Gen. Giulio Primicerj



Il Gen. C. A. (cong. ass.) Giulio Primicerj - nato a Tripoli di Libia nel 1925 - trascorre gran parte della sua giovinezza a Trieste.
Ufficiale degli Alpini, presta servizio da subalterno ai Battaglioni "Feltre", "Aosta", "Trento" e all'Accademia Militare di Modena, comanda poi la 75° Compagnia del "Cadore", il Battaglione "Bassano", l'8° reggimento Alpini della "Julia" e la Brigata "Cadore".
Dopo aver frequentato la Scuola di Guerra, l'Istituto Stati Maggiori Interforze e la Führungsakademie della Bundeswehr, svolge per quasi quattro anni l'incarico di Addetto Militare presso le Ambasciate d'Italia in Germania e in Olanda. Trasferito nel 1974 al S.I.D., esercita per un biennio le funzioni di Capo Ufficio "R" e "Stay behind".
Lasciato il servizio attivo nel 1979, torna a Trieste, dove scrive per la Mursia "Cronaca di una disfatta" e "Lubiana o Trieste?". Traduce per la stessa Casa editrice "Il fronte di pietra" di Ingomar Pust, "Il Piave" di Peter Fiala e, con lo pseudonimo di Giulio Montanaia, "La Guerra sulla Croda Rossa" di Oswald Ebner.

Numerosi anche i testi tradotti per l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito ("Diario di Guerra del Comando Supremo della Wehrmacht dal 1939 al 1943", "Attività informative di Rommel in Africa Settentrionale" di Hans Otto Behrendt, "Il Reich tedesco e la Seconda Guerra Mondiale" - vol. 3° - di Schreiber, Stegemann e Vogel, ecc.).
Fra i vari suoi articoli pubblicati dalla Rivista Militare, si cita il saggio su "Karl von Clausewitz - nemo propheta in patria".
Socio accademico del GISM, continua ancor oggi a dedicarsi "come può" alle montagne, che - a suo avviso - "stanno diventando ogni anno più alte".




Per il museo degli Alpini:
  • testi tratti dal volume "Rosandra" edizioni Italo Svevo Trieste, autore Giulio Primicerj;
  • fotografie di Giulio Primicerj.
Vecchi, ma tuttora "freschi" appunti autobiografici di un giovane alpino.

Sono pagine che rivelano un'ardente passione per la montagna e tanta ammirazione per il Corpo degli Alpini, anche se la spregiudicata ironia di certe annotazioni sembra talvolta voler dissimulare il pur legittimo orgoglio dell'autore di averne fatto parte per tanti anni della propria vita.

Escursioni invernali '77-78:
una Compagnia del Battaglione "Feltre"
sulla Cima Fradusta
(Pale di S. Martino di Castrozza)

PERIODO DI ESCURSIONI

C'era una volta una compagnia di alpini che, durante le marce di trasferimento, si faceva precedere nei paesi da due "araldi". Il primo cominciava subito a gridare alla piccola folla valligiana: "MameI Paré via le galine e meté le braghe de lata alle tose che ariva i alpini...!". E il secondo, subito dopo: "Omini! Tiré fora el vin dale cantine e seré in casa le spose che ariva i alpini...".

Ma quando gli alpini arrivavano, il paese faceva loro festa e tutti cercavano in un modo o nell'altro di offrire gioia e serenità a quei ragazzi tanto simili ai loro.
Alla partenza della compagnia, le ragazze intonavano quasi sempre un coro:
oi mamma mia, il baldo alpin va via
il baldo alpin va via e non ritoma più
oi si si cara mamma no senza alpini come farò


Rispondevano gli alpini, camminando a passo di strada per le vie del paesello con gli zainoni e le armi in spalla:
Varda la luna come la cammina
e la scavalca i monti come noialtri alpin
oi si si cara tosa no, rivederti mai più potrò


Ma un giorno qualcuno di loro si fece subito rivedere. Erano passate solo poche ore dalla partenza del reparto, quando due alpini giunsero di corsa, sbuffando per la fatica, in quel paese della Val Cismon. Attraversarono di nuovo tutto l'abitato per ritornare sul prato che aveva ospitato in quei giorni il loro accampamento.

Chi li seguì, incuriosito da quella strana e insolita scenetta, udì poco dopo un urlo di gioia. Avevano ritrovato la mitragliatrice dimenticata sotto la chioma di un larice, prima che la scoprissero i carabinieri e facessero rapporto al Comando di Tenenza.

E via di corsa con l'incomodo carico attraverso le vie del paese per unirsi di nuovo alla compagnia.

Una ragazza li sentì dire: "Cosa te vol che importi il massimo dela rigore quand'che lo dà il capitano? Lu capissi tante robe e anche se 'I te sgnaca dentro non lo fa con la faccia dei carabinieri...".

C'era una volta
la bellissima
Brigata Cadore ...

FESTA DEL REGGIMENTO

Festa del Reggimento - rancio special
a'n dan coi salamini - ch'an fan stè mal
a'n dan la pasta süta - con su'l formai
E a nojaotri Alpini - 'n mal ai cai


(da "I dispiaceri di nojautri pouvri Alpini")

Ma la Festa del Reggimento non è sempre fonte di tanti dispiaceri.
Comincia, in verità, molti giorni prima, perché è necessario "tirare a lucido" la caserma, provvedere alle tribune, provare e riprovare i movimenti dei reparti, la resa degli onori e le evoluzioni della fanfara.
Occorre inoltre scegliere il subalterno meno "imbranato" da far montare di picchetto per leggere a tutte le "penne bianche" la "forza presente" e le "novità del mattino", mentre il trombettiere, tutta croce e nessuna delizia del vicinato, deve allenarsi a suonare senza stecche gli squilli di "attenti".

Sono tante e poi tante le faccende da sbrigare anche poco prima della cerimonia, che viene in genere disposto,proprio in quel giorno di festa di anticipare di qualche ora la "sveglia".

Se il comandante conosce bene i suoi uomini, l'allocuzione di rito sarà breve, pacata e priva di enfasi. Non si deve comunque ignorare il pericolo che, subito dopo, chieda la parola un "vecio" del reggimento, al quale, considerati gli anni anagrafici e quelli trascorsi in pace e in guerra sotto la naja, non si può certo impedire di ricordare tutti i capitani e colonnelli avuti come superiori, le varie vicende belliche in cui si trovò coinvolto, nonché le numerose cime raggiunte durante le escursioni estive e invernali.

Terminata la cerimonia, gli Alpini potranno finalmente recarsi in refettorio, dove sarà loro facile dimenticare gli affanni della vigilia e di quella mattinata, in attesa che venga servito il "rancio special". Di norma ben diverso da quello descritto nella strofetta del titolo. Con doppia razione di vino. O forse tripla.

L'ufficiale "addetto stampa" dello Stato Maggiore dell'Esercito, inviato ad assistere a tutte le fasi di quel giorno di festa per compendiarle poi in un articolo, non tarderà a rendersi conto che, nelle canzoni postprandiali, l'Alpino non si attiene quasi mai ai cliché tanto cari agli Alti Comandi:

"O Angiolina, bell'Angiolina
innamorato io son di te..."
"Là nella valle c'è un'osteria
l'è allegria di noi Alpin..."
"La mia mamma mi diceva
non amar le donne bionde..."


E così via. Ma l'articolo verrà comunque pubblicato e nelle copie omaggio inviate ai vari enti si potrà leggere che la "suggestiva cerimonia si è conclusa con i canti che esaltano il valore degli Alpini".

È questa in proporzione
la parte riservata alla montagna dalla
cosiddetta "bivalenza delle Truppe Alpine".

LA SENTINELLA

... un suon di campane che annuncia il Natal
s'intenerisce allor l'Alpino che in vedetta sta,
quest'anno il babbo e il suo piccino invano aspetteran.
Ecco già brilla una lacrima, ma basta un segnale,
stringe l'Alpino il fucile e all'erta sta,
nel cuore e nel pensier non resta che il dover
non passerà giammai il confine lo stranier...


Bella, davvero commovente questa canzone di moda tanti anni fa e ascoltata in genere nei teatri di periferia da spettatori plaudenti, mentre il corpo di ballo si agitava sul palcoscenico, ornato per l'occasione di tricolori e di cappelli alpini.

Ma il suo autore non doveva conoscere molto bene il nostro ambiente, se non ha pensato che, in quelle condizioni, l'alpino mormora di solito a denti stretti: "Propio a mi dovea tocar ogi, porca naja!".

"Ai miei tempi..."
un bravo Alpino
non abbandonava mai
il suo mulo.

"Olin bevi, torna e bevi..."
Vogliamo bere, tornar a bere...

GRUPPO DEL BRENTA (17 luglio 1941)

Trecento metri sotto il Rifugio Pedrotti sta bivaccando una compagnia del Battaglione "Trento" (11° Reggimento Alpini - Div. "Pusteria"). Le minestre bollono nelle grandi gavette appese ai "clarini" delle tende. È il tramonto.

Non c'è allegria attorno ai fuochi, perché il periodo di addestramento è quasi finito e si ignora quale sarà il prossimo compito del reparto. Nessuno è infatti disposto a scherzare quando pensa che una tradotta potrebbe portarlo pochi giorni dopo in Francia, in Grecia o nei Balcani.

Tuona improvvisamente una voce: "Marangon, fai suonare la fanfara!". Si alza un sottufficiale: `"Ma Signor Tenente, è appena arrivata, son tutti stanchi... senza fiato...".

"Zio canella, la fanfara ho detto!": un colpo di pistola in aria e il successivo lancio di una bomba a mano sottolineano l'imperiosità dell'ordine.

"Signorsì... strumenti a posto... trentatré... pronti... via!".

Rimasi allora sorpreso ma lo fui ancor più quando, trascorsi alcuni anni, ritrovai lo stesso Ufficiale, con i gradi di capitano, al comando della compagnia alla quale ero stato appena assegnato.

Si chiamava Mario e non era certo il comandante ideale di un reparto in tempo di pace. Gli alpini si sarebbero gettati per lui anche nel fuoco, ma la disciplina - si fa per dire - di quella compagnia non trovava riscontro in nessun regolamento dell'Esercito italiano. Regolamenti che Mario si vantava di ignorare, perché scritti da quegli imboscati dello Stato Maggiore, che non avevano partecipato mai a una guerra. Lui si che le aveva fatte, anche in Spagna, dove, per aver giocato ad una specie di "roulette russa", aveva perso falangina e falangetta al medio della mano destra. E la falange superstite gli serviva per barare ai frequenti tornei serali e notturni di "morra", perché faceva valere quanto gli era rimasto di quel dito a seconda del numero dichiarato.

Durante le escursioni, approfittava del suo physique du role per aggiungere all'uniforme una croce rossa e presentarsi alle villeggianti come cappellano militare del battaglione. Per coinvolgermi nello scherzo e renderlo - a suo parere - veramente completo, aggiungeva subito dopo che io ero il tenente medico della compagnia. Mi costringeva così a subire un fuoco di fila di domande, perché ciascuna delle presenti aveva un particolare problema da esporre. Ma all'aria aperta e nel corso di quella specie di terapia di gruppo non potevo certo invitare le interessate a spogliarsi, anche se, in qualche caso, l'eventuale adesione avrebbe procurato un innegabile godimento estetico. E poi, cosa avrebbe mai detto don Mario? Ricorrevo allora all'espediente di attribuire tutti i disturbi una evidente origine allergica e prescrivevo una medicina, di cui ricordavo molto bene non solo il nome e la casa farmaceutica ma anche, e soprattutto, la possibilità di acquistarla senza ricetta! È proprio vero che uno dei grandi vantaggi delle escursioni estive era allora quello di non rimanere più di due giorni nella stessa località...

In Alto Adige non si trovava Kellnerin che sapesse resistere a quei grandi occhi azzurri e alla sua barba brizzolata, almeno fino ad un certa ora della notte. Poi il rum bevuto cominciava a far sentire i suo effetti. Per avergli chiesto il motivo di tanto rum invece del grappino o di una buona bottiglia di Terlano, mi sentii rispondere che la grappa andava bene di prima mattina, al posto del caffé - e infatti ero sempre io a bere la sua razione - mentre il rum meglio si addiceva a tendenze sociali e religiose che riteneva di dover condividere. Non era stato Papa Leone XIII a scrivere l'Enciclica "Re-rum Nova-rum"? Come mai i sacerdoti recitavano spesso "Per omnia saecula saeculo-rum"? Rinunciai a ulteriori chiarimenti.

Ma per queste sue più che lodevoli tendenze finì una notte nel fosso a monte dell'accampamento. Dove cominciò a dormire. Sono più che sicuro che prima di addormentarsi avrà borbottato qualcosa - come suo solito - contro il rum "troppo acido" che vendevano nel paese vicino.

Venne destato dal ritornello della "sveglia" suonato al campo e dalla voce di due carabinieri in servizio di pattuglia: "Comandi Signor Capitano! Occorre qualcosa? Si è fatto forse male?".

"Macché comandi e comandi, zio canella!" sbottò Mario, lisciandosi la barba "non vedete che sto osservando dall'alto se le operazioni della sveglia si svolgono regolarmente?". E si avviò zoppicando verso la sua tenda.

Sono incavolato nero:
vogliono farmi fuori,
ma "no pasaran!".

VAL PIÙ UN ALPINO ALL'INFERMERIA
OVVERO
LO SPIRITO DI CORPO

Spirito di Corpo: strana denominazione con definizioni non sempre comprensibili riportate nelle varie "librette".
Bristot porta la sua mula lungo un sentiero che sembra aver dimenticato il concetto di curva, dritto filato su per un bosco fino a perdersi fra i baranci sotto le crode. E poi... poi Bristot lo conosce bene, perché è la seconda volta che oggi lo percorre per far arrivare il rancio al plotone che bivacca sulla forcella e sa che bisogna attraversare una specie di cengia, comoda per lui, ma non per la Gigia, can de l'os'cje, alla quale dovrà togliere di nuovo i "laterali" e caricarseli sulle spalle.
Ogni passo un respiro, ogni respiro... un moccolo, a volte vero, altre volte annacquato, come quelli che tollera anche il Cappellano oltre i duemila...
Bristot è stanco e non sa quando potrà arrivare lassù. Ma proprio là doveva cacciarsi il plotone? Si siede, cerca di asciugare il sudore, ma si accorge che non gli basterebbero tutti i fazzoletti segnati sulla "scheda corredo".
Un sospiro, con tutti gli annessi e connessi e poi via fino al limite del bosco. Un'altra sosta... voci che si avvicinano... sta scendendo verso di lui una squadra dei cosiddetti Raggruppamenti di frontiera.

Bristot stacca il cappello appeso al carico centrale, se lo caccia in testa, riprende a camminare, incrocia il piccolo reparto...
Gli urla: "Buffaaa!" e sparisce dietro un albero per sedersi nuovamente e togliersi quel cappello che lo fa tanto sudare.
Ma episodi simili non verranno mai descritti nelle "librette"...

Che sia proprio questa
la fine
che vogliono farci fare?

"VA L'ALPIN SU L'ALTE CIME..."

Insomma, mi si potrebbe chiedere, non è dunque vero che gli alpini passano il tempo a bere e a giocare alla "morra"? E che una volta smesso di bere vanno a montare di sentinella sotto la tormenta, restando immobili nonostante il gelo, il vento e la neve? Perché hai narrato episodi che nulla hanno di veramente epico e grandioso?
Perché in ogni tipo di esaltazione allignano i germi di quell'orribile male che è il "luogo comune" e la vita degli alpini non è fatta di luoghi comuni. Né ho avuto l'onore, come tanti colleghi più anziani, di comandare reparti alpini in combattimento e le gesta degli alpini in guerra sono state descritte da autori che hanno condiviso con i loro uomini sacrifici, pericoli, sudore e sangue.
La vita dell'alpino in tempo di pace si sostanzia di sensazioni, di fatti, di piccoli episodi che riflettono lo stato d'animo di chi deve pagare il suo tributo di disagi e fatiche alla "naja", alla stessa "naja" del tempo di pace ben nota - anche se spesso interrotta da eventi bellici - al nonno, al padre, al fratello maggiore.
Una vita forse meno dura di quella trascorsa da borghesi fra i boschi carnici e cadorini o nelle miniere di molti stati stranieri e accettata con spirito sereno, perché "in famiglia si è sempre fatto così".
L'alpino - almeno quello che ho conosciuto nell'immediato dopoguerra e sarebbe errato disconoscere o addirittura condannare il continuo evolversi di mentalità e abitudini proprio delle classi più giovani - a volte beveva, perché il buon vino toglie la sete, rallegra lo spirito e invoglia al canto, perché il paese offriva solo l'osteria per trascorrere le ore di libera uscita o perché la razione arrivava tutta in una volta dopo giorni di cinghia e di manovre. Ascoltava le parole del vecio dell'A.N.A. che ricordava i mortai greci o di quello ancora più anziano che aveva provato cosa fossero le bombarde del primo conflitto mondiale. Ma in servizio cercava sempre di compiere nel migliore dei modi il proprio dovere fra marce, tiri, esercitazioni tattiche e "servizi meno nobili" di caserma, tenendo comunque e costantemente il conto dei giorni che lo separavano dal congedo. Allora mamma Rosa e la Nina non sarebbero andate più sole a lavorare nei campi o in malga e se la sposa stava per fare "zaino a terra" non avrebbe dovuto chiedere una licenza.
In tutto questo non esiste retorica, perché i Tait, gli Ongaro, i Faoro, i Bristot e i montanari in genere ignoravano il significato di tale parola e, se la sentivano pronunciare, non chiedevano neppure spiegazioni al sottufficiale di fureria, perché l'istinto suggeriva loro di non preoccuparsi di ciò che non riguardava direttamente la propria vita.
L'alpino era per natura contrario - ma penso lo sia anche adesso - ai discorsi accademici e prolissi, a particolari tipi di aggettivi, alle lunghe cerimonie che lo costringevano ad alzarsi due ore prima della "sveglia". Gli sfuggiva il significato delle canzoni sature di astratto patriottismo.
Camminava col suo enorme zaino su per il sentiero, dicendo a se stesso "la va a pochi per i veci", si consolava al pensiero di non essere né il primo né l'ultimo a fare quella vita e ricordava talvolta una specie di predica che gli aveva fatto suo padre il giorno della visita al Distretto Militare: "Non dimenticare, Bepi, che il buon Dio ha creato l'alpino, lo ha scagliato nel mondo e gli ha detto arrangiati!".
Ma non sarà per caso anche questo uno dei tanti deprecati luoghi comuni?




SERIE DI ARTICOLI SCRITTI
DAL GEN. GIULIO PRIMICERJ
PER LA RIVISTA MILITARE

1. La vita e le opere di Karl von Clausewitz

2. Il pensiero del Clausewitz nella Prussia bismarckiana

3. Il pensiero del Clausewitz nel quarantennio di pace
della Germania guglielmina

4. Clausewitz - il piano Schlieffen e la prima guerra mondiale

5. Clausewitz - negli anni di Weimar

6. Clausewitz - Ludendorff e il Führer del terzo Reich

La tomba di Karl von Clausewitz
sepolto a Burg (sua città natale)
nei pressi di Magdeburg (ex DDR).

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Alpini

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