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QUADERNI DI CULTURA ALPINA

Patrimonio comune di conoscenze, credenze, tradizioni e comportamenti al di là delle stratificazioni etniche e delle separazioni geografiche: così potrebbe essere definito il grande mosaico della cultura materiale alpina. E ogni volume di questa collana ne è un tassello. Si va dalle tipologie abitative alle incisioni rupestri, dalla religiosità al folclore, dagli oggetti di uso quotidiano ai mestieri del passato, dai sentieri perduti ai tracciati delle guide. Con il dichiarato intento di venire a formare il più ampio e ragionato catalogo di tutti quei fenomeni antropici, storici e architettonici che vanno sotto il nome di “cultura alpina”.

L'ALPE.
RIVISTA INTERNAZIONALE DI
CULTURA ALPINA

L'Alpe, la rivista internazionale frutto della collaborazione tra Priuli & Verlucca, editori e il partner francese Glénat: due riviste con lo stesso nome e gli stessi obiettivi sui due versanti delle Alpi.
L'edizione italiana, la cui autorevolezza è garantita da un comitato scientifico animato dallo storico Daniele Jalla, è diretta da Enrico Camanni e si basa su un raffinato impianto monografico unito a una parte dedicata a rubriche di carattere generale.
Con l'obiettivo di unire ciò che era disperso, aiutare gli studiosi a comunicare, gettare un ponte tra l'Università e le amministrazioni, e soprattutto divulgare il sapere inerente la montagna. A dimostrazione che le Alpi sono la cerniera e non la barriera della nuova Europa.



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Enzo Rela
Mario Rigoni Stern
Giovanni Kezich
ALPINI ORTIGARA & DINTORNI

Asiago, 13-14 maggio 2006: dopo 86 anni, l’adunata nazionale degli alpini torna sui luoghi che, meno di due anni dopo la fine della Grande guerra, nel settembre 1920, la videro nascere. Così, dopo un lungo pellegrinaggio ai quattro angoli dell’Italia, l’adunata ritorna per la sua 79ª edizione sui suoi luoghi più sacri: il monte Ortigara, teatro nel giugno 1917 di uno spaventoso massacro di alpini, e l’altipiano di Asiago che sta ai suoi piedi.
Un fotografo, Enzo Rela, asiaghese e quindi alpino come tutti gli asiaghesi, si fa strada da solo nel grande fiume in piena dell’adunata. Con spirito, con discrezione, con sensibilità, va alla ricerca di un sorriso, di un attimo fuggente, di un’espressione autentica. Gli fa eco uno scrittore famoso, Mario Rigoni Stern, alpino e asiaghese anche lui, indimenticabile memorialista di guerra. Ne viene fuori una sorta di diario intimo in cui due voci diverse, quella del fotografo e quella dello scrittore, si mettono in sintonia affrontando la commozione propria dei campi di battaglia come la gran baraonda della festa, fino a trovare un equilibrio difficile, eppure pressoché perfetto.

Dentro l’adunata.
Storia, vita, spirito di corpo

La prima adunata degli alpini si è tenuta ad Asiago nel 1920, all’inizio di settembre, meno di due anni dopo la fine della grande guerra, e coinvolse alcune centinaia di reduci che si recarono con tutti i mezzi all’Ortigara, dove i campi di battaglia dovevano essere ancora fumanti e ingombri di ogni genere di residuati se è vero che ancor oggi, che di anni ne son passati novanta, quelle pietre non mancano mai di restituire al viandante, tra un passo e l’altro, qualche povero frammento di osso insepolto, qualche brandello di latta, qualche pezzo di scheggia contorta...
Nel 2006, e quindi 86 anni dopo quella prima adunata che immaginiamo in confronto a quelle di oggi piuttosto attonita e spartana, l’Associazione Nazionale Alpini, con una decisione di grande richiamo emotivo, ma anche piuttosto coraggiosa e difficile, soprattutto per via delle prevedibili avversità che si annunciavano fin da subito sul fronte logistico, ha voluto nuovamente designare Asiago quale luogo dell’ormai canonica adunata di maggio, la 79ª dopo quella del ’20, e riportare gli alpini in Ortigara.
Che cosa sia l’Ortigara ce lo raccontano gli storici – è il lontano bastione montuoso dove si arrestò tragicamente, tra il giugno 1916 e il luglio 1917, la controffensiva italiana alla Strafexpedition – e ce lo spiegano in modo ancor più persuasivo Rigoni Stern nelle belle pagine che seguono, e la stessa tradizione orale di queste parti, che ha fatto di questo monte il malinconico emblema di un immane e forse anche inutile macello, il «calvario degli alpini».
Una qualche idea dei luoghi, per chi non vi sia mai stato, aiuterà a dare un po’ di forma a questa triste nomea. Lasciamoci alle spalle i paesi ocra e rosa e piuttosto ridenti dell’altipiano, e saliamo sul grande acrocoro che verso nord li sovrasta. Sui primi spalti c’è un po’ di ceduo, poi grandi boschi neri di conifere, nei quali a poco a poco, in radure sempre più ampie, si aprono le malghe. Spingiamoci ancora più lontano, e ancora più su, e incominciano la vegetazione alpina, i mughi, i baranci. Non ci sono più malghe, solo qualche ricovero da pastori semidiroccato, e poi più niente. Così, di pietraia in pietraia e di quota in quota – da Asiago sono almeno sei-sette ore di marcia – arriviamo a un’ultima grande bastionata di modeste giogaie calcaree, tutte strati e fenditure, proprio a picco sulla Valsugana: che è vicinissima, ma quasi duemila metri più sotto, irraggiungibile. Più o meno al centro di quest’ultima fila di monti biancastri, pietrosi e piuttosto indistinti che fanno corona all’altipiano verso nord, è l’Ortigara.
Non ci fosse stata la guerra, che conduce ancor oggi quassù tutto l’anno, fatta salva un’affollata rievocazione che si fa in luglio, processioni piuttosto sparute di pellegrini pensosi, oggi qui probabilmente non verrebbe più nessuno. Di interesse escursionistico mediocre per i non iniziati, e ancor minore alpinistico, come dimostra la mancanza pressoché assoluta di rifugi e di punti appoggio in quota, la zona è ormai abbandonata anche dai pastori: infatti, tanto per cominciare, non c’è un filo d’acqua, e il pascolo già povero è stato definitivamente sconvolto dai cannoneggiamenti. Solo d’autunno, vedremo qualche piccola compagnia di cacciatori con i cani da ferma: ma ormai, con la selvaggina stanziale così scarsa, e così attentamente protetta, quanti vanno ancora a galli forcelli o a lepri bianche, e quanto spesso? D’inverno, con la neve, persino i fondisti vi si spingono di rado: perché si va troppo lontano, il continuo saliscendi costringe a rompere il passo e il batter pista è sempre disagevole, e talora proibitivo. Una volta arrivati qua, ci vorrebbero gli sci da alpinismo, con i quali è però difficile negoziare l’avvicinamento a un terreno che comunque non offre discese importanti...
Provate così, in una stagione qualsiasi, ad affacciarvi appena oltre la forcella poco sopra la chiesina commemorativa del monte Lozze, e vedrete sotto il cielo un mammellone oblungo e tutt’altro che maestoso, mezzo coperto di mughi, avvolto in una specie di silenzio. Lì, qualcuno bisbiglierà al vostro fianco, sono morti più di diecimila uomini... Da ormai quattro o cinque generazioni, la gente di Asiago convive con il sentimento dell’immenso cimitero a cielo aperto che li sovrasta da tutti i lati, e che entra di continuo nella vita quotidiana, per esempio con l’epopea senza fine del recupero, in un paese dove ancor oggi, tutti i giorni al crepuscolo, dal grande Ossario di marmo che si erge al centro preciso della piana gli altoparlanti sparano ai quattro venti il Silenzio per i caduti.
Con queste premesse, difficilmente il reportage fotografico che Enzo Rela si è proposto di fare dell’adunata di Asiago avrebbe potuto ispirarsi al senso di semigoliardico compiacimento del commilitone alpino in congedo. E così Rela, già autore con Mario Rigoni Stern di un libro fotografico su Asiago e la sua gente (L’altipiano. Un posto per gli uomini, P&V, 2005), prima di tutto è andato in Ortigara, partecipando al pellegrinaggio delle autorità e di alcuni reparti in armi che ha aperto l’adunata, e ha messo poi le immagini raccolte lassù, prima di tutte le altre, al centro di un libro serio, che vuole soprattutto far pensare. Un racconto per immagini, che ci dà l’occasione di riflettere sul mondo degli alpini nella sua globalità: complesso patrimonio di storia e di simboli, vero e proprio modo di essere, stile di vita: per moltissimi, ancor oggi, quasi una religione.
Certo, un’adunata degli alpini è come un grande fiume in piena che con sé trascina tutto, e che mette d’accordo tutti: converte gli scettici, ammalia le donne, rincuora i vecchi, impressiona per sempre i bambini, e galvanizza perfino le suorine ritratte da Rela per far da contrappeso a tanti maschi, a tanti vèci, a tante barbe. Anche Rigoni Stern, che dei nostri alpini è da sempre un po’ la coscienza critica, avendone rappresentato con la sua opera di scrittore una specie di antiretorica, e quindi essendosi fatto refrattario quanto basta, dopo la sua Grecia e la sua Russia, a raduni, alzabandiere e squilli di tromba, e che infatti aveva annunciato ai più intimi, in previsione dell’adunata, la volontà di rifugiarsi altrove, via dalla pazza folla, alla fine, come era logico, non ha saputo resistere al richiamo dei ricordi e a quello difficilmente eludibile della penna. Così, la mattina del pellegrinaggio alla colonna mozza dell’Ortigara, il vecchio Sergente ha accettato di buon grado un passaggio in elicottero, e ha finito poi per partecipare con qualcuno dei suoi classe (1921) alla grande sfilata. Così, ha potuto raccogliere le impressioni e i ricordi che accompagnano in questo libro i quattro capitoli del racconto fotografico di Rela – Ortigara, Baldoria alpina, Alpini si nasce, La grande sfilata: belle pagine in cui i suoi affezionati lettori riconosceranno la voce dello scrittore, tornato ancora una volta, e per davvero, alpino tra gli alpini. Perché all’adunata, dopo le ritrosie e le mille preoccupazioni della vigilia, non vi è chi non si lasci contagiare, e tanto più in un paese come Asiago, dove la naja, come una specie di seconda patria, è di casa da sempre.



Museo Alpini
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