I MUSEI VIRTUALI di "COLLEZIONI F"
FAR CONOSCERE L'ESERCITO E LE SUE TRADIZIONI
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MUSEO DELL'ESERCITO ITALIANO
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MUSEO DELL'ESERCITO EUROPEO
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MUSEO DEGLI ALPINI
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MUSEO DEGLI ASCARI
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Tratto da "Corriere della Sera"
Nel grafico le affluenze in 30 tra le piu' importanti istituzioni culturali
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Il critico
Dove nasce il successo dei capolavori online
La galleria cambia indirizzo
Adesso si trova su Internet
La Tate Britain
Un milione e mezzo di visitatori al giorno entra in contatto con il sito.
La galleria internet dei musei vaticani ha registrato in un anno 65 milioni di collegamentiIl museo è in crisi, sembra aver smarrito il suo appeal: in parte, ha esaurito la sua missione e il suo ruolo. Al tempo stesso, sta rinascendo sotto spoglie diverse. In tal senso, alcuni dati risultano particolarmente significativi. La Tate Britain - dal 2005 - ha deciso di rinnovare radicalmente la sua strategia comunicativa, aprendo un sito - Tate Online - diretto da Will Gompertz, che quotidianamente ha circa un milione e mezzo di visitatori. Siamo dinanzi al più grande museo online del mondo. Questo cambio di indirizzo è stato seguito con una certa cautela da alcuni musei italiani, i quali, da qualche anno, affiancano le loro attività espositive tradizionali con web site, che stanno suscitando un notevole interesse. Due esempi: uno sull' arte antica, l' altro su quella contemporanea. I Vaticani, che nel 2003 hanno inaugurato la loro «galleria internet», con un crescente numero di contatti: solo nell' ultimo anno sono 65 milioni i collegamenti. E il MART di Rovereto che, nel 2007-2008, ha avuto 430.000 click: 100 mila in più rispetto all' anno precedente. Come interpretare questi fatti? Intanto, sottolineando la diversa «politica» seguita dai nostri musei rispetto a quella dei musei internazionali. Con rare eccezioni (il MART, ad esempio), in Italia i siti sono concepiti, essenzialmente, come archivi dove si depositano materiali eterogenei: attività, mostre, progetti. Archivi che servono a documentare in maniera puntuale iniziative «interne». Insomma, un sostegno, rivolto ad accompagnare retrospettive e personali. Un arsenale di spunti che, tuttavia, è per lo più privo di autonomia. Siti come quelli della Tate e del MoMA di New York, invece, hanno una forte indipendenza. Accolgono esperienze che si svolgono «dentro le mura», ma seguono anche una logica maggiormente interattiva. Non esibiscono solo quadri e sculture. Svelano ciò che si nasconde dietro l' opera d' arte: le ragioni sottese al lavoro di un artista, la voce di un performer. L' intento è quello di allestire una sorta di expo parallela: che non ha le rigidità di un catalogo, ma ha i ritmi e le imprevedibilità dei blog, della communities, delle agorà informatiche. Ma c' è dell' altro. Il successo di questa «virtualità» suggerisce significati inattesi, prospettive impreviste: indica una svolta. Allude alla necessità che gli spazi museali escano da una crisi complessa, per orientarsi verso scenari poco esplorati. E, insieme, allude a modalità di fruizione radicalmente mutate. Il pubblico oramai tende a investire sempre meno tempo ed energie economiche per recarsi in visita al Louvre o agli Uffizi. Non avverte più con prepotente intensità l' esigenza di entrare in dialogo con le figure e i colori «veri». Sembra appagato da una distanza di sicurezza: preferisce restare lontano dal corpo «difficile» della pittura e della scultura. Si fa testimone di quella che, con le parole di Paul Virilio, potremmo definire la sparizione dell' oggetto. Dunque, non più opere ma simulacri. Eppure, dietro questa deriva televisiva, si cela altro ancora. Un segreto bisogno di arte. Una sorprendente - e diversa - richiesta di bellezza. Una bellezza non da penetrare, ma da sfiorare, da toccare rapidamente: passando da un quadrante a un altro, a un altro ancora. Rimanendo, però, sempre seduti alla propria scrivania. Un piccolo suggerimento, infine. Provate a fare un viaggio: senza muovervi da casa. Avventuratevi, in un grand tour affascinante, nel padre dei musei virtuali: la «web gallery of art». Si tratta di un' immensa galleria globale che scrittori come Jorge Luis Borges avrebbero amato. Vi troverete alcuni tra i più grandi capolavori dell' arte. Una tendenza da rifiutare o da comprendere? Forse, è un pò il destino della nostra epoca. Di un' epoca in cui, come ha scritto Alessandro Baricco, preferiamo scalare facciate, non abitare palazzi. Perché siamo maledettamente intimoriti dai «crepacci della profondità».
Corriere della Sera
Vincenzo Trione
Elenco dei musei virtuali nel mondo
Le Louvre
Smithsonian Museums
Guggenheim Museums
Galleria degli Uffizi
Metropolitan Museum of Art
The National Palace Museum - Taiwan
National Gallery of Canada
Palazzo Grassi - Venezia
Musei Vaticani
Musée d'Orsay - Paris
Centre George Pompidou - Paris
Museo del Prado - Madrid
British Museum - London
National Portrait Gallery - London
Museum of Modern Art - New york
Museum of Fine Arts - Boston
National Gallery of Art- Washington D.C.
Los Angeles County Museum of Art
Kimbell Art Museum Texas
Nonostante l'aumento del prezzo dei biglietti
anche gli introiti sono in discesa
La crisi entra nei musei
Primo calo dopo 12 anniDiminuzione media del 2,6 per cento
Il dato allarma gli economisti della cultura: per la prima volta dal 1996 i visitatori dei musei italiani decrescono. Nel primo semestre il calo nelle cinquanta principali istituzioni museali italiane è stato del -3,65%. Da gennaio ad agosto (con i due mesi più ricchi di turisti) si è assestato sul -2,61%. Le cifre che poi raccolgono i più poveri mesi di settembre, ottobre e novembre (non ancora rielaborate dal ministero per i Beni culturali) riportano al -3,5%. Cedono molti musei-simbolo: a Roma -7,83% a Castel Sant'Angelo e -19,42% alla Galleria d'Arte moderna, a Tivoli -4,84% a Villa d'Este, a Mantova -19,21% a palazzo Ducale, a Firenze agli Uffizi -3,58%, agli scavi di Pompei -12,79%. E poco consola il leggero aumento degli introiti dovuto al rincaro dei biglietti.
Le cifre sono all'esame della Uil Beni culturali, il forte sindacato dei dipendenti del dicastero e quindi dei custodi. Dice il segretario Gianfranco Cerasoli, membro del Consiglio superiore dei Beni culturali: «La crisi è evidente. Figuriamoci cosa accadrà dopo gennaio, quando le misure del governo colpiranno la busta paga di molti lavoratori». Cerasoli ha una proposta provocatoria, destinata al ministro Sandro Bondi: «Apriamo gratuitamente da gennaio a marzo i musei, anche negli orari straordinari. Sarà il periodo di maggior calo di presenze. Così si può stimolare una nuova domanda di cultura e riavviare l'indotto economico legato ai musei attivando un collegamento con le realtà territoriali locali e realizzando vere forme di federalismo nell'offerta culturale. Pubblicizzando l'apertura gratuita, o notturna, di un grande museo si possono concordare eventi col Comune, la Regione e gli operatori turistici».
Il segretario della Uil Beni culturali ha un altro messaggio destinato al ministro: «Inutile pensare al supermanager come soluzione del problema. Bisogna avviare subito una comunicazione più efficace, simile a quella del 1999 quando concordammo col ministro Walter Veltroni l'apertura dei musei fino alla mezzanotte. Ora al governo c'è il ministro Renato Brunetta che descrive i nostri musei come luoghi noiosi, polverosi e pieni di assenteisti. Tuto falso. Perciò urge una comunicazione veritiera. E ci preoccupano i tagli imposti al ministero, 489 milioni e 990 mila euro nel 2009. Così si consolida il declino del settore culturale dell'intero Paese, disconoscendo uno dei valori fondanti della Costituzione».
Concorda Roberto Grossi, appena nominato presidente di Federculture, che raccoglie i duecento soggetti eccellenti impegnati nella gestione delle attività della cultura in Italia: «L'assenza di una strategia complessiva di rilancio del settore della cultura e del turismo intellettualmente esigente ci fa perdere quote di mercato in un momento di congiuntura internazionale. Non è più sufficiente offrire "solo" il Colosseo o San Marco. Ci siamo illusi che bastasse il maggior patrimonio culturale del mondo ma non l'abbiamo organizzato a sufficienza». Il termometro dell'allarme? «Venezia, dove il calo del turismo è prossimo al 25%». Grossi cita il caso Spagna e Francia «dove sono stati creati sistemi territoriali, reti, politiche di promozione dei musei più aperte e culturalmente aggressive. In Italia abbiamo dovuto aspettare la legge Ronchey per veder finalmente aprire bar e bookshop in straordinario ritardo rispetto al resto del mondo». La soluzione? «Gestioni moderne e manageriali dei beni culturali in collegamento con gli operatori privati, sotto una fortissima regia pubblica. In Italia tutto ciò ha funzionato in molte città, modificandone l'economia. Penso a Torino, Brescia, Lecce...».
Michele Trimarchi, docente di Economia della Cultura a Bologna: «La crisi esiste nei fatti, quindi i primi a partire sono i consumi giudicati non indispensabili. Ma a furia di rimpiangere una società colta che forse non è mai esistita, si perde di vista l'evoluzione delle nuove generazioni che rimangono deluse nelle loro aspettative quando si avvicinano a un museo incapace di accontentare la domanda di informazioni e conoscenza spesso legata alle nuove tecnologie». Trimarchi è entusiasta sull'apertura gratuita: «Certi economisti paragonano il bisogno di cultura alle droghe pesanti. La necessità del consumo passa, in entrambi i casi, attraverso una dipendenza acquisita, perciò si è disposti a pagare. E per avviare la dipendenza, con le droghe si parte sempre dalla dose gratuita, magari collegata al rito di gruppo. Ben vengano dunque le aperture gratuite soprattutto per le nuove generazioni. Però le accompagnerei con un corteggiamento scenografico: nuovi servizi e visite guidate appetibili».
Il sociologo Giuseppe De Rita aggiunge un interessante tassello per decifrare la crisi: «A un certo punto, penso a dieci anni fa, molti musei non erano frequentati perché erano "noiosi". Poi è scoppiato il fenomeno delle mostre temporanee, ottimo volano per far riscoprire i musei. Ora l'interesse per quelle proposte è calato, anche perché la qualità del-l'offerta si è abbassata. Ma il museo, nel frattempo, non è riuscito a "far rivivere" se stesso rendendosi più leggibile e più potabile dal grande pubblico. Di qui il calo che attribuirei solo in parte alla crisi economica».
Infine Antonio Natali, direttore degli Uffizi dal giugno 2006: «La flessione nei musei e anche agli Uffizi? Non mi stupisce. Mi meraviglia anzi, vista la crisi, che sia così contenuta. Segno che l'interesse per i musei è ancora solido. I musei senza biglietti? Sono sempre stato un sostenitore della gratuità dei servizi essenziali, dalla sanità arrivano a ciò che riguarda la formazione delle menti, del gusto, del sapere. Ma credo anche che questo sia il momento economico meno adatto per far digerire a uno Stato in difficoltà una proposta già di per sé molto ostica».
Corriere.it
Paolo Conti
12 dicembre 2008
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