un muro perimetrale e le varie case all'interno. Sul muro sempre le scritte di propaganda oggi però frammiste a pubblicità di vari prodotti. Sempre presenti le bandiere, non solo rosse ma anche di vari colori. Invero in Cina il rosso è il colore della fortuna, un colore di buon augurio, per cui è difficile distinguere il rosso "politico" dal rosso "beneaugurante". Le strade sono stupende, fino al confine in Mongolia era solo pista, dal confine una autostrada a quattro corsie dal fondo liscio come un biliardo. Ma una sorpresa, sulle autostrade non possono circolare le moto così siamo costretti a caricare sul Daily la nostra Ducati. La potremo rimettere in strada solo cento metri prima della nostra Ambasciata perché anche in Pechino le moto non possono circolare. Siamo in un paesaggio vario fatto di paesi rurali e città industrializzate, le strade sono tutte un cantiere, è evidente lo sforzo di modernizzazione della Cina. Però i cantieri provocano code chilometriche ed anche noi incappiamo in una di queste. I problemi del traffico sembrano oggi molto grandi specie intorno a Pechino. Qui, per le prossime Olimpiadi è più evidente lo sforzo costruttivo, ma le strade non sembrano in grado di sostenere l'impatto del traffico. Pechino che raggiungiamo in orario sulla nostra tabella di marcia il 20 settembre, sconvolge il visitatore. Autostrade urbane in ogni dove, grandi viali, grattacieli ovunque e le vecchie casupole quasi del tutto scomparse. Le aiuole curatissime da uno stuolo di giardinieri. Ma muoversi è un problema, la circolazione è lentissima, i tempi di trasferimento sono imprevedibile. Un fiume di auto ha soppiantato le vecchie biciclette, sono più le auto che le bici e di queste molte sono elettriche, usate in luogo delle moto. Il parco auto è moderno ed è logico perché i Cinesi sono giunti alla mobilità individuale da pochi anni, e le auto non sono solo economiche, se facciamo un paragone con il nostro sviluppo della motorizzazione degli anni 50 e 60, quando avevamo solo 500 e 600, in Cina la percentuale di auto di classe elevata è decisamente maggiore.
L'Itala taglia un simbolico nastro tricolore all'ingresso dell'Ambasciata d'Italia ove siamo accolti dall'Ambasciatore Sessa e da un folto gruppo di giornalisti, autorità locali ed imprenditori italiani. Sono le 16 e 30 del 20 settembre, abbiamo impiegato 62 giorni, uno più di Borghese per via dei due mesi, luglio ed agosto di 31 giorni. Il nostro contachilometri segna 14.572 da Parigi. La televisione cinese in serata trasmetterà la cronaca del nostro arrivo, è un avvenimento anche per una città di milioni di abitanti. Quanti? Chi dice 13, chi 15, chi addirittura 18. Nonostante il rigido controllo delle autorità centrali, i dati sulla popolazione di Pechino sembrano molto vaghi, come d'altronde in tutte le altre megalopoli. La festa in Ambasciata si conclude con la cena offerta dall'Ambasciatore nella nostra sede diplomatica. Anche questa splendida come tante altre, espressione evidente del gusto italiano. Il giorno dopo tocchiamo uno dei luoghi simbolo della civiltà cinese, la grande muraglia a 80 chilometri da Pechino. Due ore, nonostante la scorta della polizia, per via dei vari cantieri aperti. Spettacolo folcloristico e poi ritorno a Pechino. Naturalmente folla di turisti intorno all'Itala, alla 500 ed ai camion Iveco e tante foto. Non molti gli italiani che a settembre hanno ormai chiuso il periodo delle vacanze. Nel pomeriggio conferenza stampa presso il tradizionale Hotel Beijing, a pochi passi da Piazza Tien An Men, e conclusione con cena di gala offerta da imprenditori italiani della gastronomia del Veneto. A Pechino ci concediamo un giorno di riposo prima di andare a Nanchino ove lasceremo tutti i nostri mezzi nello stabilimento dell'Iveco per il ritorno in Italia. La città proibita ha sempre un fascino particolare, piazza Tien An Men, oggi in gran parte transennata, ricorda immagini tristi di anni addietro, ma anche l'inizio della liberalizzazione, il cambio di regime nella economia, ora aperta all'iniziativa privata che non è solo quella degli agricoltori che vendono i loro prodotti ai lati delle strade ma di tanti imprenditori cinesi e stranieri. Girare Pechino non è facile per uno straniero, nessun tassista conosce l'inglese ed è necessario farsi sempre scrivere in albergo la destinazione da mostrare poi all'autista. Una marea di taxi, tantissimi come a New York, sono il modo più comodo e semplice per muoversi, sempre però se si hanno gli indirizzi scritti in cinese. Andiamo in un grande centro commerciale, il trionfo del tarocco, prodotti di ogni genere, dall'abbigliamento all'elettronica tutto esclusivamente fasullo. Frotte di turisti vengono scaricati da decine di pullman e ne escono con grandi pacchi e borse. Girando per Pechino ci stupiamo perché nonostante il traffico non vediamo incidenti ne auto incidentate. Sarà certamente per la bassa velocità dovuta al permanente ingorgo ma anche per lo stile di guida dei cinesi fatto di regole per noi incomprensibili. Le comuni regole di circolazione non valgono, ognuno dialoga con gli altri guidatori sul come comportarsi. Sensi unici, precedenze, divieti di sosta sono concetti sconosciuti.
Partiamo per Nanchino, distante mille chilometri circa. Subito un blocco sull'autostrada ci costringe a percorrere strade ordinarie. Riprendiamo l'autostrada ma poco dopo incappiamo in un nuovo blocco. Sconcertati vediamo autisti di camion, di pullman, di auto che visto il blocco invertono tranquillamente la marcia e tornano indietro per uscire contromano dall'autostrada. Nell'inevitabile caos siamo costretti a farlo anche noi ma imbocchiamo una nuova autostrada sbagliata e dopo un poco torniamo indietro. Ci mettiamo tranquillamente in coda per accorgerci che la colpa di tutto è il casello del pedaggio che non riesce a smaltire il traffico. Abbiamo perso molto tempo, non riusciamo a raggiungere l'albergo prenotato a metà strada e decidiamo di proseguire anche perché abbiamo anche l'aereo prenotato. Dopo alcune ore di sonno al mattino, ad un chilometro da un casello, incappiamo in un nuovo blocco. Ne avremo per ben otto ore. Osserviamo la tradizionale pazienza cinese, tutti tranquilli mangiano, dormono, giocano a carte. Signore con il triciclo passano con cibi e bevande e questo ci fa pensare che blocchi di questo genere siano frequenti. Ne approfittiamo anche noi per concederci un te caldo. Il traffico è bloccato anche nel senso contrario, ma non riusciamo ad avere informazioni certe sul motivo del blocco. Anche la nostra interprete, nonostante varie telefonate non sa dirci nulla. Nella coda passano anche due ragazze che offrono i loro servizi, evidentemente ci sono diversi modi per passare il tempo. Quando finalmente riaprono il casello possiamo proseguire cercando di sopravvivere allo stile di guida dei cinesi. Nonostante i cartelli, si viaggia indifferentemente su una o sull'altra corsia o anche su quella d'emergenza. Il sorpasso si fa a sinistra o a destra in base alla corsia libera e se nessuna corsia è libera si sorpassa sulla corsia d'emergenza.
Nanchino è diversa da Pechino. Non è stata investita dall'euforia delle Olimpiadi, si respira ancora l'aria della vecchia Cina, ancora tante case tradizionali, più industrie che terziario. Ancora una marea di bici degli operai delle industrie. Lo stabilimento dell'Iveco è moderno ed efficiente, ci accolgono con grande simpatia, lasciamo l'Itala e gli altri mezzi alla loro cura e andiamo in aeroporto per tornare a casa. Una grande avventura è finita, una avventura che ha più di tutto voluto rimarcare la validità del "made in Italy" del passato e del presente, che ha voluto far conoscere ancora di più l'Italia nel mondo.
Un cordiale Arrivederci alla prossima avventura.
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