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Tratto
dal Manuale del graduato di Fanteria e sue specialità - pag.
716/18 - edizione marzo 1940).
Questa preghiera è un ultimo omaggio al compagno Mulo, del
quale non rimarrà alcun ricordo ma che nella Storia delle
Truppe Alpine, assieme allo Sconcio, ha scritto tante pagine belle,
determinanti e di vera commozione.
EROS URBANI *
*Figlio del Capitano degli Alpini Mario Urbani, combattente sul
fronte Montenegro, (collaboratore di Aristide Sartorio nella realizzazione
degli affreschi dell'aula parlamentare di Montecitorio). Architetto
e arredatore del palazzo di Giustizia di Roma.
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Il
mulo per il mondo alpino.
Ecco come un importante graduato del nostro
esercito e un semplice soldato ricordano in frangenti diversi il
grande rapporto da sempre esistito tra l'uomo e il mulo.
.....Per esprimere almeno in parte quello che rappresenta
il mulo per il mondo alpino, ricorderò un episodio emblematico
accaduto ad un collega qualche anno fa, durante un brevissimo viaggio
di nozze all'Isola d'Elba. La sera dell'arrivo a Porto Azzurro il
Comandante della Stazione dei Carabinieri del posto si presentò
al giovane Capitano per recapitargli con urgenza un telegramma inviatogli
dal suo vicecomandante, il cui testo diceva pressappoco così:
"Vaglio rosso deceduto per colica stop". |
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E non era uno
scherzo! Il Vaglio rosso era uno stupendo mulo roano che aveva prestato
servizio con onore in un reparto alpino! Preferisco non pensare
alle conseguenze che la ferale notizia può aver avuto sulla
prima notte di matrimonio del Capitano! Questa concezione quasi
umana del mulo non deve stupire e non stupisce certamente gli alpini
che per circa 120 anni hanno vissuto in simbiosi con lui. Per questo,
il mulo è entrato nella letteratura alpina da protagonista,
quale insostituibile modello operativo per muovere in montagna,
in situazioni estreme. La sua potenza, la sua grande generosità,
ma anche la sua spiccata sensibilità e qualche volta rusticità,
resteranno nella storia. E gli alpini lo ricorderanno con affetto
e malinconia. E la montagna, l'alta montagna, quando sarà
violata dallo stridente rombo di motori costruiti dall'uomo, rimpiangerà
il genuino e romantico nitrito del mulo.
(Gen. Com.te Luigi Federici) |
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Lettera
al mio mulo
Il primo giorno, non conoscendoti bene, avevo un po' di timore,
ma poi é nata un'amicizia. Con quelle grosse orecchie e quel
tenero sguardo in quell'imponente corpo. Guardandoti in quegli occhioni
grandi dove si scorge tanta tristezza, forse per i maltrattamenti
subiti. Non temere, avrò molta cura di te. Sapevi sempre
quando arrivavo la mattina, perché ti mettevi a ragliare
e quando mi avvicinavo a te mi appoggiavi la testa sulla spalla.
Sapevi che nel taschino della mimetica c'era il tuo cioccolato e
te lo prendevi. Abbiamo camminato fianco a fianco e bevuto dalla
stessa borraccia. Quando ti strigliavo mi sembrava che tu mi sorridessi.
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Ricordo ancora
oggi il campo invernale, il bianco della neve che ci circondava
e il freddo. Avevi i baffi ghiacciati in quella stalla fredda dove,
quella notte di bufera, il tuo grosso corpo divenne per me un comodo
giaciglio. Di te avrò sempre un affettuoso ricordo, caro
amico mio.
(Artigliere Luca Masciadri gruppo "Asiago" - 30ma batteria)
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Omaggio
al mulo con le stellette.
Un Generale Alpino ricorda due episodi tratti da altrettanti famosi
libri di guerra. E rende testimonianza personale di quanto abbia
significato il mulo nella storia degli Alpini.
Per capire quello che rappresenta il mulo per il mondo alpino,
ricorderò due episodi realmente accaduti in guerra. Il primo
è descritto dal Generale Giuseppe Bruno, ufficiale veterinario
degli alpini sui fronti occidentali e greco-albanese con la Divisione
Tridentina, e sul fronte Russo, prima con la Divisione Cuneense
e successivamente con la 121ma Infermeria quadrupedi del Corpo d'Armata
Alpino. |
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Lo scenario
in cui si svolge l'episodio è
l'Albania ad Han.
... "Era impressionante udire sulla mulattiera, di notte, l'affannoso
ansimare dei conducenti e dei muli, contrappuntato dall'ossessivo
"sgnac - sgnac" degli scarponi e degli zoccoli".
"La notte l'è 'na brutta bestia" osservava qualche
conducente allorché si facevano corvè al buio. E,
in effetti, quell'ansito collettivo nelle ostili notti albanesi
pareva uscire dalla gola di un mostro sconosciuto. Dopo tre quattro
ore la corvè raggiungeva le linee e per gli alpini che stavano
lassù erano momenti di festa perché "ostrega,
el ghè ben fra ste bestiasse el mul che gà la posta
e il vin". E il mulo che portava vino e posta era il primo
ad essere liberato dal carico. Prima di riprendere la via del ritorno
i conducenti si concedevano un'ora di sosta. In pochi minuti consumavano
quel poco che avevano con sé, bevevano un caffè caldo
e un bicchiere di vino, attaccavano le musette di biada al muso
dei quadrupedi e poi si buttavano nel primo ricovero col telo tenda
che sempre portavano al seguito e si addormentavano d'acchito. Tre
quarti d'ora di oblio e poi, giù in discesa, per una nuova
cura integrale di fanghi. La discesa era forse più penosa
della salita in quanto la fatica delle ore precedenti aveva rotto
le ginocchia e allentato i riflessi e più facilmente uomini
e muli cadevano nel fango. Ma in coda alla colonna vi erano i conducenti
e i muli che non potevano, non dovevano cadere. Erano quelli addetti
al trasporto dei feriti, dei congelati, non di rado morti. Un pietoso
carico umano che poteva essere smistato nelle retrovie unicamente
a dorso di mulo.
(da "Storie di Alpini e di muli" di Giuseppe BRUNO - L'Arciere
Editore Cuneo) |
| Il
secondo episodio è tratto dal mitico Giulio Bedeschi,
sottotenente medico in Grecia e in Russia, testimone diretto delle
drammatiche vicende della Divisione Julia. Lo scenario è
il fronte Russo, sulla riva del Don in località Jvanowka
dove ha preso posizione un reparto di pronto intervento della "Julia".
I personaggi del racconto sono gli artiglieri della 26È Batteria,
il bravo conducente Scudrèra e la sua mula Gigia. "......La
fronte consisteva di una rada unica riga di circa trecento uomini
distesi sulla neve, disposti ad arco a circa 600 metri oltre l'abitato.
Il nemico cominciò ad avanzare guardingo, lentissimo, parve
voler distendersi di preferenza in un più vasto raggio, abbracciando
il paese lontano. Non sparava. Solo dopo un'ora di attesa un sibilo
fischiò nell'aria e una granata scoppiò sull'abitato
di Jvanowka. "Serventi ai pezzi" disse Reitani. Attorno
ai cannoni era stato trattenuto un minimo di servizio; gli altri
artiglieri imbracciato il fucile, s'erano stesi nell'esile arco
inframmezzati agli alpini. Una batteria russa aprì il fuoco
sul paese... |
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Le fanterie
russe cominciarono ad affacciarsi su un costone antistante l'arco
difensivo, alcune loro mitragliatrici incominciarono a cantare
nell'aria tersa, gli alpini controbatterono con le armi automatiche...
Le isbe cominciarono a bruciare, la neve zampillava di sempre
nuove fontane lasciando sul terreno il nero dei crateri scavati
dalle granate. I russi iniziarono a tirare sulla ventisei con
le granate, Reitani rispose sparando a zero sui reparti che premevano
sulla filiforme linea degli alpini ... Sul finire della mattinata
i russi mutarono tattica: cessarono di lanciare reparti compatti.
"Non riescono a sfondare! Si fermano!". esclamavano
i soldati esultanti. "E' mezzogiorno, si fermano a mangiare"
commentava ironico il Sergente Sguario, capo pezzo del quarto
pezzo. Essendo pressoché cessato l'urto delle fanterie,
l'artiglieria russa infieriva ora con maggiore furia sottoponendo
il paese a un martellamento continuo. Una slitta e un mulo presso
un pezzo saltarono in aria. "Guarda Scudrèra"
disse il capitano a Serri indicando il conducente che metteva
al riparo il suo mulo dietro una pila di cassette di granate.
Scudrèra aveva passato un braccio attorno al collo del
mulo e col viso appoggiato al muso gli andava accarezzando la
mascella. "Non aver paura" - gli diceva lisciandogli
il pelo - "ci sono sempre qua io, il tuo padrone non si dimentica
di te, stai sicuro: piuttosto che lasciarti fare prigioniero ti
sparo una fucilata in un orecchio. Va bene?", gli domandava
infine sorridendo e tirandogli l'orecchia, e poiché gli
era così vicino, affettuosamente gliela baciava, senza
esitazione e senza pudore...
(da "Centomila gavette di ghiaccio" di G.Bedeschi -
Editore Mursia)
...Questo comportamento così umano nei riguardi del
mulo non deve stupire e sono sicuro non stupisce certamente gli
alpini che per oltre 120 anni hanno vissuto una simbiosi irripetibile
con lui. Fino a qualche anno fa il mulo era l'unico mezzo da trasporto
per muovere in alta montagna; al mulo era legata in buona parte
la sopravvivenza dei reparti che operavano in zone impervie sprovviste
di strade. La sua resistenza, la sua agilità, la sua grande
generosità, ma anche la sua spiccata sensibilità
resteranno nella storia. Vi sono molti episodi che narrano di
conducenti che hanno diviso la "pagnotta" con i muli,
del mulo che protegge l'alpino, dell'alpino che parla col suo
mulo. Tra le battute che circolavano nelle caserme degli alpini
una è singolare. Correva voce che "Dove il mulo non
arriva, l'artigliere era capace di portarselo in spalla".
Ma la scena più commovente si aveva quando il conducente.
con il foglio di congedo in mano andava a salutare il suo mulo.
Purtroppo oggi il mulo non c'è più nell'Esercito
Italiano, schiacciato sotto il peso del progresso, è stato
mandato in pensione. La difficoltà di reperimento di giovani
capaci di governare il mulo, il sempre più sfavorevole
rapporto costo-efficacia. e l'avvento di nuovi materiali e sistemi
d'arma. hanno determinato la fine del mulo nei reparti alpini.
Al presente nei reparti alpini il successore del mulo è
un mezzo ruotato da montagna in possesso di una buona mobilità
fuori strada e in grado di soddisfare le esigenze operative delle
truppe alpine. Certamente questo veicolo non sarà mai in
grado di sostituire il mulo in quanto sarà impossibile,
nonostante gli enormi progressi della tecnologia, realizzare un
mezzo capace di percorrere gli impervi sentieri dell'alta montagna
con l'agilità e la bravura del mulo. Durante il mio servizio
ai reparti alpini ho visto molte volte muli che percorrevano un
sentiero - affacciato sul vuoto - largo appena 50 centimetri senza
la minima difficoltà. Il mulo mancherà tanto ai
reparti alpini, specialmente ai Quadri più anziani, che
lo consideravano un protagonista importante di ogni attività.
Questi buoni, pazienti muli con le stellette, in tante guerre
e in pace, hanno diviso tutto con gli alpini e moltissime volte
hanno determinato la salvezza di migliaia di "Penne Nere".
Con loro si chiude un'epoca. Gli Alpini lo ricorderanno sempre
con affetto, orgoglio e rimpianto. Addio muli, addio "sconci"
indimenticabili.
(Gen. Tullio Vidulich - ex Pres. Museo Nazionale degli Alpini)
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