IL MULO

Il Mulo nel mondo degli Alpini: un omaggio al prezioso contributo dato da questo magnifico, umilie e generoso amico degli Alpini in ogni tempo, sia in pace che in guerra.

Generoso animale che ha sempre dato agli uomini senza mai pretendere nulla che non fosse un po' di biada e un po' di attenzione, anch'esso avviato, purtroppo, sulla triste via dell'estinzione. Compagno d'armi, pioniere delle nuove conquiste, forte negli aspri cimenti, paziente nelle dure privazioni.

 

Dimenticato dai più nella gloria della vittoria... questo ci ricorda la lapide, sulla tomba di un mulo, posta dagli alpini della "Pusteria" a Mai Ceu nel 1936. La sua potenza, la sua grande generosità, ma anche la sua spiccata sensibilità e qualche volta rusticità, resteranno nella storia. Ecco alcuni versi che esemplificano in modo lampante questa realtà:
Panegirico del Mulo
"La briglia infilata nel braccio mancino
giorni da lupi … in cammino.
Cicca in bocca, canto in cuore
Tocca a chi tocca quando si muore".

Ibrido, inelegante, nato dall'accoppiamento dell'asino con la cavalla; portavi l'obice e la cassa di cottura; il Cappellano, la posta e il ferito; la cassa di granate e l'esplosivo. Tu, tozzo, dalle orecchie grandi, grosse, dagli zoccoli alti e capaci degli impervi sentieri; la tua sobrietà e il tuo stomaco si accontentavano dei foraggi più grossolani. Tu eri l'amico prezioso e insostituibile dei soldati in montagna. Per tutto quello che hai significato lungo i nostri giorni di naja e di guerra; per le giaculatorie dei conducenti; per i telefori cui sei stato costretto quando non potevi traghettare in altro modo un corso d'acqua, e Tu eri terrorizzato e zampettavi e scalciavi nell'aria; per tutte le volte che gli uomini si sono attaccati alla tua coda in salita e hai lasciato fare tirando su anche loro. Per le cannonate che ti sei preso, filosofo come un soldato di razza; per il tuo sudore e le tue fatiche; per i venti di altura e il bianco delle nevi. In riconoscenza delle migliaia di tuoi compagni morti in guerra per noi; perché tu possa rivivere nel ricordo di coloro che stanno per mettere le pantofole o le portano già, di nascosto; per tutti gli Sconci che ti hanno voluto bene; ecco come possiamo renderti onore, ché altro guasterebbe.
(Sandro Baganzani)
Preghiera del mulo al suo conducente:
Non ridere, o mio conducente, ma ascolta questa mia preghiera:
Accarezzami spesso e parlami, imparerò così a conoscere la tua voce, ti vorrò bene e lavorerò più tranquillo. Tienimi sempre pulito! Un giorno ho sentito dire dal capitano che " un buon governo vale metà razione ". È vero: quando ho gli occhi, la pelle e gli zoccoli puliti, mi sento meglio, mangio con maggiore appetito e lavoro con più lena. Quando sono in scuderia lasciami legato lungo, specie di notte, affinché io possa giacere e riposare.
Va bene che sono capace di dormire anche stando in piedi ma, credimi, riposo e dormo meglio quando sono sdraiato. Se quando mi metti il basto e ne stringi le cinghie divento irrequieto, non credere che lo faccia con cattiveria, non trattarmi male e mettimi il basto e regolane le cinghie con delicatezza. Quando andiamo in discesa ed io vado più adagio di te, pensa che lo faccio perché voglio ben vedere dove metto i piedi; non incitarmi quindi a procedere più celermente, ma allungami il pettorale ed accorcia la braca affinché il carico non mi scenda sul collo e mi spinga a cadere. E quando in salita io vado più in fretta non mi trattenere con strattonate e non ti attaccare alla coda perché io ho bisogno di essere libero nei movimenti per meglio superare i tratti più liberi e più difficili del percorso. Accorciami il pettorale ed allunga la braca in modo che il carico non mi vada sulle reni procurandomi ferite e piaghe. Se inciampo, abbi pazienza, sorreggimi ed aiutami. E se lungo le rotabili passano quelle macchinacce che col loro rumore mi fanno tanta paura, non tirarmi per le redini per non farmi innervosire. Accarezzami invece, parlami e vedrai che rimarrò tranquillo. Quando rientriamo in caserma o nell'accampamento non abbandonarmi subito anche se sei stanco, ma pensa che anch'io ho lavorato e sono più stanco di te. Se sono sudato, strofinami subito con un po' di paglia; per te sarà una fatica ben lieve e basterà ad evitarmi dolori reumatici, tosse, coliche. Fammi bere spesso acqua fresca e pulita; se bevo troppo in fretta distaccami pure dall'acqua perché mi farebbe male; ma non agire con strattonate. Quando poi sei di guardiascuderia non dimenticare di passare la biada al setaccio per toglierne polvere e terra; mi eviterai così riscaldamenti e dolori viscerali. Ricordati che io capisco benissimo quando il conducente mi vuol bene. Se ha cura di me sono contento quando mi è vicino e lavoro volentieri; quando invece mi tratta male o mi fa dei dispetti, divento nervoso e posso anche essere costretto a tirar calci. Allorché starai per andare in congedo e dovrai passarmi in consegna al conducente della classe più giovane, spiegagli bene i miei pregi e difetti e raccomandagli come mi deve trattare. Mi risparmierai un periodo di sofferenza e, al dispiacere di vederti andar via, non dovrò aggiungere quello di capitare in mano ad un conducente poco pratico o cattivo. Sii sempre buono, comprensivo e paziente, pensando che anche noi muli siamo di carne ed ossa. E ricorda anche che migliaia di miei fratelli, per portare ai reparti armi e munizioni, viveri e mezzi, sono morti straziati dai proiettili e dalle bombe, travolti dalla tormenta o dalle valanghe, annegati nei torrenti e nel fango, esauriti dalle fatiche, dalla sete, dalla fame e dal gelo. Ricordati, mio caro conducente, che come tu hai bisogno di me io non posso fare a meno di te. Dobbiamo quindi scambievolmente conoscerci, comprenderci, e volerci bene per formare una coppia perfetta. Solo così il buon Dio ci aiuterà e ci benedirà.

Tratto dal Manuale del graduato di Fanteria e sue specialità - pag. 716/18 - edizione marzo 1940).
Questa preghiera è un ultimo omaggio al compagno Mulo, del quale non rimarrà alcun ricordo ma che nella Storia delle Truppe Alpine, assieme allo Sconcio, ha scritto tante pagine belle, determinanti e di vera commozione.
EROS URBANI *
*Figlio del Capitano degli Alpini Mario Urbani, combattente sul fronte Montenegro, (collaboratore di Aristide Sartorio nella realizzazione degli affreschi dell'aula parlamentare di Montecitorio). Architetto e arredatore del palazzo di Giustizia di Roma.
Il mulo per il mondo alpino.
Ecco come un importante graduato del nostro esercito e un semplice soldato ricordano in frangenti diversi il grande rapporto da sempre esistito tra l'uomo e il mulo.
“.....Per esprimere almeno in parte quello che rappresenta il mulo per il mondo alpino, ricorderò un episodio emblematico accaduto ad un collega qualche anno fa, durante un brevissimo viaggio di nozze all'Isola d'Elba. La sera dell'arrivo a Porto Azzurro il Comandante della Stazione dei Carabinieri del posto si presentò al giovane Capitano per recapitargli con urgenza un telegramma inviatogli dal suo vicecomandante, il cui testo diceva pressappoco così: "Vaglio rosso deceduto per colica stop".
E non era uno scherzo! Il Vaglio rosso era uno stupendo mulo roano che aveva prestato servizio con onore in un reparto alpino! Preferisco non pensare alle conseguenze che la ferale notizia può aver avuto sulla prima notte di matrimonio del Capitano! Questa concezione quasi umana del mulo non deve stupire e non stupisce certamente gli alpini che per circa 120 anni hanno vissuto in simbiosi con lui. Per questo, il mulo è entrato nella letteratura alpina da protagonista, quale insostituibile modello operativo per muovere in montagna, in situazioni estreme. La sua potenza, la sua grande generosità, ma anche la sua spiccata sensibilità e qualche volta rusticità, resteranno nella storia. E gli alpini lo ricorderanno con affetto e malinconia. E la montagna, l'alta montagna, quando sarà violata dallo stridente rombo di motori costruiti dall'uomo, rimpiangerà il genuino e romantico nitrito del mulo”.
(Gen. Com.te Luigi Federici)
Lettera al mio mulo
Il primo giorno, non conoscendoti bene, avevo un po' di timore, ma poi é nata un'amicizia. Con quelle grosse orecchie e quel tenero sguardo in quell'imponente corpo. Guardandoti in quegli occhioni grandi dove si scorge tanta tristezza, forse per i maltrattamenti subiti. Non temere, avrò molta cura di te. Sapevi sempre quando arrivavo la mattina, perché ti mettevi a ragliare e quando mi avvicinavo a te mi appoggiavi la testa sulla spalla. Sapevi che nel taschino della mimetica c'era il tuo cioccolato e te lo prendevi. Abbiamo camminato fianco a fianco e bevuto dalla stessa borraccia. Quando ti strigliavo mi sembrava che tu mi sorridessi.
Ricordo ancora oggi il campo invernale, il bianco della neve che ci circondava e il freddo. Avevi i baffi ghiacciati in quella stalla fredda dove, quella notte di bufera, il tuo grosso corpo divenne per me un comodo giaciglio. Di te avrò sempre un affettuoso ricordo, caro amico mio.
(Artigliere Luca Masciadri gruppo "Asiago" - 30ma batteria)
Omaggio al mulo con le stellette.
Un Generale Alpino ricorda due episodi tratti da altrettanti famosi libri di guerra. E rende testimonianza personale di quanto abbia significato il mulo nella storia degli Alpini.
“Per capire quello che rappresenta il mulo per il mondo alpino, ricorderò due episodi realmente accaduti in guerra. Il primo è descritto dal Generale Giuseppe Bruno, ufficiale veterinario degli alpini sui fronti occidentali e greco-albanese con la Divisione Tridentina, e sul fronte Russo, prima con la Divisione Cuneense e successivamente con la 121ma Infermeria quadrupedi del Corpo d'Armata Alpino.

Lo scenario in cui si svolge l'episodio è l'Albania ad Han”.
... "Era impressionante udire sulla mulattiera, di notte, l'affannoso ansimare dei conducenti e dei muli, contrappuntato dall'ossessivo "sgnac - sgnac" degli scarponi e degli zoccoli". "La notte l'è 'na brutta bestia" osservava qualche conducente allorché si facevano corvè al buio. E, in effetti, quell'ansito collettivo nelle ostili notti albanesi pareva uscire dalla gola di un mostro sconosciuto. Dopo tre quattro ore la corvè raggiungeva le linee e per gli alpini che stavano lassù erano momenti di festa perché "ostrega, el ghè ben fra ste bestiasse el mul che gà la posta e il vin". E il mulo che portava vino e posta era il primo ad essere liberato dal carico. Prima di riprendere la via del ritorno i conducenti si concedevano un'ora di sosta. In pochi minuti consumavano quel poco che avevano con sé, bevevano un caffè caldo e un bicchiere di vino, attaccavano le musette di biada al muso dei quadrupedi e poi si buttavano nel primo ricovero col telo tenda che sempre portavano al seguito e si addormentavano d'acchito. Tre quarti d'ora di oblio e poi, giù in discesa, per una nuova cura integrale di fanghi. La discesa era forse più penosa della salita in quanto la fatica delle ore precedenti aveva rotto le ginocchia e allentato i riflessi e più facilmente uomini e muli cadevano nel fango. Ma in coda alla colonna vi erano i conducenti e i muli che non potevano, non dovevano cadere. Erano quelli addetti al trasporto dei feriti, dei congelati, non di rado morti. Un pietoso carico umano che poteva essere smistato nelle retrovie unicamente a dorso di mulo”.
(da "Storie di Alpini e di muli" di Giuseppe BRUNO - L'Arciere Editore Cuneo)
Il secondo episodio è tratto dal mitico Giulio Bedeschi, sottotenente medico in Grecia e in Russia, testimone diretto delle drammatiche vicende della Divisione Julia. Lo scenario è il fronte Russo, sulla riva del Don in località Jvanowka dove ha preso posizione un reparto di pronto intervento della "Julia". I personaggi del racconto sono gli artiglieri della 26 Batteria, il bravo conducente Scudrèra e la sua mula Gigia”. "......La fronte consisteva di una rada unica riga di circa trecento uomini distesi sulla neve, disposti ad arco a circa 600 metri oltre l'abitato. Il nemico cominciò ad avanzare guardingo, lentissimo, parve voler distendersi di preferenza in un più vasto raggio, abbracciando il paese lontano. Non sparava. Solo dopo un'ora di attesa un sibilo fischiò nell'aria e una granata scoppiò sull'abitato di Jvanowka. "Serventi ai pezzi" disse Reitani. Attorno ai cannoni era stato trattenuto un minimo di servizio; gli altri artiglieri imbracciato il fucile, s'erano stesi nell'esile arco inframmezzati agli alpini. Una batteria russa aprì il fuoco sul paese...

Le fanterie russe cominciarono ad affacciarsi su un costone antistante l'arco difensivo, alcune loro mitragliatrici incominciarono a cantare nell'aria tersa, gli alpini controbatterono con le armi automatiche... Le isbe cominciarono a bruciare, la neve zampillava di sempre nuove fontane lasciando sul terreno il nero dei crateri scavati dalle granate. I russi iniziarono a tirare sulla ventisei con le granate, Reitani rispose sparando a zero sui reparti che premevano sulla filiforme linea degli alpini ... Sul finire della mattinata i russi mutarono tattica: cessarono di lanciare reparti compatti. "Non riescono a sfondare! Si fermano!". esclamavano i soldati esultanti. "E' mezzogiorno, si fermano a mangiare" commentava ironico il Sergente Sguario, capo pezzo del quarto pezzo. Essendo pressoché cessato l'urto delle fanterie, l'artiglieria russa infieriva ora con maggiore furia sottoponendo il paese a un martellamento continuo. Una slitta e un mulo presso un pezzo saltarono in aria. "Guarda Scudrèra" disse il capitano a Serri indicando il conducente che metteva al riparo il suo mulo dietro una pila di cassette di granate. Scudrèra aveva passato un braccio attorno al collo del mulo e col viso appoggiato al muso gli andava accarezzando la mascella. "Non aver paura" - gli diceva lisciandogli il pelo - "ci sono sempre qua io, il tuo padrone non si dimentica di te, stai sicuro: piuttosto che lasciarti fare prigioniero ti sparo una fucilata in un orecchio. Va bene?", gli domandava infine sorridendo e tirandogli l'orecchia, e poiché gli era così vicino, affettuosamente gliela baciava, senza esitazione e senza pudore...
(da "Centomila gavette di ghiaccio" di G.Bedeschi - Editore Mursia)
“...Questo comportamento così umano nei riguardi del mulo non deve stupire e sono sicuro non stupisce certamente gli alpini che per oltre 120 anni hanno vissuto una simbiosi irripetibile con lui. Fino a qualche anno fa il mulo era l'unico mezzo da trasporto per muovere in alta montagna; al mulo era legata in buona parte la sopravvivenza dei reparti che operavano in zone impervie sprovviste di strade. La sua resistenza, la sua agilità, la sua grande generosità, ma anche la sua spiccata sensibilità resteranno nella storia. Vi sono molti episodi che narrano di conducenti che hanno diviso la "pagnotta" con i muli, del mulo che protegge l'alpino, dell'alpino che parla col suo mulo. Tra le battute che circolavano nelle caserme degli alpini una è singolare. Correva voce che "Dove il mulo non arriva, l'artigliere era capace di portarselo in spalla". Ma la scena più commovente si aveva quando il conducente. con il foglio di congedo in mano andava a salutare il suo mulo. Purtroppo oggi il mulo non c'è più nell'Esercito Italiano, schiacciato sotto il peso del progresso, è stato mandato in pensione. La difficoltà di reperimento di giovani capaci di governare il mulo, il sempre più sfavorevole rapporto costo-efficacia. e l'avvento di nuovi materiali e sistemi d'arma. hanno determinato la fine del mulo nei reparti alpini. Al presente nei reparti alpini il successore del mulo è un mezzo ruotato da montagna in possesso di una buona mobilità fuori strada e in grado di soddisfare le esigenze operative delle truppe alpine. Certamente questo veicolo non sarà mai in grado di sostituire il mulo in quanto sarà impossibile, nonostante gli enormi progressi della tecnologia, realizzare un mezzo capace di percorrere gli impervi sentieri dell'alta montagna con l'agilità e la bravura del mulo. Durante il mio servizio ai reparti alpini ho visto molte volte muli che percorrevano un sentiero - affacciato sul vuoto - largo appena 50 centimetri senza la minima difficoltà. Il mulo mancherà tanto ai reparti alpini, specialmente ai Quadri più anziani, che lo consideravano un protagonista importante di ogni attività. Questi buoni, pazienti muli con le stellette, in tante guerre e in pace, hanno diviso tutto con gli alpini e moltissime volte hanno determinato la salvezza di migliaia di "Penne Nere". Con loro si chiude un'epoca. Gli Alpini lo ricorderanno sempre con affetto, orgoglio e rimpianto. Addio muli, addio "sconci" indimenticabili”.
(Gen. Tullio Vidulich - ex Pres. Museo Nazionale degli Alpini)



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