Giulio Bedeschi



Giulio Bedeschi è nato ad Arzignano in provincia di Vicenza. Medico e scrittore ha preso parte alle campagne di guerra sul fronte greco-albanese e sul fronte russo, con la Divisione alpina "Julia". È stato ufficiale medico nell'ARMIR (armata italiana in Russia) protagonista e testimone diretto dei terribili avvenimenti in cui furono coinvolti gli italiani tra i ghiacci della pianura russa.
È stato decorato con due decorazioni al valor militare. Le sue opere principali che lo hanno reso noto nel dopoguerra sono:
  • "Centomila gavette di ghiaccio";
  • "Il peso dello zaino";
  • "La rivolta di Abele";
  • "Gli italiani in Russi";
  • "Nicolajewka: c'ero anch'io";
  • "Fronte grco-albanese: c'ero anch'io";
  • "Fronte d'Africa: c'ero anch'io";
  • "Fronte russo: c'ero anch'io";
  • "Il Corpo d'Armata Alpino sul fronte russo".

Il Cappello Alpino

Testo tratto da "Centomila gavette di ghiaccio" editore Mursia

"Seguendo la direzione indicata dalla freccia si incamminò verso gli uomini della leggenda.
Erano soldati al pari di ogni altro, gli alpini della "Julia"; solamente, come tutti gli alpini, portavano uno strano cappello di feltro a larga tesa all'indietro sollevata e in avanti ricadente, ornato di una penna nera appiccicata a punta in su sul lato sinistro del cocuzzolo.
Nelle intenzioni allusive di chi la prescrisse, la penna doveva essere d'aquila; ma in effetto gli alpini, ignari d'ogni complicazione e spregiatori d'ogni retorica, collocavano sopra l'ala penne di corvo, di gallina, di tacchino e di qualunque altro pennuto in cui il buon Dio facesse imbattere lungo le vie della guerra, nere o d'altro colore purché fossero penne lunghe e diritte e stessero a indicare da lontano che s'avanzava un alpino.
In pratica la penna sul cappello resisteva rigida e lustra per poco tempo, ben presto si riduceva a un mozzicone mal concio; e qui cominciavano tutti i guai degli alpini che facevano la guerra: perché a osservarli da vicino si capiva subito che in pace e inguerra gli alpini potevano distaccarsi da tutto meno che dal loro cappello per sbilenco e stravolto che fosse: anzi!
È un tutt'uno con l'uomo il cappello; tanto che finite le guerre e deposto il grigio verde il cappello resta al posto d'onore nelle baite alpestri come nelle case di citt´, distaccato dal chiodo o levato dal cassetto con mano gelosa nelle circostanze speciali, ad esempio per ritrovarsi tra gli alpini o per imporlo con ben mascherata commozione sul capo del figlioletto o addirittura dell'ultimo nipote, per vedere quanto gli manca da crescere e se sarà un bell'alpino; bello poi a questo punto, significa somigliante al padre o al nonno che è il padrone del cappello.
C'è una ragione naturalmente, per tutto ciò; ce ne sono molte. La prima è che dal momento in cui il magazziniere lo sbatte in testa al "bocia" giunto dalla sua valle alla caserma, il cappello fa la vita dell'alpino; sembra una cosa da niente a dirlo, ma mettetevi in coda a un mulo e andate in giro a fare la guerra, e poi saprete. Vi succede allora di vedere che col sole, sia anche quello del centro d'Africa, l'alpino non conosce caschi di sughero o altri arnesi del genere, ma tiene in testa il suo bravo cappello di feltro bollente, rivoltandolo tutt'alpiù all'indietro affinché l'ala ripari la nuca e l'ampia tesa d'innanzi agli occhi non dia l'impressione di soffocare; e con la pioggia serve da ombrello e da grondaia; con la neve, da tetto unico e solo per l'alpino che va su i monti.
Posto in bilico fra naso e fronte quando l'alpino è sdraiato a dormire al sole e all'aria ed ha per letto le pietre o il fango, con la piccola striscia d'ombra che fa schermo sugli ochhi è quanto resta dei ricordi di casa, è il cubicolo minimo che protegge soltanto le pupille, ma col raccolto tepore fa chiudere le palpebre sul sogno del morbido letto lontano, della stanza riparata e delle imposte serrate a far più fondo il sonno.
E se l'alpino ha sete una sapiente manata sul cocuzzolo ne fa una coppa buona per attingere acqua quando c'è ressa attorno al pozzo o si balza un'istante fuori dai ranghi durante le marce verso il vicino ruscello; eccellente perfino a raccogliere, dicano quel che vogliono il capitano e il medico la pastasciutta e addirittura la minestra in brodo - non si scandalizzi nessuno, succede! - nei casi in cui l'ultima latta finisce i suoi servigi sotto una raffica di mitraglia.
... è tutto così, insomma; di cappelli e di uomini ne esistono centomila tipi, ma di alpini e di cappelli come loro ce n'è una specie sola, che nasce e resta unica intorno ai monti d'Italia.
... bisogna anche sapere che quel cappello, a guardarlo, dice giovinezza per tutto il tempo della vita, e a calcarselo di nuovo unpò di traverso fra i due orecchi col vecchio gesto spavaldo, gli anni calano che è un piacere; e alla fine quando non è proprio più il caso di piantarlo sulla testa, vuol dire che l'alpino ormai è morto, poveretto; e quasi sempre, mandriano o ministro che sia, se lo fa ancora mettere sopra la cassa e sta a dire che chi c'è dentro era, in fondo, un buon uomo, allegro, in gamba con un fegato sano e un cuore così; sta a dire che, morto il padrone, vorrebbe andargli dietro ma invece resta in famiglia per ricordo; e che ormai se on riesce neppure lui a ridestare l'alpino disteso, non esiste più neppure un filo di speranza, fino alla fanfara del Giudizio Universale non lo risveglia e lo scuote più nessuno: c'è un alpino di meno sulla terra.
... nascono e crescono così dal suo grembo come gli abeti, le "penne nere"; che per la loro terra e l'intero mondo sono poi gli alpini; gli alpini d'Italia".

Disegno de E. Chiappa del 1963

Giulio Bedeschi ha concluso "Il Corpo d'Armaya Alpino sul fronte Russo" con una frase profetica:

"A quarant'anni dalla conclusione delle loro vicende di Russia, c'è da pensare che ancora oggi soltanto gli italiani potrebbero essere in grado di distruggere gli alpini"

È quello che oggi sta succedendo.




Opera realizzata in ferro da Vittorio Piotti.
"Distintivo Reduci in Russia"

Ritratti di
Alpini

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