LE ORIGINI DELLE TRUPPE ALPINE


Una attenta rilettura degli studi militari del secolo scorso sulla difesa del confine in corrispondenza delle Alpi ha consentito di fare nuova luce sulle origini delle truppe alpine.
Nella storia di questo glorioso Corpo, così come negli studi che portarono alla sua creazione, si ritrova il continuo oscillare tra l'idea di impiegare i reparti soltanto in montagna oppure anche in pianura.
Le recenti teorie della “bivalenza“ e della “polivalenza“ si ricollegano agli studi di Giuseppe Perrucchetti mentre l'impiego dei reparti alpini esclusivamente in montagna venne sostenuto soprattutto da Agostino Ricci.
Esamineremo la complessa questione dell'origine delle truppe alpine con una serie di articoli, auspicando che possano dare inizio ad un opportuno approfondimento.

IL RINNOVAMENTO DELLE ISTITUZIONI MILITARI

La guerra del 1866, con la ritirata di Custoza e la rotta di Lissa, fu un insuccesso moralmente gravissimo, per la crisi di comando e l'inefficienza complessiva che si erano rivelate nella condotta delle operazioni e per le ripercussioni che si ebbero nella pubblica opinione.

Ai contrasti personali dei Comandanti si sommarono le rivalità delle diverse tradizioni militari, le antipatie, i risentimenti e le nostalgie derivanti dalla affrettata unificazione dei vari eserciti nazionali. Per costituire un organismo compatto, un unico blocco funzionale, mancavano l'affiatamento, la solidarietà, le comuni esperienze sui campi di battaglia, le prove superate insieme.

Con un esercito maggiore di quello austriaco, una flotta doppia, un alleato capace di sconfiggere da solo l'impero austro-ungarico, l'Italia umiliata aveva dovuto accettare il Veneto non dal suo nemico, l'Austria, ma dall'alleato imperatore francese. La coscienza italiana sentiva il disonore di quella prima guerra nazionale, che rivelava una impreparazione militare tale da scuotere duramente la fiducia della pubblica opinione nelle Forze Armate.

Bisognava reagire, ristudiare dalle fondamenta l'intero problema militare nazionale, rinnovare spiriti, strutture, ordinamenti.

Un primo passo venne compiuto nel marzo 1867 con l'istituzione della Scuola di Guerra, per approfondire lo studio dei problemi militari ed elevare la preparazione degli ufficiali. La Scuola di Guerra svolse nel periodo 1868-1872, un ruolo fondamentale per la creazione delle prime compagnie alpine grazie soprattutto all'impulso conferito agli studi sulla guerra in montagna ed alle esercitazioni sulle Alpi, organizzate dall'insegnante di arte militare, tenente colonnello Agostino Ricci.

Un altro insegnante, il capitano Nicola Marselli titolare della cattedra di storia dal 1867 al 1875, aveva in precedenza chiesto un congedo temporaneo per un soggiorno in Germania allo scopo di prendere contatto con la cultura tedesca. un suo libro pubblicato nel 1871 sostenne la necessità di rivedere l'ordinamento militare italiano su base delle esperienze prussiane.

La superiorità militare della Prussia consisteva nella rapidità delle operazioni di mobilitazione grazie, al reclutamento regionale ed a quantità di soldati che poteva schierare in combattimento, con tre eserciti ben caratterizzati, costituiti fin dal 1814.

Si trattava dell'esercito di prima linea o permanente, di seconda linea o Landwehr, di terza linea o Landsturm (Esercito territoriale).

Dopo le folgoranti vittorie prussiane del 1870-71 sulla Francia, che mostravano la superiorità del modello di esercito-quantità prussiano su quello dell'esercito-qualità francese, fatto di soldati a lunga ferma, molti Stati europei sentirono il bisogno di rivedere i propri ordinamenti militari e tra essi l'Italia.

Si studiò a fondo la strategia di Moltke, il prestigioso Capo di Stato Maggiore prussiano, che aveva per fondamento la rapidissima mobilitazione basata sul reclutamento regionale. Secondo Moltke, la difensiva in campo strategico doveva essere attiva e manovrata e veniva ammessa solo nel caso in cui fosse imposta dalla superiorità dell'avversario. Nel corso delle operazioni bisognava tenere il più a lungo possibile le forze divise, per poi riunirle al momento necessario. Non più quindi una condotta dell'esercito con un'unica massa, ma con tante masse tra loro separate e plasmate all'ambiente naturale, da riunire al momento decisivo.

La tattica della fanteria, secondo Moltke, avrebbe dovuto evolvere dal sistema rigido delle colonne di compagnia all'ordine sparso, lasciando ampia possibilità di iniziativa ai Comandanti dei minori reparti. La forza delle unità combattenti doveva consistere nell'elemento morale, nella capacità dei Quadri, nell'iniziativa dei Comandanti in sottordine. In questi concetti del tutto nuovi per il pensiero miiitare italiano del tempo, ci sono i germi di quelle idee che furono all'origine delle truppe alpine.

Le esigenze di rinnovamento spirituale, strategico, tattico e ordinativo erano ben chiare nella mente del generale Cesare Magnani Ricotti, quando il 7 settembre 1870 venne nominato Ministro della Guerra. Egli svolse la sua azione riformatrice con determinazione per superare le tante opposizioni, tra le quali principalmente quelle del generale La Marmora. Lo fece con larghezza di vedute, tanto da far compiere al nostro esercito la svolta più importante della sua storia più che centenaria. Con le riforme volute da Cesare Magnoni Ricotti l'Italia poté disporre di un esercito adeguato al rango di grande potenza europea.

L'opera riformatrice del Ministro iniziò a svolgersi prima dell'istituzione delle compagnie alpine; di conseguenza è necessario inquadrare la nascita degli alpini nell'ampio contesto della riforma Ricotti, che segue il ben preciso filo conduttore di trasformare l'Esercito italiano dal modello francese voluto da La Marmora nel 1854 nel modello prussiano che si era posto all'attenzione di tutta l'Europa.

Nel contesto della riforma va inserito anche il problema di difendere la nuova frontiera alpina.

Era evidente che per operare nella zona di montagna sia con operazioni offensive da svolgersi nell'ambito della strategia difensiva ideata da Moltke, sia con operazioni difensive, si sarebbe dovuto disporre di una fanteria reclutata ed addestrata per lo specifico impiego nell'ambiente alpino.

Non si poteva pretendere di inviare nella zona impervia del nuovo confine, a quote sui 3.000 metri, i fanti delle regioni meridionali né tantomeno si poteva continuare a sostenere una strategia che prevedeva di difendere le Alpi schierando l'esercito sul Po, secondo quelle concezioni strategiche che ormai erano da considerarsi decisamente superate.

COMBATTERE SULLE ALPI O IN PIANURA?

La terza guerra di indipendenza, pur disastrosa sul piano militare, fece ottenere all'Italia nel 1866 il Veneto, avvicinando il confine politico alle frontiere naturali della catena alpina. Il nuovo confine con l'Austria ritornava ad essere quello che agli inizi dell'evo moderno si era creato con l'affermarsi della Repubblica Veneta; un confine geograficamente ed etnicamente assurdo, per i criteri approssimativi con cui venne tracciato, che rimase invariato fino agli inizi della prima guerra mondiale.

Il bizzarro percorso di questo confine non seguiva linee orografiche, ma tagliava decisamente le alte valli dell'Adige, dell'Astico, del Brenta e del Piave. Lasciava all'Austria tutta la parte superiore della Val Fella, passava a pochi chilometri da Palmanova e terminava a Grado.

La difesa del nuovo confine, con il "saliente" del Trentino che si incuneava nel territorio italiano e la "porta aperta" della pianura friulana che invitava all'invasione, si presentava di difficile soluzione dal punto di vista militare. A nord l'enorme cuneo della valle dell'Adige puntato verso la pianura costituiva un enorme vantaggio per l'Austria poiché consentiva di utilizzare ben quattordici vie indipendenti di invasione: Stelvio, Tonale, Giudicarie, Garda, Lagarina, Fugazze, Astico, Assa, Brenta, Cismon, Cordevole, Boite, Misurina, Monte Croce di Comelico. Di queste vie, solo sette erano caratterizzate da valichi su displuviali elevate, quindi in parità di condizioni offensive-difensive per Italia e Austria; nelle altre sette, invece, l'Austria quale padrona delle alte valli era in situazione di netto vantaggio, sia per la difensiva che per l'offensiva. A ciò si aggiungeva la potenzialità della linea ferrata del Brennero, inaugurata nell'agosto del 1867, e la contemporanea costruzione di quella in Val Pusteria e in Valle Drava, tali da consentire agli austriaci travasi imponenti di forze da un fronte all'altro.

Ad est la situazione per l'Italia era ancora peggiore. Tutta la pianura continuava a rappresentare l'atavica e comoda via di invasione della penisola. Le Alpi Carniche e Giulie, rispetto a quelle del Trentino, consentivano agli austriaci, grazie alla loro migliore accessibilità, di eseguire un piano di attacco mediante più combinazioni di linee, con minori difficoltà e masse più concentrate rispetto a quanto si sarebbe potuto realizzare nella parte settentrionale delle Alpi.

Nel complesso, aver ottenuto il Veneto significava per l'Italia dover difendere un fronte montano ed uno di pianura, con due fasci operativi a nord e ad est entrambi in grado di scardinare l'intero sistema difensivo della pianura padana, con aggiramenti e chiusure in sacche delle forze sistemate a difesa sui confini. Tutto il problema difensivo nazionale dovette essere riesaminato alla luce della nuova situazione.

Alla nuova frontiera con l'Austria, cosi difficile da difendere, si aggiungevano le frontiere con la Francia e con la Svizzera dove — per quanto il pericolo fosse meno incombente — bisognava pur prevedere una sia pur minima difesa.

Considerata questa situazione alle frontiere, si può ben comprendere il fervore degli studi militari dopo il 1866, per risolvere il problema della sicurezza del giovane Stato. La letteratura militare del periodo 1866-1872 riflette fedelmente le discussloni clrca il modo di impostare la difesa del Paese. Poiché il confine correva in buona parte sulle Alpi si discuteva se utilizzare o meno le montagne per potenziare la sistemazione difensiva, oppure se combattere soltanto in pianura secondo la strategia ufficiale, ed i pareri erano quanto mai discordi.

Le scelte di fondo operate dal ministro Ricotti a partire dal 1870, che comunque in parte erano già state fatte in precedenza, riguardavano l'automatismo della mobilitazione, la rapidità della radunata, l'impiego di forze in permanente assetto di guerra lungo le frontiere per la copertura, la corrispondenza dell'intelaiatura di pace con quella guerra in modo da evitare di dover costituire ex-novo unità di prima nea. In particolare riguardavano separazione dei compiti addestra, da quelli operativi avvalendosi degli organi territoriali.

I distretti militari diventaro centri di reclutamento e di mobilitazione per le unità di fanteria. Si discuteva come risolvere razionalmente il problema della copertura delle frontiere terrestri. La costituzione delle compagnie alpine uno dei provvedimenti per realizzare tale copertura e le discussioni vertevano sul modo di impiegare questi reparti nella difesa delle frontiere. Il capitano Giuseppe Perrucchetti sostenne che le unità alpine avrebbero dovuto rappresentare delle avanguardie per l'azione di frenaggio nelle valli investite dall'attaccante; al contrario, il tenente colonnello Agostino Ricci sostenne che le unità alpine avrebbero dovuto svolgere un'azione di arresto e aggiunse che il modo migliore di difendersi consisteva nel prendere l'iniziativa attaccando dovunque l'aggressore.

In sostanza, secondo Perrucchetti l'azione di copertura doveva rappresentare un'azione a sé stante per dar tempo al grosso dell'esercito di radunarsi in pianura, mentre secondo Ricci la copertura era parte integrante della manovra generale perché doveva impedire che le colonne avversarie giungessero in pianura per riunirsi e costituire «massa». Quindi, secondo Ricci, bisognava decisamente combattere sulle Alpi, e queste dovevano essere considerate una zona di arresto e non una zona di frenaggio.

Con la soluzione di Ricci la mobilitazione e la radunata avrebbero potuto svolgersi in un'atmosfera di maggiore sicurezza e i reparti alpini non avrebbero dovuto ridiscendere a valle per unirsi al grosso dell'esercito come voleva Perrucchetti. Così la copertura veniva ad assumere ancor più marcatamente la funzione di elemento di sicurezza morale e materiale per le popolazioni, poiché garantiva da improvvise violazioni del territorio nazionale.

Secondo Ricci, poiché la copertura data dalle truppe alpine doveva assumere un carattere prevalentemente offensivo come elemento fondamentale della manovra generale, essa doveva essere organizzata con reparti bene addestrati ad operare in montagna. Queste le idee espresse sulla stampa militare pnma della creazione delle prime cornpagnie alpine, mentre la strategia Ufficiale prevedeva di difendere l'Italia non sulle Alpi ma sul Po, in quanto non si sarebbe potuto stabilire in precedenza per quali valli l'invasore sarebbe venuto avanti. Quindi, per non disperdere le forze, era stabilito che la difesa non dovesse essere condotta sui passi o nelle strette della frontiera alpina, ma al margine della pianura, dove alla massa dell'avversario si sarebbe potuto opporre la massa delle nostre forze per lo scontro decisivo. In caso di eventi sfavorevoli si sarebbe potuto sfruttare con vantaggio il ridotto appenninico per contenere l'invasione. Da qui l'affermazione, allora in voga, che "le Alpi si dovevano difendere non sui monti ma sul Po e sull'Appennino", zone nelle quali sembrava risiedere la chiave di volta della nostra sicurezza nazionale.

Negli studi militari di quegli anni precedenti la formazione delle prime compagnie alpine, il problema della guerra in montagna, per nulla nuovo in Italia, acquistò improvvisa attualità. Si era imposto all'attenzione generale con la campagna di Garibaldi nel Trentino ne 1866, dove si svolsero le uniche operazioni vittoriose del nostro esercito nella terza guerra di indipendenza. L'avversario di Garibaldi, il generale Kuhn esperto di combattimenti nelle zone alpine, pubblicò subito dopo la campagna del 1866 un libro nel quale espose le sue teorie sulla guerra in montagna. La traduzione italiana di questo libro ebbe una certa risonanza nella stampa militare italiana, poiché il generale Kuhn dimostrò efficacemente la convenienza di difendere le Alpi e di combattere in montagna con nuovi criteri e nuove tecniche. Queste idee vennero discusse sulla nostra stampa militare. Tuttavia il pensiero ufficiale fino all'anno 1872 continuava a rimanere ancorato all'idea di difendere le Alpi schierando l'esercito in pianura dove si pensava si sarebbe svolta la battaglia decisiva contro l'invasore.

Prima del 1872, nell'appassionato dibattito nazionale sulla difesa delle Alpi condotto con numerosi articoli sui quotidiani e periodici, il capitano Perrucchetti non aveva mai fatto sentire la propria voce, ed era quindi un illustre sconosciuto, mentre il tenente colonnello Ricci era già un'autorevole personalità, un insegnante di prestlglo conosciuto da tutto l'esercito, che aveva al suo attivo alcuni libri sulla difesa nazionale e numerosi articoli pubblicati sullo specifico argomento.

Inoltre, il primo ad affermare pubblicamente l'esigenza chiara e precisa di difendere la frontiera alpina con truppe di reclutamento valligiano fu proprio Agostino Ricci, prima ancora che Perrucchetti pubblicasse il suo articolo sulla Rivista Militare. A ciò si aggiunga che Ricci trattò ancor più a fondo il problema con le campagne logistiche che organizzò e diresse presso la Scuola di Guerra; e non tragga in inganno la dizione "logistiche", perché si trattava di vere e proprie esercitazioni con i Quadri in terreno alpino che duravano mesi, precedute da una intensa attività preparatoria, seguite da discussioni, relazioni e valutazioni sui risultati conseguiti circa l'impostazione della difesa sulle Alpi.

IL RECLUTAMENTO REGIONALE ED I CENTRI DI MOBILITAZIONE

Gli studiosi di storia delle truppe alpine affermano che Perrucchetti ha il grande merito di avere proposto sia il reclutamento regionale, sia la costituzione di centri destinati a mobilitare, inquadrare ed armare i valligiani rendendoli immediatamente pronti all'impiego in caso di guerra.

Le questioni del reclutamento regionale e dei centri di mobilitazione si pongono in termini assai più vasti e comunque appare priva di fondamento l'atuibuzione a Perrucchetti del merito della loro adozione.

Il reclutamento regionale, o meglio ancora quello provinciale, era ben noto nell'Esercito piemontese già all'inizio del secolo scorso, quando vennero costituiti i reggimenti provinciali. Non v'è dubbio che esso presentasse enormi vantaggi rispetto a qualsiasi altra forma di reclutamento nazionale, soprattutto perché consentiva di realizzare profondi legami ua soldati della stessa provincia che si conoscevano l'un l'altro, e tra questi e la popolazione di cui erano parte. I superiori conoscevano bene i loro subordinati, tutti erano perfettamente inquadrati sull'ambiente sociale e naturale, i problemi di ogni genere venivano in gran parte risolti con la vicinanza alle famiglie; i reparti possedevano, come risultato del tutto, un altissimo grado di coesione e di spirito di corpo ed una elevatissima efficienza.

Dunque il reclutamento regionale non era affatto una novità nelle valli alpine quando Perrucchetti lo propose, tanto più che esso era alla base degli ordinamenti militari dell'Esercito prussiano. Questo esercito, grazie soprattutto al reclutamento regionale che rese possibile una rapidissima mobilitazione, aveva ottenuto le splendide vittorie del 1870-7 1 contro la Francia.

I motivi per cui in Italia si rinunciò al reclutamento regionale, che consentiva i grandi vantaggi dal punto di vista militare di cui si è detto, furono essenzialmente politici. Fu per mantenere l'ordine sul territorio del regno che nel 1860 venne organizzato il reclutamento su base rigidamente nazionale. I meridionali vennero inviati al nord ed i settentrionali al sud, con motivazioni che facevano leva sulla diffusione del sentimento nazionale e sulla necessità di amalgama tra gli italiani. Si vollero dare anche spiegazloni militarl a questa scelta, sostenendo che un esercito come il nostro, modellato sul tipo francese, cioè con soldati professionisti a lunga ferma, non doveva cercare sostegno nella popolazione, ma chiudersi in sé stesso e trovare la coesione e lo spirito di corpo non attraverso i contatti esterni ma nella quotidiana vita di reparto. Il soldato avrebbe dovuto immedesimarsi totalmente nella propria professione e rimanere del tutto estraneo ai problemi sociali e politici della realtà in cui viveva. Doveva ubbidire, essere efficiente ed estraniarsi dal mondo che lo circondava.

Il reclutamento rimase nazionale anche quando con la "Riforma Ricotti" si passò dal modello francese a quello prussiano, che pur era basato sul reclutamento regionale. E non v'è da stupirsi, poiché uno dei principali compiti dell'esercito secondo la classe dirigente di allora doveva essere quello del mantenimento dell'ordine pubblico e del sostegno della monarchia. Infatti, negli anni sessanta, metà dell'esercito partecipò alle campagne contro il brigantaggio meridionale post-unitario; il numero di soldati morti superò quello dei caduti in tutte le altre guerre del Risorgimento sommati insieme. Una simile campagna, che non sarebbe stata possibile col reclutamento regionale, sta a dimostrare che la borghesia italiana non volle accogliere le aspirazioni sociali delle classi popolari e contadine perché giudicava di dover pagare un prezzo troppo alto per l'unificazione nazionale, quale richiedeva la soluzione dei problemi sociali. L'esercito fu, come è stato detto, il filo di ferro che tenne unita la nazione. E per far questo l'esercito doveva essere strutturato in modo da non ammettere il reclutamento regionale.

Tuttavia, una particolare apertura verso un limitato ricorso al reclutamento regionale venne sorprendentemente proposta dallo stesso Ministro della Guerra Cesare Magnani Ricotti in un progetto di legge presentato al Senato il 6 dicembre 1870. La proposta riguardava la creazione di una «Milizia distrettuale., facente capo ai Distretti Militari di recente lstltuzlone, avente ll compito di appoggiare l'esercito permanente nelle operazioni di guerra. Perciò la proposta di Perrucchetti trova in quest'altra ben più autorevole proposta un precedente del quale bisogna tenere il debito conto nello stabilire la vera origine delle compagnie alpine.

Circa il secondo punto, cioè la creazione di centri di mobilitazione nelle valli alpine proposti da Perrucchetti, va sottolineato il fatto che i Distretti Militari di Cuneo, Torino, Novara, Como, Brescia, Treviso e Udine, cioè quelli ai quali più tardi vennero assegnate le compagnie alpine, erano già stati costituiti nel 1870. La loro origine va messa in relazione con le disastrose operazioni di mobilitazione che si svolsero per la campagna del 1866, definite "scandalose" dagli stessi responsabili. Non si poterono, infatti, utilizzare 150.000 reclute di prima e seconda categoria, non del tutto vestite, armate solo parzialmente e in grado di maneggiare a mala pena un fucile. La confusione, il disordine e l'indisciplina che caratterizzarono quelle operazioni indussero il Ministro della Guerra a studiare con urgenza il modo di porvi rimedio, affinché non dovessero più ripetersi inconvenienti del genere.

Subito dopo la campagna del 1866 venne istituita una commissione di generali e colonnelli per studiare il problema di una più sollecita mobilitazione e di un parziale ricorso al reclutamento regionale. Da questi ufficiali venne l'idea generatrice dei Distretti Militari e probabilmente anche quella delle "Milizie distrettuali" presentata al Senato 11 nel 1870 dal ministro Magnani Ricotti. L'idea dei Distretti Militari venne portata avanti con alterne vicende, finché nel 1870 vennero creati i primi 45 Distretti Militari, aumentati a 53 nel 1871 e a 62 nel 1872.

In definitiva, prima ancora delle proposte di Perrucchetti del 1872, i problemi del reclutamento regionale e dei centri di mobilitazione erano già stati affrontati, in parte con leggi già operanti e in parte con proposte di legge.

LE VARIE FORME DI «RECLUTAMENTO REGIONALE»

Nell'anno 1870 ci si incamminò a grandi passi verso quel particolare tipo di ordinamento militare chiamato «nazione armata». Non si trattava di raggiungere, secondo un modo di intendere molto diffuso tra gli scrittori militari del novecento, una preparazione ed una organizzazione bellica di tutta la nazione in ogni suo campo, con una mobilitazione civile ed una preparazione premilitare nelle scuole e fuori delle scuole, come durante il ventennio fascista si cercò di fare. Bensì si trattava di affermare alcuni principi basilari che, per quanto riguarda l'ordinamento, consistevano nel disporre di un piccolo esercito permanente, da ingrandire al massimo delle possibilità con la mobilitazione, utilizzando tutte le classi mobilitabili.

Fu così che la legge 19 luglio 1871 istituì la «Milizia provinciale», un vero «secondo esercito» tipo Landwehr prussiana, e che la legge 7 giugno 1875 istituì un «terzo esercito», la «Milizia territoriale», sul tipo della Landsturm prussiana.

Questi tre eserciti raggiunsero la loro pienezza organica nel 1883, anno in cui furono adeguatamente inquadrati, raggiungendo i seguenti livelli di forza:


La differenza tra Esercito permanente, Milizia mobile e Milizia territoriale rimase operante fno alla prima guerra mondiale, dopo di che scomparve definitivamente.

Occorre precisare che, oltre ai diversi tipi di esercito citati, si ebbero in Italia anche una «Guardia nazionale» ed una «Milizia comunale».

La «Guardia nazionale» era un retaggio del 1848, estesa a tutto il territorio italiano con legge del 1861, completamente staccata dall'esercito, agli ordini delle autorità civili. I suoi compiti consistevano nel mantenere l'ordine interno e, se necessario, nel concorrere con l'esercito alla difesa delle frontiere. Era costituita in compagnie o frazioni e queste, riunite per vari Comuni, formavano battaglioni con bandiera. Nei centri con molti uomini due battaglioni formavano una legione e più legioni potevano avere un comando superiore. Nel 1866 vennero costituiti reparti di «Guardia nazionale mobile» che concorsero alla guerra di quell'anno e alle operazioni contro il brigantaggio meridionale post-unitario. Dopo il 1870 con la riforma Ricotti la «Guardia nazionale» praticamente scomparve, anche se non venne abrogata la legge istitutiva ed i suo compiti passarono all'esercito.

La «Milizia comunale» venne istituita nel 1876 con il compito di provvedere o concorrere al mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica. I drappelli di Milizia comunale erano considerati disciplinarmente come distaccamenti dei Distretti Militari da cui dipendevano. La legge n. 160 dell'11 luglio 1876, che istituiva la Milizia comunale, abrogava la legge che istituiva la Guardia nazionale, tuttavia prevedeva con disposizione transitoria che i battaglioni della Guardia nazionale mobile potessero essere impiegati fino a tutto l'anno 1879.

Come si vede ci si trovava in una fase di passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento, quando nel 1872 vennero istituite le prime quindici compagnie alpine alle dipendenze dei Distretti Militari.

È degno di nota il fatto che durante la discussione di tre progetti di legge presentati nel gennaio 1872 dal ministro Ricotti, due dei quali riguardavano la nuova struttura dell'esercito, una giunta di cui facevano parte gli onorevoli Bertolé-Viale, Cosenz, Corte e Farini suggerì alcune modifiche tra le quali una importantissima: si proponeva di radunare i soldati della Milizia provinciale dei distretti alpini, costituita nel 1871, in «Corpi speciali di tiratori», dove l'aggettivo «speciale» stava a significare il reclutamento regionale nella zona alpina. Questi tre progetti di legge proposti da Ricotti nel gennaio 1872 erano conseguenti ad un ordine del giorno presentato da Farini il 20 dicembre 1870. Tutto ciò sta a significare che l'esigenza di reparti speciali di reclutamento specificatamente alpino venne sentita anche da una giunta parlamentare le cui proposte dovettero avere un certo peso nella decisione presa poi da Ricotti nell'istituire le compagnie alpine.

LA VERSIONE TRADIZIONALE SULL'ORIGINE DELLE TRUPPE ALPINE

Secondo la tradizione l'ideatore delle truppe alpine è il capitano Giuseppe Perrucchetti, il quale nel maggio 1872 pubblicò sulla "Rivista Militare" uno studio in cui proponeva di sbarrare i valichi alpini ponendo a guardia di essi i nostri montanari.

Cinque mesi dopo la pubblicazione dell'articolo il Re firmò il decreto n. l056 che aumentava a 62 il numero di Distretti Militari ed a 7 di essi assegnava 15 compagnie alpine della forza di «120 uomini ed 1 mulo ciascuna». Fu così che gli alpini nacquero come soldati distrettuali con compiti di milizia territoriale.

Solo cinque mesi trascorsero tra la generica proposta di Perrucchetti assai diversa in verità dal regio decreto approvato, e la firma del decreto stesso: un vero primato, se si pensa che in genere occorrono non mesi ma anni per trasformare in legge una proposta di interesse militare.

La versione che attribuisce a Perrucchetti tutto il merito della creazione degli alpini è stata ripresa da migliaia di pubblicazioni, riportata nelle enciclopedie, incisa sul marmo e sul bronzo di centinaia di monumentl, trasmessa di generazione ln generazione e puntualmente rinverdita ogni anno in occasione dell'adunata nazionale e delle numerose cerimonie che si svolgono in ogni paese della cerchia alpina ed in parte anche dell'Appennino.

Essa venne messa in discussione una sola volta nel 1908 dal colonnello Oreste Zavattari, comandante del 3° reggimento alpini, che fu il primo a porsi l'interrogativo sulla vera origine del Corpo. Ma la cosa venne messa subito a tacere, anche se la versione ufficiale dei fatti lasciava molto perplessi. Infatti è poco credibile che la generica proposta di uno sconosciuto capitano, per di più discutibile come si potrà constatare, sia stata immediatamente accolta da un ministro, subito firmata dal Re e consegnata alla storia senza che nessuno, per oltre un secolo, abbia confrontato quella proposta con la mole imponente degli studi sulla guerra in montagna apparsi prima della proposta stessa e con le realizzazioni concrete determinatesi in seguito, per scoprire due fatti di fondamentale importanza storica.

Primo: ciò che Perrucchetti propose, per la creazione delle truppe alpine era già stato prospettato e proposto con maggiore autorevolezza e con più razionale ed approfondito esame da Agostino Ricci, circa il reclutamento regionale e il modo di difendere la frontiera alpina.
Secondo: ciò che Perrucchetti propose fu ben diverso da quanto venne realizzato concretamente, poiché l'idea di far combattere gli alpini soltanto in montagna e di raggrupparli in un unico Corpo fu di Agostino Ricci, mentre Perrucchetti propose di farli combattere anche in pianura non raggruppati in un unico Corpo.

Pier Giorgio Franzosi

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